Dalla Farsa alla Tragedia: Puo’ accadere (ma possiamo evitarlo)

Berlusconi e Gheddafi

Il Parlamentare.it: Fonte, Alberto Liguoro – Quante volte, ad esempio, si dice “follia collettiva”: violenza, panico che coinvolge gruppi, anche imponenti, di persone. E’ sempre la mente, il pensiero, la volontà di ciascun individuo che viene coinvolta, secondo me, ma in un contesto diffuso e/o affollato si determina diversamente, che non in differenti condizioni. Parliamo di fenomeni che riguardano persone normalmente dotate di buon senso.

Esiste, quindi, una incontrollabile (quanto incontrollabile?) forza trainante (di che segno? Prevedibile? Prevenibile?) che, in certi momenti, coinvolge, o può coinvolgere, interi gruppi, o comunità, forse nazioni.

E qui mi fermo nell’analisi, diciamo così, scientifica e cedo il passo a psicologi e sociologi.

Tratto la questione esclusivamente da un punto di vista fenomenico ed empirico; in definitiva in un contesto misto di cronaca e di storia, sperando di poter trarre le fila di un’avvertenza, diciamo un messaggio che vorrei proporre.

Venendo al dunque:

Si pensi a quello che hanno fatto, non potenti gerarchi e generali, ma comuni tranquilli cittadini tedeschi che si erano trovati ad indossare un’uniforme, o ad essere cooptati per servizi pubblici, ai tempi del nazismo; a quello che hanno fatto bravi ragazzi americani in Viet Nam (e ora si dice in Iraq e Afghanistan), alle stragi di interi villaggi palestinesi e agli stupri ad opera di bravi padri di famiglia, o a quel che accade nell’Africa sub sahariana oggi, e a quello che è accaduto nelle due Americhe in epoca storica post colombiana; si pensi alle sette che predicano il suicidio collettivo, al branco che violenta e sevizia e così via.

Ma mi chiedo: tutti gli esempi appena proposti ed altri dello stesso genere, che appaiono torvi e drammatici esauriscono la casistica, o possono aversi effetti del tutto diversi? Ridicoli, esilaranti, orgiastici? La risposta è sì se si guarda un po’ alla letteratura, alle cronache in materia. Anche qui si sposta il discorso ed invade il campo di sociologi e psicologi, nel quale non voglio avventurarmi.

Dico solo questo, tra il serio e il provocatorio, tra l’ironia e l’amarezza:

C’è oggi in Italia, a mio avviso, una evidente grossa corrente farsesca che serpeggia nella società e va dal Grande Fratello alla Pupa e il Secchione, dagli show televisivi domenicali “culi e tette da fuori” a quelli serali sui processi mediatici, ma poi si apre nelle strade e negli stadi, dalle incazzature che sfociano in omicidi, agli omicidi familiari (ormai quasi giornalieri) di cui tutte le persone intervistate o in metropolitana parlano come se si trattasse di video game; la schizoide partecipazione di autorità e gente comune ad un funerale la mattina e ad un party la sera. Il tutto poi confluisce in grandi risate, o risatone, generali, a base di barzellette, bestemmie (ma in contesto e pertanto non costituenti peccato) e turpiloqui, ormai anche inseriti tra le materie di insegnamento scolastico.

A quanto pare queste situazioni sono presenti anche in altre società, diciamo così, evolute, ma in Italia sono particolarmente esasperate ed evidenti; il che ben si coniugherebbe, come riscontro e come effetto al tempo stesso, con le risultanze di uno studio sulla incapacità di destreggiarsi con la logica, la matematica e la letteratura che, manco a dirlo, pone l’Italia ai primissimi posti nel Mondo, al quale rimando (La cultura degli italiani – Francesco Erbani e Tullio De Mauro Ed. Laterza – Fonte Oliviero Beha “Dopo di lui il diluvio”) e del quale nessuna Forza Politica parla sia per scelta strategica (chi ti voterà se parlerai male degli Italiani? Che fa il paio con: quale cattolico ti voterà se parli male dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa?), sia per comodità operativa (è più facile governare un popolo bue che un popolo culturalmente attrezzato); lascio al lettore giudicare con quanto senso dello Stato, del benessere sociale e futura lungimiranza.

Ebbene, da questo studio viene fuori che circa l’80% degli Italiani non ha sufficienti capacità di lettura, comprensione e calcolo. Il che ci porrebbe al secondo posto nel Mondo “civilizzato” immediatamente dopo lo Stato del Nuevo Leòn, in Messico.

Quindi, per il momento, considerazioni quali quelle che si vanno qui formulando, sono tristemente rivolte ad una fascia di fruitori che va dal 20 al 29% della popolazione tra i 14 e i 65 anni.

Quelli di tutte le fasce di età, peraltro, vanno incontro, in modo che ritengo evidente, per motivi anagrafici, o per motivi di sciatteria di istruzione, di vita familiare e sociale, a fenomeni (oltre che di non apprendimento, ma è più raro, credo) di regressione nell’incapacità di leggere, scrivere e far di conto.

Domanda: dove si va a parare?

Tutto questo viene vissuto, come dicevo, molto allegramente sì dalle Istituzioni, dalle Classi dirigenti, dai Mass media, dal Clero nel suo complesso che, benedicente ed assolvente, punta ad un’altra “vera” vita, glissando su questa (anche le scuole prelatizie benedicenti ed assolventi) ma, quel che più interessa ed è preoccupante, dai comuni cittadini che se la ridono, ci scherzano su, sperano che familiari e rampolli partecipino a Veline, Velone, quiz su domande anche difficili ma che prevedono che quale sia la risposta, anche la più stupida e incolta di questo Mondo, venga accolta dal conduttore con un sorriso ed una battuta incoraggiante.

Difficilissimo rispondere al quesito sopra proposto.

Diciamo che tutta questa farsa può facilmente trasformarsi, secondo me, in tragedia.

E questo sarebbe un bel guaio (ai tempi del Duce, si cominciò con “a noi! A noi!” “Eia eia alalà” e si finì con famiglie distrutte, deportazioni, città rase al suolo). Però dico, pur temendo di essere impopolare, che non sarebbe il guaio maggiore, perché poi dalle tragedie, bene o male si esce.

Immaginiamo che tutto resti così com’è (dovremmo ovviamente mettere in conto anche un deterioramento strutturale della qualità della vita, perché i grulli e gli ignoranti si fanno fregare dagli altri, comunque non guadagnano molto e quindi non possono permettersi molto, né capire molto); certamente si affermerebbe una progressiva tendenza al peggioramento, per cui tra 20 anni, che so, sarà il 10% degli Italiani a ragionare? E poi? Come sono finiti gli Egiziani, i Babilonesi, i Fenici, i Sumeri, le Grandi Civiltà indigene del Nuovo Mondo?

Sarebbe interessante sapere da qualche qualificato archeologo o studioso di civiltà se è stato possibile notare, per caso nei tempi bassi di questi ed altri popoli, alla fine di un ciclo di civiltà, qualche particolarità farsesca, ridondante, nei costumi: facevano burlette, macchiette e teatrini a tutto spiano, ridevano, per caso, piuttosto che cercare di capire, preoccuparsi?

Ma se anche tutto restasse fermo così com’è, ci dovremmo forse accontentare? Essere lo scemo del villaggio è meglio che essere un mentecatto chiuso in un manicomio? Fate voi.

Ma qualcosa si può fare?

Secondo me sì. Non sono in grado di tracciare i percorsi, ma di indicare il punto d’arrivo e l’animo con cui affrontare l’impresa, credo di sì, da cittadino di buon senso.

Occorre molta attenzione e autocritica, questo sì. Rafforzare lo spirito, crederci. Pensare anche agli insegnamenti, alle indicazioni che possono venirci da lontano, dalla storia.

Il punto d’arrivo è certo quello di spostare quell’enorme massa, quell’enormità di cui i parlava, dell’80% di cittadini che balbettano, e tra di essi, diciamo, quel 33% che più di un’Ave Maria e qualche altra cosuccia non conosce, quel 33% che a fatica riesce a comprendere la frase “il gatto miagola”, quel 5% che non comprende la frase “il gatto miagola… perché vuole il latte”; farla arretrare al 70, al 60 e così via, poi credo che il progresso sarebbe sempre più accelerato fino a capovolgere esattamente al contrario, come in una clessidra, le percentuali.

A questo punto ci sarà forse meno allegria (ma l’allegria basata sulla miseria intellettuale è squallore, vanità, alla fine tristezza), meno farsa, che fa ridere gli a

ltri, ma di te, non delle cose che tu proponi per far aprire gli occhi, più dramma, ma anche ironia, tono, considerazione; e l’individuo sarà davvero colui che vive nella società sapendo di appartenervi e, nello stesso tempo, di essere libero e padrone di se stesso, non facendosi trascinare dalla corrente dei malefici fenomeni collettivi, coinvolgenti e inarrestabili brutalmente, senza l’importante supporto della riflessione e della valutazione.

Partiamo da qui.

Come si diceva una volta, coraggio… rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare.

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