Attorno a me

di Franca Benincà — Il mio più antico ricordo: come in una foto color seppia, sto in un passeggino, all’angolo tra via Palestro e via Montegrappa. Posso avere 2 o 3 anni, ci deve essere la nonna Italia con me e anche mia sorella Paola. E’ autunno, c’è vento e il cielo è grigio. A quell’epoca abitavamo in via Montegrappa, in una casa rimasta, almeno da fuori, tale e quale fino ad ora. Abitavamo al pianoterra – giusto qualche gradino da fare e su cui sedersi con la nonna e la Paola a farsi raccontare le cose, a farsi ravviare i capelli dalle mani dolci e un po’ ruvide   della nonna. Gradini in pietra, come di pietra il tavolo rotondo nell’angolo del giardino, sotto un bersò di glicine. Poi c’era una specie di orticello – che forse apparteneva alla padrona di casa, signora Bonduan, che ci abitava sopra – da dove a volte prendevamo dei pomodori ancora verdi e ce li mangiavamo sotto una pioggerellina primaverile-estiva; questa è una scena che ricordo molto bene, ma che forse è avvenuta una sola volta e quell’immagine si è come dilatata fino a diventare la rappresentazione di un’abitudine. La signora Emma Bonduan viveva col marito signor Umberto sopra di noi, come ho detto. Erano due brave persone, mi pare, ma avrebbero potuto essere protagonisti di un film dell’orrore in cui dei personaggi mansueti si rivelano capaci di terribili bassezze. Lei di caratteristico aveva una vistosa dentiera, lui i pantaloni con le bretelle e con la vita alta. La loro casa (vista forse una sola volta) era piuttosto misera, in disordine. A me la nostra invece piaceva, per forza, c’erano persone e cose care. Disposizione: un atrio (salone, agli occhi di me bambina di 2 o 3 anni) con pavimento a mattonelle; a sinistra camera da pranzo e forse cucina, a destra camera dei miei genitori e di noi due bambine in lettini piccoli. Sullo sfondo (nel mio ricordo, almeno) una tenda “nascondeva” il letto della nonna e qualche sua cosa – ricordo ancora questo suo letto, che usò per molti anni: con i pomi d’ottone e dei motivi floreali sull’alta testiera di ferro marrone; lo ricopriva un copriletto di color giallo-oro. Forse c’era un’altra stanza, ma venne probabilmente occupata da mio zio Mario quando tornò dalla prigionia africana. Me lo ricordo in pigiama questo amatissimo zio, e credo che anche lui amasse molto noi tutti, sempre allegro e “positivo”. Ed anche un bell’uomo: forse ha rappresentato, per noi bambine, il prototipo di uomo da desiderare: tarchiato, statura media, mani ampie e forti. E poi sapeva fare alcune cose che ci incantavano: disegnava benissimo, suonava il pianoforte ad orecchio (ma ne uscivano canzoni fantastiche, di solito americane) e sapeva parlare l’inglese, appreso in prigionia, in un momento in cui l’America era per noi tutti un mito.

Ricordo poco della cucina: solo una scena in cui mia sorella è seduta su una sedia e si sta allacciando dei sandaletti per andare tutti insieme a Teolo, località dove andavamo (quante volte?) in villeggiatura, ma che in quel caso era meta di una gita festiva. Con quale mezzo di trasporto, lo ignoro. Non ricordo invece nulla del bagno, ma forse, come sempre, era in fondo a sinistra.

Le finestre che davano sulla strada erano quelle della sala da pranzo e della camera da letto; ho un ricordo di finestre spalancate al mattino, e mia mamma che cantava, facendo forse le pulizie; io la ascoltavo dal giardino dove c’era della ghiaia e delle aiuole con delle rose: il tutto all’ombra perché l’esposizione era ad ovest. Mia mamma aveva sempre l’abitudine di cantare mentre faceva “i mestieri” – qualche lavoro di casa, la doccia, la scelta del vestito da mettersi (poverina, come se ne avesse avuti tanti), rossetto, acqua di colonia “Acqua di Cipro”… Cantava canzoni in voga allora, per lo più americane, e siccome, ovviamente, non sapeva una parola di inglese, se lo inventava, secondo noi con rara bravura. Aveva comunque una bella voce intonata ed impostata e non cantava certo sommessamente, ma direi quasi a squarciagola, in piena libertà. Mi piaceva moltissimo quando era pronta per uscire, col rossetto, il vestito in ordine anziché quei quattro stracci che era costretta a portare per casa, e con questo delizioso profumo che sapeva tanto di lei e che inondava i luoghi per dove passava. Era il momento in cui l’amavo di più: anche se un po’ mi dispiaceva che se ne andasse al lavoro; si racconta, io non lo ricordo bene, che io le fossi molto “attaccata” – ero comunque fiera di lei e della sua bellezza e questo mi appagava. Smise bruscamente l’abitudine del canto alla morte di papà e mentre i suoi vestiti da neri diventarono a poco a poco di colore anche vivace, il suo canto non si fece più sentire.

La nonna Italia Libera Domenica Libralon, nonna materna, era stata una donna bellissima, di una bellezza moderna, dai lineamenti leggermente asimmetrici. Quando nascemmo noi era già sulla sessantina e a quell’epoca le donne di quell’età si sentivano già vecchie e si vestivano da vecchie: indossava soltanto vestiti neri (bellissimi!) a piccolissimi disegni, e quando voleva essere un po’ più elegante (per la visita di qualcuno o per farsi fare delle foto con noi) si metteva al collo un foulard bianco tenuto da una spilla. La pettinatura consisteva in uno chignon con una “cappa”, ossia una banda di capelli (neri come l’ebano, fino a tarda età) a coprirle metà della fronte. Era di origini umili: aveva perso la mamma a 16 anni e più tardi l’amata sorella Ida. Di tutti questi personaggi, come del padre morto sotto un tram, parlava con molto amore e rimpianto. Si può dire che ci abbia insegnato lei la tenerezza e l’amore famigliare, anche se non sempre noi siamo stati buoni allievi.

Si sposò con un ufficiale postale piemontese, Severino Caligaris, e per questo, dopo il matrimonio, lasciò Padova per Asti, dove visse fino alla morte del marito, assieme ai tre figli: Elda, Mario e Maria, mia madre, la più piccola, orfana a 4 anni. Vedova a 40 anni, volle ritornare a Padova per ritrovarsi a casa: vi abitava infatti il fratello Piero, un uomo buonissimo e generoso, purtroppo sposato ad una donna dura e taccagna che la aiutò pochissimo. Mia madre parla del suo arrivo a Padova (che non era la sua città) con grande commozione, ricordando ancora vivamente la malinconia, il sentirsi spaesata di allora. E quando me ne parla associa a questo ricordo una canzone cantata da ragazzi (studenti?) padovani: “Canta pierrot…”

A Padova la nonna visse cercando di mantenere i tre figli facendo ogni sorta di lavoro; presto però poté contare sull’aiuto dei due figli più grandi che trovarono un impiego, anche se il maschio continuò con grandi sacrifici gli studi serali fino al diploma di geometra.

Nonostante tutte queste difficoltà, il carattere della nonna continuò a sorreggere la famiglia: sempre allegra, con una visione coraggiosa e positiva e perfino umoristica della vita.

Anche quando cominciò a vivere stabilmente con noi dopo la guerra, la sua persona divenne direi il perno dell’organizzazione domestico-affettiva. Oltre a stare fisicamente con noi nipotini, (i miei genitori lavoravano al negozio) ci invadeva di tenerezze, di racconti, di fiabe, poi, più grandicelli, di barzellette. Sì, perché si trattava di barzellette un po’ da grandi, un po’ volgari, ma esilaranti. In sostanza c’erano due filoni: il primo era quello del povero cristo che va in un albergo senza bagno e risolve in qualche modo il suo problema; l’altro era il filone che si faceva beffa della cultura, dei sapientoni: protagonisti erano sempre dei dottoroni che disquisivano sulla diagnosi “al volo” di un qualche passante dall’andatura strana, ed alla fine si scopriva che la ragione era di natura per lo più diciamo scatologica.

Ma quando eravamo piccole restavamo incantate dalle fiabe, che non erano poi tante, ma ci piaceva risentirle, ogni volta con qualche variazione. Andavano per la maggiore “L’uccellin belverde”, “L’amor delle tre melarance”, la fiaba del pomodoro, la fiaba delle frittole, di per sé spaventosa (la nonna si mangia la bambina), ma che lei ci raccontava modificata dal lieto fine.

I miei genitori, come ho detto, lavoravano entrambi in un negozio di calze: la “Casa della calza” appunto, che faceva parte, per così dire, di una piccola catena di negozi di abbigliamento, per lo più intimo, ognuno gestito da un componente della famiglia di mio padre. Era un negozietto piccolo (poi si ingrandì), ma grazioso, che aveva la sua forza in questa “specializzazione” che consisteva nel trattare solo ed esclusivamente calze (da uomo e da donna, ovviamente). Noi da piccole ci andavamo ogni tanto: io adoravo il registratore di cassa, ma ancor di più una Olivetti nera “lettera 22″, che ogni tanto mio padre ci lasciava usare.

2) La casa nuova

Un’immagine segna la fine di questo periodo legato alla casa al n. 32 di via Montegrappa (da cui passammo al n. 23): mio papà mi tiene a cavalluccio sulle spalle (avrò avuto 3 anni) e ci porta tutti a vedere i lavori non ancora finiti. Tutt’altra cosa questa casa, rispetto alla precedente: una villetta a pianta rettangolare, su un piano rialzato, tutta nostra, luminosa, con ampie stanze e un bel giardino con la ghiaia e le aiuole con palme nane. L’appartamento era di circa 200 mq, ma oggi apparirebbe stranamente ed irrazionalmente strutturato. L’aspetto più evidente di questa “irrazionalità” stava nel fatto che per 6 persone che ci abitavano (7 se contiamo la domestica a giornata) c’era un solo, inutilmente grande, bagno. Alla mattina era un disastro, dovevamo fare i turni, e per fortuna che la nonna era estremamente pudica nei confronti di mio padre per cui mai si sarebbe sognata di andare in bagno quando lui era in casa. Si serviva del vaso da notte. Anche di giorno.

Comunque questa era la composizione della casa: un ampio (anche questo, forse inutilmente) corridoio con il pavimento in palladiana colorata, una sala da pranzo dove non si mangiava mai, una grande cucina dove si mangiava sempre, una spazzacucina con lavello e porta con scala a chiocciola per la cantina, un salottino (chiamato anche tinello, la stanza più calda della casa in tutti i sensi), una camera da letto per la nonna, una per i miei genitori comunicante con quella per me e mia sorella, nella quale venne sistemato per una decina d’anni un lettino tra i nostri due per mio fratello. Sì, perché la stanza per Marietto non c’era, si direbbe che non ne fosse stata prevista la nascita, ma non lo credo. In realtà c’era un’altra stanza, che poi divenne la sua, ma era tanto strana, piccola, fredda, con un’intera parete a vetri e che era chiamata “lo studio”, ma dove non studiavamo mai. Tutti noi facevamo i compiti nel salottino, ognuno in un suo angolo.

Uno degli aspetti più piacevoli di questa casa era che, a seconda delle stagioni, alcuni spazi subivano qualche cambiamento di destinazione o venivano opportunamente modificati. Così, per esempio, quando faceva molto caldo, all’ora di pranzo si portava la tavola della cucina in corridoio e si mangiava lì, al fresco. Alla sera, specialmente noi bambini che spesso mangiavamo prima dei nostri genitori, ci sistemavamo nel terrazzino su cui dava una finestra della cucina (sempre d’estate, s’intende). Poi c’era la cerimonia del “tolà” (penso stia per “tavolato”) che veniva messo in cucina, all’inizio dell’inverno, a ricoprirne quasi tutto il pavimento. L’operazione veniva svolta da papà con l’aiuto della Rosina, la domestica: questo tolà era costituito di tre o quattro assi di legno che si incastravano una nell’altra (certe volte a fatica, e così si sentiva tirare qualche porco). Quando c’era il tolà, la cucina diventava immediatamente calda ed invitante, e spesso usavamo la tavola per farci i compiti. C’era però un risvolto negativo a primavera, quando lo si toglieva: si vedeva un intenso viavai di scarafaggi che evidentemente avevano “fatto razza” durante i tepori invernali.

Per non parlare del cambiamento dei materassi: tutti dormivamo su due materassi: uno di crine, più fresco anche se più duro, e l’altro di lana, e al cambio di stagione si invertivano tra loro. Insomma, ricordando anche l’importanza del cambiamento del vestiario di noi bambini, si può dire che l’avvicendamento delle stagioni veniva scandito concretamente e questo a me piaceva moltissimo, specialmente quando arrivava la primavera. Io non soffrivo granché il caldo, ma per esempio la nonna sì, così certe sere estive se ne usciva con propositi del tipo: “Mi stanotte vago dormire in cantina” e non sono in grado di dire se l’abbia mai fatto veramente. Ma per quanto odiasse il caldo, ancora di più odiava l’unica forma di refrigerio, diciamo,  naturale: il temporale. Ne parlava quasi con disprezzo, quasi se fosse una persona: “nol serve a gninte, dopo zé più caldo de prima”. Il suo odio comunque era piuttosto una grande paura. Irrazionale, per lo più, lo riconosceva lei stessa: “ me par de essare ‘ncora soto e bombe”. E proprio come se fossero davvero bombe, ci faceva radunare nella parte più riparata della casa (il corridoio) con le candele pronte, sobbalzando ad ogni tuono, pregando e facendoci pregare insieme a lei. A nulla valevano, ovviamente, le nostre rassicurazioni (quando fummo in grado di farlo) consistenti nello spiegarle che il rumore era del tutto innocuo, indicava che tutto era finito. A quel punto lei la metteva sul razionale: “e se un fulmine cascasse sora ea casa?”

Il terrazzino su cui dava la finestra della cucina era quadrato e aveva dei gradini che portavano giù in giardino. Quando Mario era piccolo, un cancelletto evitava che potesse capitombolare giù per le scale. La presenza di questo terrazzino, tra l’altro, mi riporta ad un ricordo per me non particolarmente piacevole, riguardante il mio modo di parlare, che storpiava le parole: fatto che durò per vari anni (ma che i miei volentieri esageravano). Così, a qualcuno che mi chiese notizie sulla mia nuova casa, io risposi: “Ghe zé na teatéta che ada ò” che, tradotto dal dialetto, fa “C’è una terrazzetta che guarda giù”. Fu una delle mie frasi più celebri, ma io ci restavo male, mi sentivo presa in giro.

Oltre all’appartamento c’era un seminterrato, chiamato sbrigativamente “cantina”, ampio quanto la casa, con varie stanze: la prima cameretta, la cameretta del termo, la “lissiara”, ossia una lavanderia, un ampio stanzone (chiamato “el magazìn”) che serviva da ripostiglio generale, e infine il garage (pronunciavamo proprio come si scriveva: ga-ra-ge). Al seminterrato si poteva accedere da tre parti: dall’appartamento attraverso la scala a chiocciola, dal garage e da un altro portoncino che si poteva sprangare dall’interno. Il guaio di questo seminterrato (che persiste tuttora) era che in periodi particolarmente piovosi si allagava. Sicché, quando pioveva un po’, la nonna e la mamma esclamavano scaramanticamente: “Basta che no vegna l’acqua in cantina!”, e per questo motivo bisognava tenere sempre rialzate le cose che non si dovevano bagnare. Un pensiero in più.

Subito fuori dal portoncino con la spranga c’era il pollaio: sì, perché per alcuni anni abbiamo avuto delle galline che di giorno stavano rinchiuse in un recinto in un angolo del giardino: verso sera venivano fatte razzolare per l’intero giardino e poi: a nanna! nel pollaio al coperto di cui ricordo solo che c’erano dei pali smerdati di schitti dove le care bestiole si “posavano” per la notte. Amavo molto la presenza di queste galline, animali strani con cui non si poteva mai entrare in confidenza e che anche facevano un po’ paura per via del becco, ma che ci facevano (raramente! ed era una festa) trovare delle uova nella paglia e che almeno una volta ci hanno regalato dei tenerissimi pulcini.

Solo dopo parecchi anni cominciarono a girare animali “normali” per casa nostra. Inaugurò la serie un gatto bianco, Casimiro, sordo, di una mitezza anche eccessiva, che si limitava a mettersi a fianco di papà durante i pasti per farsi dare la mollica di pane a pezzettini. Sembrava mangiare solo quello, almeno, noi non gli davamo altro. Poi ci fu la piccola Alice, una sorianella bellissima che partorì due o tre gattini: in generale la sorte di tutti i gatti di casa nostra era di morire “stampati sull’asfalto”. Poi ci fu Ambrogino e infine una specie di famigliola: la mamma (nera, nervosetta, chiamata Caterina Stecchetti per onomatopea) si fece montare da più di un gatto evidentemente, perché ne nacquero 5 di diverso colore; sicuramente si accoppiò col maschietto di casa, che noi credevamo fosse ancora troppo giovane per “combinare”: l’adorato Bombaso, che non finì sull’asfalto, ma un giorno non tornò più; così nessuno pianse per la sua morte, perché la leggenda narra che egli sia ancora vivo.

Poi, i cani. Il primo e più importante fu Nicky, un bastardo di una certa eleganza, nero, tipo doberman. Era piuttosto male-educato, sicché abbaiava a chiunque entrasse, abbaiava furioso quando passava un prete o persona vestita di scuro; e appena vedeva uno spiraglio di cancello aperto, scappava. Una volta ci seguì fin dentro in chiesa. Il sacrista si arrabbiò un po’, ma noi gli dicemmo: “el prova jù a ciaparlo!” Comunque, una vergogna!

Poi ci fu la Lola, una cocker color bianco e nero, molto dolce e docile, piuttosto emotiva: per l’eccitazione pisciava sui piedi di chiunque varcasse la soglia del cancello.

In giardino, nelle aiuole con le palme, c’erano anche dei roseti miracolosi che fiorivano per quasi tutto l’anno: rose di tutti i colori (le mie preferite erano le gialle e le bianche). Sul retro della casa invece il giardino era costituito da una striscia sottile che sarebbe dovuta servire da orto, ma che in realtà solo un anno o due venne coltivata a piselli: dei piselli così buoni come mai li potei trovare in seguito. Di fianco alla casa c’erano dei pioppi e un bersò di rampicante verde (o glicine?).

La cantina era un luogo importante per noi: il magazzino grande era un deposito di vecchi libri e quaderni: il garage con l’Ardea (che veniva usata solo di domenica) aveva un buon odore di benzina; la prima cameretta diventò, parecchi anni dopo, una stanza molto privata di noi figli, soprattutto d’estate, quando c’era un bel fresco in tutto lo scantinato. Unico GRAVISSIMO inconveniente era la presenza degli scarafaggi verso i quali noi ragazzi avevamo una vera e propria fobia. D’altra parte, nonostante la casa fosse nuova, ce ne trovavamo anche nell’appartamento. Al loro apparire, urla e fuggi fuggi di noi ragazzi, intervento sdrammatizzante di un adulto (eeh, par carità, par un scaravaso!) e sbam! uccisione istantanea dell’insetto mediante la classica ciabatta. Erano grandi e schifosi; la nonna una volta, dopo averne ucciso uno, disse “Che grando che’l gera, el ga fato un s’cioco che pareva de sarare un tacuìn!”

In famiglia si parlava dialetto, in modo direi integralista, nel senso che non c’era alcuna eccezione: nessuno di noi si sognava di introdurre nel discorso una parola, figuriamoci poi una frase, in italiano, come invece succedeva in altre famiglie. Era una specie di snobismo  che faceva sì che si sbeffeggiasse (soprattutto da parte della nonna) quelli che,  di madrelingua dialettale,  se ne vergognavano un po’ e cercavano  di “nobilitare” il proprio linguaggio italianizzandolo qua e là: subito la nonna, ferocemente, memorizzava l’espressione  che veniva poi riferita in ogni occasione. Degli esempi : una madre dice alla figlia: “per piacere, porta giù il bandone delle scolazze!”; dal casolino: “vorrei due etti di tuono”; “gnancora, sapete” dice la bambina impaziente di veder arrivare la processione; e ancora, dal fruttivendolo: “mi dia due gambe di salleno” e così via. Naturalmente era la nonna che parlava il dialetto più puro, lei, la “portellata”, era quella che conosceva parole o espressioni che poi si sono perse. Per quanto mi riguarda, credo di essere stata una di quelli che se ne vergognavano un po’, naturalmente in presenza di estranei, ed invidiavo la famiglia della mia amica Livia in cui i genitori parlavano tra di loro in dialetto, ma con i figli rigorosamente in italiano, convinti che ne traessero vantaggio a scuola. Ma in realtà sia io che i miei fratelli non abbiamo mai avuto problemi ortografici e in generale grammaticali di nessun tipo.

3) Vicini e primi amici

Difficile parlare di veri e propri vicini di casa: a quell’epoca la nostra era l’unica casa nuova, intorno a noi c’erano per lo più o ruderi o campi. Ricordo via montegrappa soprattutto di sera, quando, nella bella stagione, eravamo soliti fare una passeggiatina, lunga o breve a seconda dell’orario, cioè o fino alla fine della strada o soltanto fino al “capitello” che stava all’angolo di una casa, poi demolita. Andavamo a prendere la luna. Io forse ci credevo veramente di poterla prendere, o forse no, ma mi ricordo che mi facevo prendere in braccio per avere qualche possibilità in più.

Per alcuni anni, in una casa bombardata che confinava con la nostra, ci abitava una famiglia equivoca, forse semplicemente povera e che viveva di espedienti: i Dominichini. Di questa famiglia ricordo solo il padre, la cui immagine negli anni è diventata simile a quella di Humphrey Bogart o, se vogliamo stare più sul “nostrano”, di Ubaldo Lai, col cappello che gli copriva mezzo volto. Una sera (cominciava a cadere una leggera pioggerellina estiva e noi stavamo tutti seduti nel terrazzino e qualcuno cantava: “Come una sigaretta, che in fumo se ne va…”) vennero i ladri entrando dalle finestre aperte della camera da letto: misero tutto a soqquadro, e, mi pare, rubarono soprattutto della biancheria (anche perché c’era poco altro da rubare), ma mio padre, senza esitazioni, andò in questura a fare la denuncia (anche questo fatto è rappresentato dal ricordo di qualcuno che si allaccia le scarpe in procinto di fare una cosa importante). Questo nostro primo contatto con la forza pubblica fu per noi sconcertante: il questurino di turno ci chiese se avevamo dei sospetti, mio padre rispose titubante che sì, in realtà c’erano questi nostri vicini dall’aria poco rassicurante, ma che, per carità, prove non ne avevamo. Ci venne allora suggerito, visto che erano rimaste in casa alcune impronte del ladro, di procurarci una scarpa del nostro vicino e di confrontarla con l’impronta.

Qualche anno dopo il terreno venne venduto, la casa demolita e al suo posto i nuovi proprietari, i Salvato (il padre, piuttosto ricco, era sospettato di aver fatto i soldi col mercato nero) fecero costruire una grande casa costata, come ci dissero i figli, ben 16 milioni! Un patrimonio. D’altra parte era una famiglia numerosa con già sei figli, a cui pochi anni dopo se ne aggiunse un settimo. C’erano poi due nonne, due vecchie segaligne e brontolone. Con i ragazzi più vicini a noi per età facemmo amicizia, anche se mai molto intensa, forse perché c’erano molti maschi; la nonna Italia però, sempre un po’ diffidente verso gli estranei, diceva che ognuno in quella famiglia ne aveva una “rama”, di pazzia s’intende. Esagerava, ma qualcosa di vero forse c’era.

Dietro casa invece c’era un “enorme” campo incolto e solo sullo sfondo una casa vecchiotta ma ancora in buono stato, divisa in due appartamenti. Per i primi due o tre anni ci abitò un bambino che mi piaceva, si chiamava Guido; era, mi pare, di origine meridionale e storpiava, come me, le parole – se non ricordo male, mi chiamava “Fancutta” (Francuccia), che oggi suonerebbe ancora più ridicolo. Ogni tanto ci contattavamo attraverso la rete e ci scambiavamo qualche sillaba o poco più. Ma presto questa famiglia se ne andò e al suo posto venne ad abitare una bambina di 5 anni (uno meno di me), la Maria Grazia, che tanta importanza avrebbe avuto nella mia (e nostra) vita a venire. Era una bambina paffutella con le trecce, all’inizio un po’ timida, poi invece rivelò un carattere piuttosto deciso. Viveva con due sorelle grandi, già fidanzate, che presto si sposarono; così lei rimase con i genitori, come figlia unica.

I miei avevano un’istintiva paura a lasciarci uscire dal cancello: paura ingiustificata, visto che, anche se un po’ desolata, la zona era abbastanza tranquilla e certamente non c’era criminalità di giorno. Credo quindi che fosse soprattutto una paura che ci ritrovassimo da sole in strada, la tremenda strada dove c’erano molti pericoli non meglio precisati. Così venne tacitamente accettato che si facessero dei buchi nella rete, sia verso i S., che, soprattutto, verso il “campo della Maria Grazia.”. Era una gioia, nella bella stagione, nelle prime ore pomeridiane, immerse nel rumore delle cicale, intrufolarsi, facendosi piccine, in quel buco che si schiudeva in un enorme campo: la nostra prateria. Giocavamo a indiani e cow-boy, oppure, a seconda dell’età, ci sedevamo su delle pietre sotto un albero a chiacchierare di amori vari (di solito attori americani: Tab Hunter, James Dean, ecc., con raccolta di foto da incollare in un album). E siccome la Maria Grazia non aveva il telefono, a volte, subito dopo mangiato, ci chiamavamo a gran voce, oppure aspettavamo che scendesse lei (ed era tutto uno scrutare quelle imposte per indovinare se magari andava, obbligata dai suoi, a fare il sonnellino pomeridiano), oppure, in orario più cristiano, fischiettavamo un motivetto convenzionale, che per lungo tempo fu “Seven lonely days”. Che gioia quando lei rispondeva! Sì perché, almeno io, mi sentivo la più bisognosa di compagnia e pensavo che lei ci si concedesse, ma che avrebbe avuto anche altre cose da fare. Il che, probabilmente, non era vero.

Altre volte ci parlavamo con l’alfabeto muto. Rimase famosa una gaffe: in un terrazzino tra le nostre due case spesso si affacciava un bel giovanotto, figlio del nostro medico di famiglia; e tutt’e tre avevamo una mezza cotta per lui, sicché ci parlavamo (mute) scambiandoci messaggi del genere: “Hai visto il nostro caro amico? Oggi è più carino del solito…” ecc. Lui ci guardava un po’ beffardo, incuriosito e silenzioso; finché un giorno lo scoprimmo mentre usava lo stesso nostro alfabeto, che evidentemente conosceva benissimo, per comunicare con il nostro fratellino.

4) Nasce l’”erede”

Nei primi anni ‘50 nacque Mario. Marietto, anzi, come venne chiamato per tanti anni, data la differenza di età con noi due sorelle. Era un bambino molto simpatico, pacioccone, sorridente, già con una sua comicità fin da piccolissimo. Noi sorelle non sapevamo nulla di sesso e di nascite: ogni tanto ci scambiavamo delle riflessioni del tipo: “credo proprio che i bambini stiano nella pancia prima di nascere: ti ricordi la mamma dei Salvato che pancione che aveva? ” “Sì, sì, dev’essere così per forza”. Del problema di come facessero ad entrarci nella pancia, del problema di che cosa c’entrassero gli uomini, non se ne parlava affatto.

Avevamo molta simpatia e molto amore per questo bambino, bello e simpatico. Un amore, da parte mia, un tantino morboso: infatti ero angosciata all’idea che gli capitasse qualcosa, e pretendevo di conoscere i suoi stati d’animo, solo io, per una sorta di simbiosi: sicché, per esempio, quando tornavamo a casa dal mare, io piangevo per giorni interi non tanto per una mia nostalgia, quanto per una presunta malinconia di mio fratello che invece se la spassava beato col suo amico preferito, Alberto Tiso. I Tiso abitavano nell’appartamento accanto alla Maria Grazia, sicché in quella casa vivevano le due persone più importanti per la nostra vita sociale. Alberto aveva una sorella più grande e un fratellino più piccolo, Paolino, che sembrava lievemente ritardato; memorabile rimase la frase che la madre ci riferì, come prova, secondo lei, della grande intelligenza di questo figlio, all’età di 3-4 anni: “mamma, momon!” disse il piccolo genio un giorno che voleva una caramella. Tale intelligenza ben si accompagnava a delle gambe storte che più storte non si può, e a dei capelli lunghi, biondi, inanellati, mai tagliati e forse mai lavati dalla nascita. Tutto ciò faceva dire alla madre, estasiata da tanta bellezza, che aveva paura che, bello com’era, il Signore se lo prendesse presto. Naturalmente ci rendevamo conto della cattiveria presente in queste nostre sghignazzate, ma era una cattiveria inoffensiva; e poi si sa come sono insensibili a volte i ragazzini. In realtà poi Paolino si “normalizzò” in tutti i sensi, e, credo, mise su famiglia come tutti. Solo ultimamente sono venuta a conoscenza di alcuni guai in cui è andato a cacciarsi: alcol, divorzio, addirittura prostituzione.

Nostro fratello Mario nacque in una bella domenica fredda di febbraio: era nato in casa come si usava a quei tempi, assistito dalla “migliore” levatrice del mondo: la Angelina (“mejo de na dotora!”). Ricordo vagamente un certo trambusto durante la notte nella stanza attigua alla nostra (dove dormivano il papà e la mamma); al mattino ci fecero vedere questo maschiotto tutto rosso e congestionato e decisamente brutto; ma già il giorno dopo appariva più roseo e tranquillo. Venne allattato da mia mamma per più di un anno; portava delle fasce (come si usava a quei tempi) che gli imprigionavano le gambe, con la pretesa che così non avrebbe avuto le gambe storte. Ricordo ancora vivamente l’odore di latte e di talco che si respirava nella stanza dove lui dormiva con la mamma, per non disturbare mio padre, che così dormiva da solo nella camera matrimoniale: mai saputo di chi fosse stata questa pensata e se fossero entrambi contenti della sistemazione.

5) La Rosina e le altre

Una casa così grande non avrebbe potuto essere “tenuta” dalle sole braccia della nonna (mia madre, come ho già detto, andava regolarmente a lavorare in negozio con mio padre) che già si occupava di tutto il settore alimentare, per così dire, cioè la spesa e la cucina. Stava spesso in casa anche per questo motivo, ma anche perché le piaceva stare con noi. Unica sua regolare uscita era quella per il ritiro della pensione alla posta: per festeggiare quei pochi quattrini che ritirava, passava in pasticceria e ci comprava le “brescianine”, delle deliziose pastine di mandorle e zucchero a velo. Qualche altra volta, soprattutto quando eravamo più piccine, ci portava in piazza, a mangiare le caldarroste, a vedere i carri mascherati, o qualunque altra cosa.

I lavori di casa, dunque, richiedevano la presenza di una “donna di servizio”. A quell’epoca era facile trovarne, ma anche perderne: dal ’47 al ’48 ne cambiammo 3: la Agnese, simpatica ma un po’ duretta con noi se facevamo dei malanni; la Olga, un po’ più menefreghista, e infine la perfetta Rosina. Era una donna sensibile, generosa, affettuosa; diventò subito una di famiglia (però andava a casa a dormire, a Selvazzano, dove vivevano la vecchia madre e il fratello down in una casupola da bambola che aveva comperato con l’aiuto di mio padre che le aveva fatto un prestito). Non aveva orari, veniva presto di mattina e se ne andava tardi la sera sempre in bicicletta con qualunque tempo. Con tutto l’affetto che le portavamo tutti (in particolare noi ragazzi), i miei ci ordinarono di darle del lei, in segno di rispetto, dicevano. Ed ancor oggi, le rare volte che ci vediamo, non sappiamo darle del tu.

Quando la mamma smise di allattare Mario, fu la Rosina ad occuparsene. E divenne “suo” figlio. Le si inumidivano gli occhi quando ne parlava, sembrava facilmente sciogliersi nella commozione per qualunque cosa. E Mario si innamorò di lei: fu grazie a lei che riuscì, a 4 anni, a superare la rigorosa dieta lattea che tenacemente conservava (forse per rabbia contro la mamma che, svezzatolo, lo aveva “abbandonato”?); volentieri stava con lei a casa quando noi “grandi” andavamo al mare anche per 20 giorni (si pensava che il mare avrebbe fatto male ad un bimbo così piccino). Purtroppo la Rosina aveva anche qualche problema di salute, per cui dovette curarsi in ospedale per lunghi periodi, durante i quali ci sentivamo del tutto persi. Ci furono delle sostitute alcune delle quali “caratteristiche”, ma non perché fossero ragazze di campagna. Ricordo la Emma, un po’ stupida, e, come scoprimmo in seguito, analfabeta. Rispondeva al telefono dicendo: Parla Pechinà; inoltre sosteneva con una certa sicurezza che il cognome Ferrari comincia per R. Era anche, come dire, poco onesta; dopo vari giorni di appostamento, la nonna, che era un volpone, si accorse che la Emma trafugava qualche genere alimentare, di poco conto, per carità, ma in queste cose valeva il principio. Dall’alto della scala a chiocciola che portava al seminterrato dove la Emma teneva la propria borsa, la nonna le gridò con tutta calma: “Ema, vorla portar su par piassère chee scatoéte de ton che ea gà in borsa?” e l’oligofrenica, come un bravo soldatino: “Subito signora!”. E non se ne parlò più. Fu lei a lasciarci, perché si doveva maritare. E poi ci fu la favolosa Teresa, una ragazza simpaticissima, brava e intelligente (purtroppo per noi ci lasciò per sposarsi), ma nessuna divenne, come la Rosina, una nostra parente. Alla fine, anche la Rosina ci lasciò definitivamente, e si sposò.

Dico “alla fine” perché, un po’ scherzando, un po’ perché era brava, buona ed onesta, le prospettavamo, (un po’ per scherzo, per prenderla affettuosamente in giro) dei buoni partiti come marito. Non ricordo chi fossero, ma uno in particolare mi restò impresso, tale Morechiato da Tremignon (non ne ricordo il nome di battesimo), meglio conosciuto come “queo de l’ojo” perché periodicamente ci riforniva appunto di olio buono, pare: non saprei dire come lo sapessimo, se era extravergine, ecc. Arrivava, diciamo una volta al mese, con una cartella logora, da cui estraeva con grande accuratezza e meticolosità, una per volta, quattro bottiglie da un litro e con un imbuto ne travasava il contenuto nei nostri vuoti. Niente di speciale, ma noi eravamo ogni volta incantati dal tempo che ci metteva: soprattutto alla fine di ogni bottiglia, restava per un tempo interminabile a versare le ultime gocce, ben oltre il momento in cui a noi, ad occhio nudo, la sua bottiglia sembrava assolutamente vuota. E nel frattempo chiacchierava: chi si ricorda di che cosa? Forse faceva il contadino e ci parlava del suo lavoro. Certo nulla aveva di appetibile e attraente per la povera Rosina: un tipo alla Fernandel per intenderci, ma senza umorismo né vivacità; il naso a patata un po’ rossiccio, labbra pronunciate, e soprattutto tanta noia che traspariva anche dal vestiario, sempre più pesante del necessario: cappottoni e cappello in inverno, giacche pesanti d’estate. Ma soprattutto mandava un’immagine di ontisia certamente a causa del prodotto che maneggiava. E noi a ridere con la Rosina, dopo che se n’era andato, pensando che vita avrebbe fatto con quell’uomo. Mi piacerebbe anche ricordarmi se lui avesse mai manifestato qualche intenzione seria nei confronti della Rosina, magari usando qualcuno della famiglia come intermediario.

Quando stava con noi ancora piccoli, magari mentre faceva dei mestieri, tipo stirare, che portano alla chiacchiera, la Rosina ci raccontava delle storielle-barzellette, o filastrocche, perfino (dato che aveva parenti in Francia e anche lei c’era vissuta da bambina) qualche canzoncina, in particolare una natalizia, in francese (il-est né le divine enfant…). Tra le filastrocche ne ricordo una di puro nonsense, per giunta sboccata:

Vago sul pulpito a predicare / grandi e pìcoi vegnime scoltare / la bocca del forno no manda più erba/ ea camiza dea Franca (o dea Paola) ze piena de merda.

Poi c’era un giochetto: lei stabiliva una situazione fittizia: il suo ginocchio era mio e il mio era suo: “Gòi da dar botte sul tuo o sul mio?” Con qualunque risposta si restava fregati, perché lei era libera di rifarsi alla situazione fittizia o alla realtà.

Altre volte le storielle erano basate sull’equivoco linguistico italiano/francese:

1) dal fruttivendolo un turista vede delle noci e vuole sapere come si chiamano: “comment s’appellent?” Il fruttivendolo: no, signore, non si pelano mica, bisogna romperle!

2) un turista ad un locale: “Parlez-vous français?” Il poveraccio non capisce. Il turista ripete senza successo la sua domanda, infine con grande sforzo chiede: parlare..francese? e l’altro, fiero di sè: Altroché! lo so come l’avemaria!

3) infine il tocco coprofilo: di notte un tizio, non potendo trattenersi, fa la cacca per terra, sotto un lampione; in giro non c’è nessuno, ma poi spunta una guardia (siamo in Francia) che esclama “Par bleu!”; e l’altro: “no, no, ea pare blè, ma ze ea luce del fanàe…”

6) Grantorto

Durante la guerra, la mia famiglia si rifugiò in campagna, a Grantorto, presso alcuni parenti di mio padre: i suoi cugini Erminia, Toni e Valentino, e “el nono Nane”. Anche in questa famiglia, direbbe mia nonna, tutti o quasi ne “avevano una rama”, in particolare lo zio Toni e Valentino: taciturni, lunatici, cupi, pronti a litigare furiosamente tra di loro per le solite questioni di soldi; la zia Erminia invece era sana e, dopo un primo periodo di ruspiaggine, si affezionò moltissimo a tutti noi e con lei mantenemmo un rapporto affettuoso per molti anni. Valentino era un uomo caratteristico, sempre vestito di nero, che certe volte veniva a Padova per chissà quali affari, o più probabilmente per farsi un giro, ed allora restava a pranzo da noi. Naturalmente sempre con un vestito nero in qualsiasi stagione (mi sembra che tenesse il cappello in testa anche a tavola); faceva degli strani rumori con la bocca nell’atto, come dire, di assaporare il cibo. Parole certo non ne diceva, e dava l’impressione che a malapena si rendesse conto di dove era e con chi.

Il nonno Nane non me lo ricordo molto perché morì presto, ma dicono tutti che era un buon uomo – a differenza del fratello Ménego che abitava nella casa accanto con la sua famiglia, spesso descritto come miscredente, bestemmiatore, cattivo ed egoista; morì molto vecchio ridotto ad una specie di bacchetto rinsecchito, come se la cattiveria lo avesse prosciugato e mummificato.

La zia Erminia era gobba e forse mi faceva un po’ senso, ma in fondo mi ci abituai. Aveva anche una strana mezza dentiera e le piaceva molto parlare – anche perché forse con i fratelli non c’era verso – intercalando il discorso in fitto dialetto simil-vicentino con tanti “goìto mi” ed anche una strana (per me) parola: “casta” che molto poco aveva di casto dato che era l’equivalente del “cassa” veneto, a sua volta eufemismo per “cazzo”.

Del periodo della guerra mi vennero fatti in seguito molti racconti: l’incubo del famoso “Pippo”, qualche incursione fallita di nazifascisti, con mio padre e gli altri uomini della famiglia che scappavano a nascondersi nei campi… ma non meno interessanti di questi racconti “epici” erano le vicende private di questa mega-famiglia. Alcuni flash ci facevano intravvedere la crudeltà dei contadini, nel modo, per esempio, di uccidere i gatti per mangiarli (Grantorto è vicino a Vicenza, e poi, in tempo di guerra…); poi c’era l’incubo di mia madre per l’arrivo giornaliero di una tizia, la signorina Tacchi, che le faceva delle iniezioni “ricostituenti” dolorosissime e in condizioni igieniche pietose.

A noi poi si unì, per alcuni periodi, la mia nonna paterna, la nonna Neni. Era di tutt’altra pasta della consuocera: nonostante fosse anche lei di origini modeste, si era per così dire fatta da sé e aveva creato, con buon fiuto per gli affari, quella piccola rete di negozi di abbigliamento che, come ho già detto, vennero dati ai figli e che fruttarono bene. Si poteva dire che era di condizioni benestanti e questo, come dire, le dava il diritto di sentirsi un po’ “più su”. Sicché, per esempio, si sentiva esentata dal lavoro pesante a Grantorto, dove ognuno si dava da fare, soprattutto, manco a dirlo, la nostra cara nonna Italia, incapace letteralmente di stare con le mani in mano. Anche quando le capitò la disgrazia di prendersi il fuoco di sant’antonio (herpes zoster), neppure questo la fermò, col dubbio (ora, da parte mia) che qualcuno ne approfittasse tranquillamente.

Comunque ebbero modo, le due donne, di confrontare le proprie “filosofie di vita”. Secondo quanto ci raccontò anni dopo la nonna Italia, l’idea della Neni riguardo all’allevare i figli (ne aveva avuti 5) era questa: ai figli bisogna sì volergli bene, ma guai a dimostrarglielo (altrimenti si rammollivano, penso); e la Italia, pela intimorita dalla “più su”, le diceva che, per carità, era semmai tutto il contrario, i figli devono sentirsi e vedersi amati. D’altra parte, i fatti sembrarono dar ragione alla seconda tesi se si guarda ai risultati: tre figli sostanzialmente equilibrati e sereni anche in mezzo alle traversie, da un lato; dall’altro, quasi tutti i cinque figli (si salvò forse solo mio padre) afflitti da un carattere introverso, anaffettivo, incapace di vera sensibilità verso gli altri.

Ma la nonna Neni che conoscemmo noi era già molto raddolcita dall’età e, negli ultimi anni, dalla malattia. Per cui sia di mia nonna Neni che del nonno Checo ho un ricordo affettuoso e decisamente positivo.

7) Parenti lontani

Con gli zii paterni avevamo, dunque, rapporti piuttosto radi e ben poco

affettuosi. Nonostante tutto presentavano qualche aspetto interessante. Per esempio, lo zio Nani – l’unico d’altronde a mantenere con noi un rapporto affettuoso, soprattutto in vecchiaia, quando si presentava la domenica mattina con dolci, stuzzichini e aperitivi vari a raccontarci  l’ennesima barzelletta grassoccia, o un pettegolezzo, o a portarci a fare un giro con la sua nuova auto – lo zio Nani, dicevo, era spiritoso: spesso si metteva a dare dei soprannomi, di solito feroci, ma sempre sul piano fisico, a chiunque. Un commesso del negozio era soprannominato Toni oci da vermi (con me bambina era invece complimentoso: mi chiamava Greta Garbo da picola), mentre una nostra lontana cugina, più che brutta “rovinata”, era detta: pua mastegà.

Lo zio Mario era invece un tipo da codice penale (adesso, ma allora erano

altri tempi). Era risaputo infatti che lui e la moglie, zia Giovannina, usavano picchiare i figli, tanto che una volta dovettero portarne uno al pronto soccorso. Venne fatta una denuncia e il giudice, una volta saputo che il ragazzo  presentava un trauma cranico in seguito alla bastonata del padre “Bravo!” esclamò rivolto a mio zio  “ce ne fossero di più genitori come lei!”

Poi c’era lo zio Toni, il primogenito, il “pilastro” della famiglia, che viveva a Milano – città mitica a quei tempi – con una donna (anzi varie, nel tempo) misteriosa e appartata. Si faceva vivo puntualmente qualche mese prima  di natale. Aveva infatti introdotto l’uso di regalare dei libri a noi nipoti, libri che per alcuni anni, fintanto che noi eravamo piccoli, erano scelti da lui, ma che quando diventammo più grandi ci chiese di scegliere personalmente. La distribuzione avveniva  durante la cerimonia degli auguri a casa dei nonni alla quale partecipavamo tutti, tranne la sua donna del momento, sempre tenuta nascosta. L’atmosfera, benché moderatamente allegra e festosa, aveva comunque, per come la vivevo io,  qualcosa di falso, come se fosse un atto dovuto: ricordo ancora il sorriso stereotipato in bocca allo zio Toni mentre ci consegnava questi benedetti libri. In fondo, a me che non amavo leggere, riusciva ingenerosamente fastidioso lo scervellarmi per trovare un titolo decente di un libro da farmi regalare.

Un giorno (papà era già gravemente ammalato, ma noi figli non lo sapevamo ancora) lo zio Toni ci invitò, a me e alla Paola, a trascorrere un paio di giorni a Milano, a casa sua. La cosa mi risultò un po’ imbarazzante per la scarsa consuetudine che avevamo con lui, ma prevalse la curiosità di vedere Milano durante le feste di natale. E infatti subimmo il fascino della piazza sotto la neve, della Rinascente, del cinema costoso. Lo zio infatti la sera ci portò a vedere “Lawrence d’Arabia” appena uscito nelle sale; al botteghino diede 5000 lire e ne ebbe di resto 500: 1500 lire un biglietto!

Che città ricca, e che zio ricco!

Ad un certo punto, quasi per paura di non essere un vero Beninca’  quanto a mancanza di sensibilità, ci “rivelò” che papà non aveva affatto un male “misterioso” e comunque non grave (che è quanto ci fecero credere a noi figli): era invece affetto da un tumore al fegato che gli dava nulle speranze di guarigione.  La mia reazione fu diversa da quella della Paola: io, stupita e angosciata, mi sforzai tuttavia di non dar peso alla rivelazione, probabilmente falsa, e di continuare la nostra gita spensierate. Mia sorella invece apprezzò l’uscita dello zio: finalmente qualcuno rompeva l’atmosfera pesante di silenzio che si respirava in famiglia e ci diceva la verità. Ma io mi chiedevo: perché quella rivelazione così brutale? Per rovinarci la vacanza?

Quando poi papà morì, circa 5 o 6 mesi dopo, lo zio Toni passò all’attacco. Di chi? Ma dell’anello più debole della catena, naturalmente: nostra madre. E la bottega di papà. L’idea era questa: liquidare la mamma con una pipa di tabacco, rilevare il suo negozio e inglobarlo in una specie di catena comprendente gli altri negozi Beninca’ di Padova che trattavano merce simile. Se non ricordo male, alla mamma veniva concesso di rimanere a lavorarci come dipendente. Un’idea camuffata da gesto di grande generosità: come poteva una povera fragile vedova poco più che quarantenne seguire la bottega, i figli, la casa? La mamma, pur annientata dal dolore, si dimostrò tutt’altro che fragile e naturalmente non ne volle sapere. Ma come: la bottega in cui aveva lavorato per più di vent’anni a fianco di mio padre? Gestita da loro due in modo volutamente autonomo, quasi una loro creatura? Chi poteva essere tanto insensibile da non pensarci? “Me la caverò con l’aiuto dei miei figli” rispose orgogliosamente. Ma gli zii (oltre a Toni c’era anche suo fratello Mario) non accettarono di buon grado la sconfitta: fu coinvolta, inutilmente, anche la Paola. La loro insistenza fu la miglior prova del fatto che si sarebbe trattato di un’iniziativa a loro favore: altro che gesto di generosità! Basta: la cosa andò per le lunghe, anzi non si concluse mai. La mamma si tenne la bottega che portò avanti anche con il nostro aiuto (poco, visto che eravamo impegnate con gli studi) e gli zii Mario e Toni ci tennero il muso “alla Beninca’” per il resto della loro vita o quasi: “p. a.” (per auguri) fu il testo del biglietto con cui lo zio Toni rispose all’annuncio di matrimonio inviatogli dalla Paola tre anni dopo il  “fattaccio”. Superfluo riferire il commento della nonna Italia.

8) Papà

Mio padre era il più piccolo dei figli. Non sentiva (o sentiva meno degli altri) di avere una grande predisposizione per il commercio; per di più lo considerava un lavoro troppo precario e ansiogeno, sicché per esempio sconsigliò sempre noi figli dall’intraprendere la sua stessa strada e ci esortò spesso a farci una posizione più soddisfacente e sicura con lo studio. Era invece portato per la musica. Gli piaceva ascoltarla e suonarla. Aveva cominciato a suonare il violino e continuò a farlo fino alle soglie del diploma. Non ho mai saputo che cosa lo fermò; le versioni sono due (e forse entrambe vere). Secondo la prima, a bloccarlo fu l’idea dell’esame: era un uomo timido per certi versi, e l’idea di esibirsi gli era forse intollerabile. Secondo l’altra versione, il fatto che lo studio lo esentasse dal lavoro lo faceva sentire un privilegiato di fronte agli altri fratelli. Ad un certo punto, spontaneamente o spinto dalla famiglia, rinunciò alla musica e si prese cura di un negozio “Alla Palanca” in piazza delle  Erbe..

All’età di circa 22-23 anni conobbe mia madre (che ne aveva 15) e se ne innamorò, ricambiatissimo. Fu da subito un amore contrastato dalle famiglie – quella di papà era diffidente verso una ragazzina così giovane e per di più povera; “ma soprattutto la nonna era contro di me perché non mi aveva scelta lei” racconta oggi mia madre. E così lei e mio padre si vedevano di nascosto: appena la nonna lasciava il negozio (alle 19), mia madre si intrufolava dentro a “prelevare” papà e poi tornavano a casa insieme. Una sera, per caso, la nonna li colse sul fatto: sul momento non disse nulla, ma qualche giorno dopo, incontrando mia madre sola  per strada, la fermò e la trattò in così malo modo  che mia madre, così timida com’era, trovò la forza di reagire: “lei può far quello che vuole, ma io e Bruno continueremo a vederci”. Girò sui tacchi e se ne andò lasciando la nonna senza parole. Tremava tutta, e, per consolarsi, tornando a casa si comprò un cabarè di “spumilie”. Questa caparbietà, ed anche questo coraggio, dovette far colpo sulla nonna Neni, perché di lì a poco offrì a mia madre un posto di commessa al negozio. Papà e mamma non stavano in sé dalla gioia. La mamma indossò un camice nero con collettino bianco, come tutte le altre, ma doveva essere particolarmente carina se un giorno un vecchio amico di famiglia le disse: “che bel collettino!” e la nonna Neni soggiunse incredibilmente: “e che bel musetto, no?”

D’altra parte la famiglia di mia madre, soprattutto nella persona del fratello maggiore Mario, facente le funzioni di padre – era altrettanto diffidente verso questo giovanotto che, a quanto ne sapevano, forse con mia madre voleva solo divertirsi. Ma come tanti amori ostacolati, anche questo fiorì e prolificò: si sposarono nei primi anni ’40 e dopo uno o due aborti spontanei (che fecero temere a mia mamma di non poter avere bambini), grazie all’ottimismo e ai consigli della famosa levatrice Angelina, nel giro di 2 anni ebbe due figlie – mia sorella Paola e me.

Mia mamma, come ho detto, era innamoratissima di mio padre, che d’altra parte era davvero un bell’uomo: fino ai 30-40 anni (poi si appesantì un po’) era asciutto, aveva un bel viso luminoso e sorridente che faceva intuire un carattere equilibrato, sereno e allegro. Questo però lo si vede solo dalle foto. Nella realtà le cose erano diverse: forse con il passare degli anni e l’aumento delle responsabilità e dei problemi, sviluppò un carattere più lunatico, capace di “tenere il muso” per giorni e giorni quando pensava che qualcuno (chiunque di noi) avesse fatto qualcosa di male. E in quei giorni il suo umore faceva scendere un silenzio opprimente ed insopportabile in tutta la casa. Poi, a poco a poco, gli passava. Spesso  noi figli non sapevamo nemmeno la causa dei suoi malumori, in quanto riguardavano i rapporti con mia madre, discussioni su argomenti che noi non potevamo conoscere in quanto si svolgevano privatamente – in negozio per esempio. E nessuno di noi aveva mai il coraggio di chiedere a mia madre che cosa fosse successo; forse perché eravamo sicuri che comunque non ci avrebbe dato alcuna risposta; se mai faceva qualche confidenza, la faceva a mia sorella, più grande, più “donnetta”.

Ma un fatto, che si verificava ogni tanto, accadeva sotto i nostri occhi e mandava mio padre in bestia (non usò mai le maniere forti, però, né con noi né con la mamma): pur andandosene via dal negozio a piedi un bel po’ prima della chiusura, per non girare per le strade al buio, la mamma  arrivava a casa dopo di lui. Noi sapevamo che quando succedeva questo eravamo sull’orlo di un baratro (non esagero: io piangevo sempre disperata con gli occhi fissi sulla sveglia), ma non sapevamo, almeno noi bambini, che cosa passasse per la testa di mio padre, perché se la prendesse tanto. Solo molti anni dopo la mamma ci spiegò che era una specie di gelosia: mentre lei a volte si attardava con sua sorella, il cui negozio era di passaggio (e spesso più che futili chiacchiere erano sfoghi della mia povera zia Elda malmaritata e piena di problemi), mio padre, che passava al bar “Da Silvio” nel ghetto per due chiacchiere con gli amici e un’ombretta, si immaginava chissà che cosa di quella povera donna di mia madre. Probabilmente era anche paura di ciò che potesse dire la gente: una donna giovane e bella sola per la strada a quell’ora! Ricordo che la lunga scampanellata di mia madre metteva fine alla mia angoscia, se avveniva prima dei due colpetti di campanello di mio padre. Certe volte tornavano insieme, con lei seduta sul palo della bici: che sollievo!

Anche nel rapporto con noi figli non sempre filava tutto liscio, in quanto le cose che noi facevamo e dicevamo non si sapeva mai con sicurezza che reazioni avrebbero provocato in lui. Il difetto che più gli rimproveravo (in pectore) era quello di trasformare in litigio una situazione, un’attività che era partita in allegria o per lo meno in serenità. C’era poi il discorso eterno degli obblighi e dei divieti, ma chi ne soffriva di più era mia sorella, che teneva molto alla propria libertà, sia per una questione di principio, sia perché aveva una vita sociale a cui non voleva, giustamente, rinunciare. Io invece, più accomodante, con pochi amici e con meno pretese, solo in un paio di (memorabili) occasioni soffrii veramente per un permesso di uscire negato: ne soffrii così tanto che la Paola si impietosì e per cercare di tirarmi su mi regalò una camicetta di seta.

Legata alle arrabbiature con papà è anche un’immagine più lontana, che ancor oggi mi commuove. Eravamo in montagna, eravamo in litigio con papà noi figli per non ricordo quale stupidaggine, e stavamo cenando. All’improvviso, dalla radio dell’albergo sempre accesa si sente suonare una canzone tedesca (ma tradotta anche in italiano) allora in voga, dedicata ad un papà: “O mein Papa”. Io mi commossi fino alle lacrime, sicché mangiavo lacrime e minestra, ma riuscii a non farmene accorgere da nessuno.

Papà morì in una giornata di maggio piena di sole. Era da tempo ammalato, ma la mamma ci tenne fino all’ultimo all’oscuro della gravità della malattia, per non impressionarci forse, anche se noi figlie avevamo una ventina d’anni per una. Fatto sta che raggiunse il paradosso: il giorno che ebbe dal medico la diagnosi sfavorevole (lo ricostruii poi) andò dal parrucchiere per cercare di “mascherare” il suo volto affranto. Certamente chi ne soffrì di più fu lei: si sentì persa, lei, una donna, con la responsabilità di mantenere tre figli ancora non autonomi. Eppure riuscì a mandare avanti il negozio con successo, lasciando di sasso parenti malevoli ed invidiosi che avrebbero voluto che si ritirasse a vita privata lasciando a loro la bottega.

Ma del funerale, delle visite di parenti affranti non so nulla: infatti, su consiglio di non so chi, io e mio fratello (che aveva 13 anni) fummo prelevati dallo zio Mario che ci portò per qualche giorno a casa sua. Da un lato fu per me un sollievo staccarmi da quell’atmosfera cupa di casa mia; dall’altro però, ripensandoci negli anni successivi, mi sembrò strano essere stata trattata più come una bambina dell’età di mio fratello che una donna dell’età di mia sorella.

9) Torture e fastidi

Naturalmente gli attriti con papà, quelli seri, cominciarono nell’adolescenza. Prima di allora, non ricordo che ci fossero scontri o contrarietà forti. Piuttosto la nostra insofferenza riguardava la mamma e il modo in cui ci costringeva a vestirci, anzi la quantità di vestiti che ci faceva indossare per ripararci nella stagione fredda, che andava da ottobre a Pasqua grosso modo. Dovevamo indossare, nell’ordine: maglia di lana con maniche lunghe, panciera di lana, sottoveste di flanella con una specie di elastico interno a cui si dovevano abbottonare le calze, maglioncino e gonna o vestito di lana intero, calze lunghe di lana. Questo per casa. Per uscire c’erano le seguenti aggiunte: un paio di scalfarotti di lana da indossare, rivoltati, sopra le calze, scarpe imbottite di pelo, cuffia rossa mefistofelica con cucita sciarpa dello stesso colore, cappotto di lana con interno di pelo, sciarpa supplementare da arrotolare intorno a naso e bocca. Con tutto ciò eravamo sempre malate. Questo vestiario, che non poteva essere messo in discussione, ci faceva letteralmente soffrire, sia per la ridicolaggine del tutto, sia per quel senso di infagottamento che ci impediva perfino di muoverci con disinvoltura. Figuriamoci con quanta gioia aspettavamo e salutavamo la bella stagione! Lo risento perfettamente vivo il senso di tepore profumato della primavera, quando potevamo buttare via un po’ di cenci e passare ad un cappellino di velluto marron che a me piaceva tanto, oppure al basco (che invece non mi piaceva), ai calzettoni (e poi ai calzini corti) con scarpe a mocassino (e poi sandaletti “con gli occhi”, bianchi, che venivano ripassati con una polvere bianca ogni volta che li dovevamo indossare). Era una sensazione di rinascita, che sento ancora adesso.

Altre due “usanze” ci davano sui nervi. Una era l’arrivo periodico in casa del barbiere, signor Lenzi, che faceva, si capisce, le solite chiacchiere da barbiere; in particolare ogni volta mi chiedeva come mi chiamavo: “Franca? e sei sempre franca come dice il tuo nome?”; una barba! Inoltre ci tagliava i capelli in un modo che non ci piaceva affatto: sfumatura alta sulla nuca, forcina che ci teneva fermi i capelli sulla fronte: naturalmente su indicazione della mamma.

Poca pazienza avevamo anche con la povera nonna Italia che a volte ci confezionava dei grembiulini, o delle sottane per casa (aveva una bellissima SINGER a pedale), e sbuffavamo, brontolavamo durante le prove, e lei diceva: “Ve ne profitè parché so mi, se ghe fusse na vera sartora…”

10) Il cibo

Di tutto quanto riguardava il cibo, se ne occupava la nonna. Ogni mattina, tranne che negli ultimi anni in cui visse con noi, partiva con la sporta in mano per attraversare la strada dove c’era el casoin, el becaro e il fruttarolo. C’era qualche volta una sottile, piccola rivalità tra la nonna e la mamma riguardo agli acquisti alimentari; ad esempio, ogni tanto la mamma diceva: “lassa stare che el prossuto (o i formaggi, ecc.) lo compro mì da Giorgio in piassa…che el zé più bon.” La nonna mica si offendeva, accondiscendeva senza problemi. Questo discorso mi fa venir in mente che, a memoria mia, la nonna non si offendeva mai. Certo, poteva starci male a sentirsi trattare bruscamente (e dio sa quanto spesso succedeva…), ma magari se ne lamentava con noi (che però avevamo a volte la stessa cattiva abitudine), oppure se ne usciva con frasi melodrammatiche (dette però con leggerezza) del tipo: “go caro che no me voì ben, cussì co moro no pianzì!” Ma non teneva il broncio, non sapeva nemmeno che cosa fosse. Davvero era la più bella persona della nostra famiglia.

Ma, per tornare al cibo, la nonna si occupava dell’intero “settore”, cioè la spesa e la cucina. Nessun altro faceva da mangiare, salvo sporadicamente la mamma che, qualche domenica sera, si metteva a preparare un sugo molto semplice (olio, cipolla e pomodoro) per la pasta che mangiavamo tutti. La nonna lasciava fare, né dimostrando sollievo per la “vacanza”, né intromettendosi nel lavoro della figlia; insomma, niente. Di sera, poi, per cena, lei si preparava un tazzone di caffellatte col pane inzuppato, e del sugo di mia mamma non gliene fregava proprio per niente. Col passare degli anni anche mia sorella ed io cominciammo a preparare, ogni tanto, dei cibi un po’ diversi da quelli della nonna: il pasticcio bianco con la besciamella, certi grossi gnocchi verdi alla ricotta e spinaci (credo); inoltre la Paola qualche pomeriggio preparava una crostata con la marmellata ed invitava i soliti amici per un tè. Ma i piatti quotidiani li preparava sempre la nonna: di solito spaghetti o altra pasta col ragù, oppure risotto con varie verdure, “broetòn” di verze, che io odiavo per via della puzza; per secondo spezzatino in umido, ozeéti scampai con la polenta, cotolette… piatti semplici e, se vogliamo, un po’ monotoni, ma a noi piaceva così, era rassicurante ritrovare di volta in volta il solito piatto, i soliti contorni (soprattutto a base di patate), i sapori familiari, insomma. Io ero particolarmente schizzinosa da piccola, ma quando un piatto mi piaceva, ne andavo davvero matta. Non mangiavo però nessun tipo di pesce (questo a partire dai 5-6 anni, chissà perché) ed allora, senza crudeli imposizioni, mi si preparava qualcosa di diverso il venerdì, quando rispettavamo il precetto. Ricordo che, interrogata sui miei piatti preferiti da qualche conoscente, risposi senza esitare: “pastassutta e poenta e tocio”.

Ma questo lungo preambolo sul cibo mi serve per introdurre il “caval di battaglia” della nonna: gli agnolotti. Che non si creda che si trattasse dei soliti sedicenti agnolotti, quelli che si trovano già confezionati al supermercato, al prosciutto, alla carne, alle verdure…No, si trattava proprio degli agnolotti della nonna, la cui ricetta essa aveva portato dal Piemonte, e che avevano un ripieno (e un “contorno” in senso figurato) unico ed inimitabile. Data la loro laboriosità, ed anche per renderli più “preziosi”, si mangiavano solo a Natale/capodanno, con replica (ma non sempre) a Pasqua. La loro preparazione cominciava vari giorni prima (anche perché la nonna in tutte le circostanze amava fare le cose con calma e per tempo): si comprava la carne per il ripieno: carne di manzo che veniva poi fatta “andare” a lungo col condimento di pomodoro, trasformandosi così in “pastissà”; poi venivano cotte delle verze con condimento ristretto, poi ancora del riso in bianco: tutti questi ingredienti (e altri ancora, probabilmente) venivano poi mescolati insieme e “ciapilà”, cioè amalgamati, con la mezzaluna e non con il tritacarne che nemmeno possedevamo. Poi, con l’aiuto della Rosina, quando c’era, si preparava la sfoglia e con infinita pazienza venivano “costruiti”, uno per volta, questi famosi agnolotti: si disponevano su una superficie piana nella stanza più fresca della casa, e infine, dopo questo lungo lavoro, venivano fatti fuori in quattro e quattr’otto il giorno di Natale e, se bastavano, a Capodanno.

Anche la mamma in tempi più recenti si cimentò in questo campo, direi con ottimi risultati. Solo che,diventando la famiglia sempre più grande, diventa sempre più lungo il tempo (e la fatica) di preparazione. Ma è sempre una festa più speciale, quando ci sono loro.

Erano tanti i cibi che io non sopportavo. Ho già detto del pesce, ma non mangiavo nemmeno le verdure. In particolare le verze. Non riuscivo a capire come si potesse mangiare un cibo così puzzolente che faceva sembrare l’intera casa un immenso cesso. Il dramma era quando, di sabato, si verificava questa coincidenza: visita del mio moroso Franco D. (di cui parlerò in seguito) e cottura delle verze per la domenica. Ero molto timida e non ebbi mai il coraggio di dire a Franco, che so, “lo senti che puzza fanno le verze?”, riuscendo così a sdrammatizzare il problema. Al contrario, facevo di tutto perché la puzza rimanesse racchiusa in cucina; impresa disperata perché l’odore era molto forte e incoercibile. Allora, in modo perentorio, ordinavo a tutti di tenere sempre chiusa la porta della cucina, e, cercando di raggiungere la perfezione, infilavo dei batuffoli di cotone nel buco della serratura. Il tutto, ovviamente, non serviva a niente. Continuai a ricevere Franco ogni sabato pomeriggio nella casa inondata dalle verze. E non ne parlammo mai.

11) Svaghi e villeggiature

A parte qualche intemperanza ed insofferenza, come ho detto, avevamo un discreto rapporto con i nostri genitori, o almeno io. C’è da dire che non ci si vedeva poi tanto: entrambi stavano al negozio di via Roma per tutto il giorno, di ferie a Natale o a Pasqua non se ne parlava nemmeno, sempre per via della bottega; facevamo solo vacanze estive: di solito, a partire da una certa età (7-8 anni) io, mia sorella e mia madre stavamo 20 giorni al mare e 1 mese in montagna. Ma quando eravamo più piccole e Mario non era ancora nato, si andava in un albergo sui colli, a Teolo; non ci si faceva granché, non ricordo che si facessero passeggiate né tantomeno escursioni: si chiacchierava con i villeggianti in un giardino con delle aiuole di fiori alti e rossi, molto comuni, ma di cui non conosco il nome. E poi mi ricordo il triciclo. Non era mio, naturalmente, ma di un bambino che me lo prestava: in alcune foto si vede me a bordo di questo desideratissimo giocattolo che probabilmente spostavo trascinando i piedi per terra e non pedalando (avrò avuto 2 anni).

Un’altra meta (solo domenicale, però) era ancora Grantorto, dove vivevano tre fratelli, a cui ho già accennato: Valentino, Toni ed Erminia. Li chiamavamo “zii” , in realtà erano cugini di mio padre. Io ero sempre molto felice di andare in quella bella e grande casa di campagna (dove, come ho detto, eravamo vissuti per lungo tempo durante la guerra), specialmente quando la zia Erminia ci invitava a pranzo, e poi ci convinceva a trattenerci per uno spuntino anche la sera. Il pranzo (non più di una o due volte l’anno) aveva un menu praticamente sempre uguale, ma era quello il bello: minestrina di brodo con tagliatelline e pezzetti di fegatini di pollo, per secondo gallina bollita con patate e verdura. Spesso, come dolce, anche quando andavamo solo al pomeriggio, la zia ci preparava il “salame” di biscotti sminuzzati e imbevuti di burro e cacao ai quali veniva data, appunto, la forma di un salame che veniva poi tenuto al fresco per ore: quando era pronto lo si tagliava a fettine. Lo zio Toni ne era così ghiotto da mangiarne qualche fetta insieme all’insalata, condita con olio e aceto. La cenetta serale invece consisteva sempre in fettine di salame (vero!) ripassate al burro e polenta abbrustolita. Dopo pranzo si andava a fare quattro chiacchiere sull’aia. Noi ragazzi magari si andava in giro per i campi, lungo la “rosa”: “Stè tenti a no cascare nea rosa!”, un fossato dove ad una certa ora del pomeriggio arrivavano disordinate e frettolose le vacche. Mi piacevano le vacche, e anche l’odore di letame così diverso da quello che si sente oggi. Quando arrivavamo, una delle prime cose che volevamo vedere era la stalla, poi le galline, l’orto con le zucche e le angurie… Che atmosfera straniata, che sensazione sentirsi immersi in un mondo così diverso dalla vita normale, che veniva come tenuta in sospeso, senza rimpianti, ma anche con la contentezza di non averla persa per sempre, ma soltanto per una bella giornata. Come dire: che bene si sta qui, che bello che stasera ritorniamo a Padova. In fondo una forma totale di felicità, senza nostalgie né malinconie.

La casa di Grantorto, come ho detto, era bella e grande come le vecchie case di campagna: una sala all’entrata, su cui si aprivano varie porte: cucina, due cantine a pianoterra (una per i salami, l’altra per il vino clintòn), una sala da pranzo. Si saliva al 1° piano: analoga disposizione, intorno ad una sala centrale, di 4 camere da letto. I pavimenti erano di legno e mi pare di sentire ancora il rumore dei passi stando al pianoterra. Ancora più su, una scaletta portava al granaio passando per una botola a forma di porta, non so spiegarlo meglio. Nel granaio c’era davvero il grano che si poteva toccare e giocarci come con la sabbia al mare; tre o quattro finestrine (il soffitto era mansardato) permettevano di guardare, non visti, giù nell’aia, cosa che divertiva molto noi ragazzi. Non c’era l’ombra di bagno: per lavarsi, ogni stanza aveva una brocca ed un catino con un asciugamano di cotone con le frange; per andare al cesso (di giorno, perché di notte si usava il pitale) si doveva uscire nel frutteto dietro casa, dove c’era una specie di casotto con porticina, e scaricare le deiezioni in un buco per terra. Tutti questi particolari della vita a Grantorto sono, per così dire, di prima mano: infatti io e la Paola, quando avevamo una ventina d’anni, passammo lì una settimana per la vendemmia.

Oltre a queste visite a Grantorto e l’altra uscita annuale per andare a casa della Rosina a pranzo o a cena (accadeva di solito in settembre o ottobre), capitava altre volte, finché eravamo ancora abbastanza piccoli, di andare per trattorie. Ricordo qualche località: Villaguattera, Camin, dalla Pasquina…; salivamo tutti sull’Ardea (a volte invitavamo anche la zia Elda col marito, che in fin dei conti era un brav’uomo: mia madre però sostiene che era tutta apparenza), oppure la nonna Neni e il nonno Checo: come facessimo a starci tutti, mistero). Queste gite erano pomeridiane: non si pranzava né si cenava. Si mangiava della soppressa o del salame col panbiscotto o con la polenta, e uova sode. La nonna Italia, sempre buongustaia e di solido appetito, a volte esagerava, e una volta le venne una colica intestinale e finì all’ospedale tra lo sgomento di tutti. Ma si rimise presto: “Ventisinque ovi duri, dotore!” ripeteva al medico curante (e il numero cresceva ogni volta); era fiera di queste sue prodezze e della sua forte tempra. D’altra parte la sua filosofia di vita era: “e paroe fa mae, no el magnare!”

Un altro ricordo a proposito di queste gite in macchina ha ancora una volta a che vedere con gli strani pudori della nonna. Bisogna sapere che aveva il “vizio” di fiutare il tabacco, ma se ne vergognava, soprattutto di fronte a mio padre che lei si illudeva che fosse all’oscuro della faccenda. In macchina, seduta dietro, si sentiva libera di “procedere”, non sapendo dell’esistenza dello specchietto retrovisore. Celebre una frase di mio padre, che aveva una certa abilità nel parlare pronunciando le sillabe a rovescio: “Toghe tosvi ‘l sona?” (Gheto visto el naso?) che ci fece sghignazzare senza che la povera nonna ci capisse nulla.

Per puro caso, è legata al ricordo delle trattorie (perché lì si è verificata per la prima volta) la strana malattia della mamma. Dico semplicemente “strana”, ma ci gettò più volte nella disperazione. Si trattava di mancamenti, di perdita di sensi per poco tempo; poi si riprendeva. Non si capiva cos’era: i grandi “luminari” della scienza padovana fecero varie ipotesi e prescrissero altrettante cure, ma senza grande successo. Che cosa fosse in realtà, ha ora poca importanza, e non lo saprei nemmeno dire con sicurezza; ma fu importante per le dinamiche famigliari. Quando ritardava alla sera, all’angoscia solita si aggiungeva una ulteriore apprensione: “Che ghe sia vignù mae?” diceva la nonna, incapace di nascondere le sue paure (“casotona” la chiamava affettuosamente suo figlio Mario); ma d’altra parte ne venne un vantaggio, almeno per alcuni periodi: il papà era più tenero con lei, ci pensava tre volte prima di farla agitare. Alla fine (il periodo durò qualche anno: andò anche da un chiropratico) qualcuno le diede una cura seria e non ebbe più nessun attacco.

Tornando alle vacanze, un anno andammo in montagna a Folgaria. La mamma era incinta e noi, al solito, facevamo poche passeggiate, questa volta all’interno dell’albergo che aveva un parco (si chiamava infatti “Pensione al parco”) che io credevo senza fine; comunque sia nessuno di noi bambini piccoli si avventurava mai fino alla recinzione finale che doveva, per forza, esserci. Ricordo che una volta mi ritrovai da sola quasi in fondo e che in quel momento vidi, vicino alla rete, una macchia scura che mi spaventò al punto che me ne tornai di corsa dagli altri e raccontai, affannosamente ma anche un po’ teatralmente, quanto mi era successo, fiera della mia avventura. Un altro ricordo riguarda mio padre e ciò che sentivo per lui. Mio padre era un tipo spiritoso e una volta disse delle cose buffe a un gruppo di bambini che ridevano e ridevano. Alla fine io, fiera di lui, asserii con un tono lezioso: “E’ sempre così mio papà!”. Ma la frase non ebbe l’effetto sperato, cioè di suscitare un po’ di invidia nei miei confronti, così fortunata ad avere una padre così piacevole. No, divenni io, involontariamente, il centro dell’attenzione e la cosa non mi piacque per niente: quella frase suscitò l’ilarità generale e fu citata a lungo con tenerezza e simpatia, ma io mi sentii, come sempre, presa in giro.

L’anno successivo, con Marietto piccolo, andammo in una casa privata (prima ed ultima volta) a Castel Tesino. Qui l’avvenimento che caratterizzò il soggiorno, e non solo nei miei ricordi, fu la mia caduta a terra da un piccolo dirupo. Tragedie a non finire. Io persi i sensi, ma mi feci un’insignificante taglio (5 o 6 punti) al mento e passai, questo sì, qualche notte insonne per il dolore. Ma invece che essere considerato un episodio frequente e banale, tipico di una villeggiatura, dove si è più “scatenati” e avventurosi, divenne il simbolo della vacanza tragica.

Comunque, la mamma in montagna si divertiva poco: non sapeva cosa farci fare, le montagne intorno le davano un senso di oppressione, spesso pioveva…insomma non vedeva l’ora che, dopo 3 settimane di permanenza, venisse su nostro padre e prendesse lui in mano la situazione. E allora si organizzavano delle gite, in macchina se il tempo era incerto, oppure a piedi (delle vere e proprie escursioni facili, di tutta una giornata), se il tempo era bello. A queste escursioni la mamma non partecipava. Credo che per lei fossero i momenti più belli: tranquilla, i figli a posto che si divertivano col papà, qualche chiacchiera con i villeggianti.. Una giornata tutta per sé, finalmente. D’altra parte io (ma penso anche i miei fratelli) ho veramente un ricordo di divertimento in queste gite, fin dall’ora antelucana in cui dovevamo svegliarci, equipaggiarci per bene con calzettoni, pedule, maglioni, un bastone con la punta, lo zainetto con provviste o altro. Un po’ ci si stancava, ovvio, ma mio padre era molto comprensivo e si divertiva anche a seguire il nostro ritmo che, specialmente quando cominciò a parteciparvi Marietto, era un po’ lento. Ed il ritorno era magico: la mamma ed altri villeggianti che ci aspettavano e ci chiedevano: mi sentivo un’eroina, come se avessi scalato l’Everest.

Ad un certo punto (diciamo a metà degli anni ’50) cominciarono, come ho detto, le vacanze al mare, a Jesolo. Ci veniva solo la mamma (mio padre odiava il sole) che ci stava molto bene e si rilassava. Io invece, nei confronti del mare avevo un atteggiamento di grande ambivalenza. Mi procurava una grande gioia la prospettiva della vacanza, mi sembrava che ci fosse un’atmosfera di allegria e vivacità. Poi però, quando ci arrivavo, cominciavano le prime difficoltà: tutto mi procurava ansia, cioè tutto ciò che concerneva lo spogliarsi e l’entrare in acqua. Ovviamente non sapevo nuotare e devo dire che nessuno in famiglia mai ci incitò ad imparare. Così il bagno era una “croce e delizia”: una violenza subita quella di dovermi spogliare mettendo in mostra le mie bruttezze di preadolescente magra e sgraziata (mia sorella, al contrario ben dotata, un giorno mi disse: visto che non hai petto, potresti startene in slip!), altrettanto mi faceva soffrire l’entrare nell’acqua fredda; solo dopo che mi ero acclimatata cominciavo a divertirmi un po’, anche perché il peggio era passato. E quando la mamma (che non entrava quasi mai in acqua) dalla riva, dopo i tassativi 20 minuti di bagno, ci faceva segnali con le braccia pronta ad accoglierci con gli accappatoi asciutti appena avessimo messo piede sul bagnasciuga, era per lo più un momento di sollievo e non di disappunto. Mi piaceva anche il fatto che, d’abitudine, il pomeriggio, dopo l’odiato sonnellino, non si ritornasse in spiaggia: mi sembrava che anche per quella volta ce l’avessi fatta e che da quel momento tutto fosse più facile. In realtà, poi, il pomeriggio si rivelava noioso: ci si vestiva da città, si faceva una passeggiatina per il paese (non ancora diventato la bolgia che è oggi), si prendeva il gelato o una bibita, e così si tirava sino a cena.

La mamma, invece, stava sempre bene al mare: faceva le sue conoscenze che ritrovava spesso l’anno successivo, visto che c’era la tendenza ad andare sempre nello stesso albergo. Per alcuni anni andammo alla Casa Bianca di Jesolo (tuttora il più bell’albergo del paese), poi, anche per risparmiare, si cambiò e si andò al Vidi per vari anni. Qualche volta le capitava, bella ed elegante com’era, di ricevere complimenti da qualche ospite o dal personale dell’albergo. Ricordo in particolare un giovane barman della Casa Bianca che a volte sembrava, a me bambina, che le facesse la corte. In realtà faceva solo un po’ il galante, ma io mi preoccupavo molto, temevo per papà, che sentivo tradito, e poi, la domenica successiva, quando papà stava con noi tutto il giorno, capitava di essere serviti dallo stesso barman ed io mi chiedevo: ma come fa la mamma ad essere così tranquilla e disinvolta mentre ci sono tutti e due?

Nonostante tutto, ho anche molti piacevoli ricordi di queste vacanze al mare, anche se dovevo sempre fare i conti con la mia timidezza che faceva sì che “mi accodassi” alla compagnia di mia sorella (molto più disinvolta e socievole di me), senza avere rapporti di amicizia “tutti miei”.

Io cominciai ad avere rapporti balneari “miei” a 15 anni. Dopo una vacanza scolastica a Londra, ritornai a Padova mentre la mamma, la Paola e Mario erano già al mare; così, dopo una giornata di riposo, mio papà prese l’Ardea e verso sera mi accompagnò a Jesolo. Fu un momento magico: io ero diventata, cosa rara, interessante per quello che potevo raccontare (e già questo era molto piacevole), ma interessanti erano anche alcuni amici che nel frattempo si era fatta la Paola: Gianfelice Farini, della mia età; un certo Angelo De Bona, più grande e bellino; un grazioso e simpatico tedesco di Augsburg, tale Wolfram, anche lui della mia età, che parlava un ottimo italiano. Questo il nucleo fondamentale. Ad un certo punto cominciai ad avere dei rapporti per così dire autonomi: ricordo un cinema a cui andammo con la nostra “compagnia”: io ero seduta accanto a Gianfelice e presto mi accorsi che timidamente aveva appoggiato il braccio sul mio schienale e con le dita mi sfiorava la spalla. Ero emozionatissima, ma non feci, ovviamente, nulla. Qualche altro contatto fisico ci fu con questo ragazzo in spiaggia, un tenersi per mano per entrare in acqua o cose del genere: nulla più. Uno più timido dell’altro. Eppure Gianfelice mi piaceva, facevo delle fantasie su di lui, e penso che anche lui fosse attratto da me; ma quando arrivò il momento di andarsene ci salutò con una cordiale stretta di mano (forse ci fu anche uno scambio di indirizzi – era di Milano – che però non furono mai utilizzati), e chi s’è visto s’è visto! Infatti non lo vidi più. Ebbe un brevissimo seguito invece la conoscenza con Angelo, che era più grande, più uomo, ma non mi suscitava nessun interesse, pur essendo un bel ragazzo. Mi pare che lui ripartì presto, ma mi scrisse una lettera, non ricordo se al mare o all’indirizzo di casa. Era, praticamente, una lettera d’amore; diceva che ricordava la tenerezza con cui una volta mi aveva preso per mano (arridaje!), che voleva conoscermi meglio, che gli scrivessi fissando una data per vederci. Lui era di Conegliano e lavorava in un bar. Forse fu il mio snobismo verso uno che faceva un mestiere modesto, che non era e non sarebbe mai stato un “intellettuale”: fatto si è che la sua lettera mi irritò. D’altronde era il periodo in cui la mia autostima era così bassa che era più facile che mi prendessi una cotta per uno che non mi cagava neanche che accettare le avances da un ammiratore. Sentimenti contraddittori. Mi pare comunque che non gli risposi nemmeno e che la cosa finì lì.

Un paio d’anni dopo, sempre nello stesso albergo al mare, conobbi ed ebbi un breve flirt con Giuliano, un ragazzino di 14 anni (io ne avevo 17: ho sempre avuto una certa predilezione per uomini e ragazzi più giovani): ricordo romantici balli al chiaro di luna sulla spiaggia, passeggiate mano nella mano, cinema; il tutto molto casto: non ci fu nemmeno un vero bacio. Ma Giuliano era bello (biondo con splendidi occhi azzurri) e spiritoso ed era difficile rimanere insensibile al suo fresco fascino.

12) Io e la Paola: rivalità ed intese

La storia degli amori balneari (e non solo: qualche mese dopo conobbi Franco D. ed ebbi una storia con lui) “riequilibrò” in qualche modo il mio rapporto con mia sorella Paola. Fin dalla nascita si può dire, sentii fortemente la sua superiorità su di me: lei era più grande (fatto indiscutibile ed irrimediabile), godeva di maggior considerazione e stima da parte di tutta la famiglia, aveva facilità a fare amicizia e a rendersi amica “preziosa” e ricercata, era considerata giudiziosa e assennata; insomma io le invidiavo tutto e nulla di me poteva essere oggetto di invidia da parte sua. Per cui cercai, per lo più inutilmente, di inseguirla. Quando lei cominciò ad andare a scuola feci di tutto (riuscendoci) per imparare a leggere e a scrivere anch’io che avevo 4 anni: mia nonna mi cucì una cartella di pesante stoffa nera che mi era tanto cara e dove tenevo i miei quaderni, e così in breve tempo imparai a leggere e scrivere come Lei. Quando cominciai ad andare a scuola, però, la mia maestra non fu affatto contenta di ciò, diceva che questa capacità un po’ precoce avrebbe potuto pregiuducare un serio e guidato metodo di lavoro. Non ho mai capito perché dovesse essere così, se non per un certo sadismo che la spingeva ad umiliarmi.  Fatto sta che dovetti cominciare tutto daccapo, e stavolta con le noiosissime aste…

Nella vera e propria scuola però non riuscii mai ad eguagliare i successi di mia sorella, sia in campo culturale che sociale. Lei ebbe la fortuna di stare fin dalla 5^ elementare in una classe mista e quindi di cominciare presto ad aver a che fare coi maschi, cosa che invece a me, per una serie di circostanze fortuite, capitò solo a 17 anni. Il suo carattere aperto e socievole, come ho detto, le permise fin da piccola (aveva 10 anni, grassoccia e non particolarmente bella, ma al mare spopolava: aveva già un fidanzato!) di avere facilità di rapporti con gli altri; a quel tempo sintetizzavo questa abilità nell’espressione: saper sempre che cosa dire. Il silenzio divenne il mio incubo.

Diversi, per un po’, furono i nostri percorsi scolastici. Come lei frequentai la vecchia scuola media che permetteva l’accesso alle superiori. Ma non avevo tanto entusiasmo per lo studio, mi barcamenavo alla bell’e meglio: in 2^ ebbi due materie da riparare: sfido! non facevo mai i compiti, studiavo pochissimo e avevo altri grilli per il capo (figurarsi che avevo “pianificato” di andare in America a 17 anni per incontrare Tab Hunter!). Così, su “pressione” di papà, che mi fece notare che non ero una gran studiosa, dopo il diploma di terza media mi iscrissi ad un istituto professionale commerciale-linguistico, della durata di 3 anni. Perfetto, per certi versi. La scuola non mi piaceva affatto, però, a ben vedere, la durata del corso ben si sposava con il mio famoso progetto “americano”; inoltre, essendo una scuola meno impegnativa, era più adatta a me che – io stessa lo riconoscevo – non avevo la passione dello studio. Solo che negli anni successivi mi liberai della “ubriacatura” di T. Hunter e, messi finalmente i piedi a terra, mi ritrovai nella merda. Facevo una scuola che non mi piaceva e che però non mi sentivo di troncare; avevo una classe con poche compagne simpatiche – l’unico momento di grande divertimento fu la gita scolastica estiva a Kiel (Germania) della durata di un mese – e fosche prospettive per l’avvenire. Che avrei fatto poi? A lavorare io, così piccola? Fortunatamente, una volta conclusi i tre anni e preso il diploma, la mia famiglia – mio papà prima di tutto – capì bene il mio problema e mi aiutò a risolverlo. Dopo varie pensate, dal cappello da mago di mia sorella uscì una soluzione: ebbene, se grande era il mio rammarico, ora apertamente ammesso, per non aver fatto il liceo, si pensò che avrei potuto frequentarlo ora. Avevo “perso” tre anni, ma potevo recuperarne uno preparandomi privatamente per gli esami di 5^ ginnasio in un solo anno e poi, se andava bene, iscrivermi al liceo. Andò bene.

Ed ancora una volta la mia vita seguiva il solco tracciato da mia sorella. Mi iscrissi “per puro caso” nella sua stessa sezione (lei però nel frattempo era all’università); dopo la maturità, dietro suo consiglio, mi iscrissi, come lei, a Lettere, indirizzo linguistico… Ecco: l’unica scelta veramente mia fu quella di dedicarmi all’insegnamento nella scuola media; una cosa che lei non aveva mai fatto (se non saltuariamente), non certo per disprezzo, quanto per “paura”.

Recentemente, a molti anni di distanza, abbiamo esaminato questa situazione, scoprendo paradossalmente che al contrario era lei che mi sentiva di qualche punto avanti – ero più magra, ero più portata per la musica ed il pianoforte, ero più intelligente e volitiva; sì, è vero, tacevo sempre, ma non era la cosa più importante. Naturalmente continuo a sentirla più “avanti” di me, ma ho quasi imparato ad accettare questo fatto che comunque è compensato dall’affetto e direi da una discreta intesa ed identità di vedute.

Il pianoforte: ci fu “offerta” la possibilità di studiarlo da mio padre che, come ho detto, amava la musica e voleva forse “rifarsi” della sua occasione perduta. Non ho dei ricordi sicuri sulle emozioni che provai sulle prime, ma complessivamente ne ho un’impressione positiva e un generico rimpianto per un’esperienza troncata. Ricordo alcuni dettagli. Veniva a domicilio (come il barbiere!) la signorina Piaggi. Era una donna stupenda: magra, altera, bei lineamenti fini, un tipo alla Audrey Hepburn, ben truccata, con un delizioso profumo che restava nella stanza anche dopo che se ne era andata. Rideva poco, per non dire mai – e questo anche faceva parte del suo fascino. Le sue mani stupende suonavano in modo irraggiungibile. A casa si diceva che era un po’ “eccentrica”, nell’accezione misogina di “strafantata” nel vestire; ma a noi piaceva proprio così. Facevamo solfeggio e pianoforte ed in entrambi ero più brava io – mia sorella sosteneva di essere un po’ negata, ed infatti lei smise prima di me, cioè circa dopo 2 anni, anche perché le toglieva tempo per lo studio. Io, stranamente, decisi di continuare, ma dopo un anno circa, quando si trattò di fare le stramaledette scale, smisi anch’io. Me ne pentii, naturalmente, ma non subito. La signorina Piaggi infatti era un po’ severa ed esigente, e non era pensabile di “giustificarsi” per non aver fatto gli esercizi. Così non ressi. Ho però un ricordo tutto mio. Una volta era raffreddata e non voleva uscire, per cui mi invitò ad andare da lei. Si era appena stabilita in una casa nuova al ponte Tadi (più lontana da casa mia). La giornata era fredda e il suo riscaldamento insufficiente, ragion per cui restò tutto il tempo avvolta in un delizioso plaid variopinto, mentre per tutto il tempo rimase accesa una stufetta a gas che emanava dei colori azzurrognoli. Così, stranamente, il mio ricordo più vivo dello studio del pianoforte, è un ricordo visivo di notevole suggestione.

All’inizio della nostra vita in comune, io e mia sorella abbiamo avuto ovviamente qualche screzio – come capita sempre tra fratelli. Il mio più lontano ricordo, a dire il vero, fu qualcosa di più di uno screzio: il lancio da parte mia di un dado di legno massiccio che la colpì in testa (senza conseguenze), quindi un ricordo di aggressività, magari non voluta, visto che ero molto piccola. Le aggressività reciproche in seguito furono, a quanto ricordo, prettamente verbali: cretina, scema, deficiente, ebete gli insulti preferiti, con la nonna che interveniva rimproverandoci: “in tra sorèe! pensare quanto ben che ghe volevo ala me cara Ida” e c’era da crederci. Un importante pomo della discordia era rappresentato dal Corriere dei piccoli, che veniva regolarmente comperato ogni domenica: ma chi doveva leggerlo per prima? Il problema portò a tensioni “gravi” (mi pare che fu anche causa di uno dei rari sculaccioni appioppatici da papà), tanto che – cosa insolita in casa nostra, dove si era molto poco “viziati” – si decise di comperare due copie del giornalino, e così pace fu fatta. Ma in fondo ci volevamo bene, anche se non ricordo che questo affetto fosse espresso a parole o con gesti fisici – baci, abbracci, ma soprattutto parole affettuose erano fatti non molto frequenti in famiglia (ma non saprei dire per colpa di chi), e quasi inesistenti tra me e la Paola: una specie di pudore, superato, e non del tutto, solo molti anni dopo. Si venivano anche a creare, all’interno della famiglia, per poter “sopravvivere”, delle alleanze. Se si era questionato con la mamma, ci si sfogava con la nonna o la Rosina; se con un fratello, si cercava conforto da qualcun altro: forse, come mi disse recentemente una persona amica, eravamo in troppi in quella famiglia, ed era frequente pertanto essere a tratti confusi relativamente ai nostri sentimenti reciproci.

Oltre a litigare, da piccole io e la Paola giocavamo insieme. Il ricordo più intenso (che probabilmente indica il piacere maggiore) si riferisce ad un gioco che consisteva nel ritagliare da qualche rivista (per lo più Selezione) delle foto di oggetti: soprattutto, se non esclusivamente, orologi. Una volta ritagliate, quelle foto diventavano dei veri e propri oggetti in mano nostra, che (non ricordiamo bene) poi vendevamo o barattavamo l’uno con l’altro. E così rimasero impresse nella nostra mente le marche più famose: i Tissot, i Wyler Wetta, gli Omega…

Un altro gioco aveva come protagoniste quelle che noi avremmo voluto essere. Mi spiego meglio: in un quaderno disegnavamo, e quindi facevamo “vivere”, dei personaggi ideali: la Luisa e la Roberta. Io ero la Luisa (mio terzo nome nella realtà), Paola la Roberta. Non erano delle bambine, ma delle signorine (un po’ come le moderne Barbie), perfette: bel guardaroba (glielo disegnavamo noi) per ogni occasione, sportiva o mondana; bei ragazzi, un po’ amici e un po’ ammiratori… Anche questo ci dava una pienezza di vita straordinaria.

Ma ciò che ci accomunò per lungo tempo fu la passione per l’America, gli attori e i cantanti americani. Avevamo alcune agende (mi pare tre) in cui incollavamo foto dei nostri beneamati tratte da non so quali giornali, visto che non avevamo soldi per comprarne; ed ogni tanto ci “rifacevamo l’occhio” sfogliandole, dando dei punteggi alle foto in sé, in modo che alla fine una delle tre risultasse “la reginetta”. E poi la musica: ogni pomeriggio, mi pare verso le due, solo una catastrofe poteva tenerci lontane dalla radio, dove trasmettevano “Il discobolo – programma in dischi”. Era un programma brevissimo, che durava 5 o 10 minuti (solo il sabato – o la domenica? – durava mezz’ora), in cui un dj ante litteram, tale Adriano Mazzoletti, presentava una canzone nuova – il più delle volte americana. Non avendo ancora un giradischi, quello era l’unico godimento musicale di cui potessimo fruire. C’era una nostra amica che aveva il radiogrammofono, la Lara, ed ogni tanto si andava a casa sua.

A mano a mano che cresceva, anche Marietto era un piacevolissimo compagno di giochi: dico così perché aveva un buon carattere, si divertiva con poco e con poco ci faceva divertire essendo già fin da piccolo un umorista nato. Le agende, le stesse che io e la Paola tappezzavamo di foto di attori con la passione e assiduità di cui parlavo prima, Mario, più creativo, le usava come diario su cui, quasi giornalmente, disegnava la cronaca della giornata rappresentando il “fatto” (o i fatti) del giorno. Pur essendo del tutto naif in campo figurativo, era abilissimo nel cogliere i particolari più significativi della faccia, o del corpo, o perfino delle parole (usava i fumetti) dei personaggi protagonisti della vignetta.

Ne venivano fuori delle scenette che ci portavano (e ci portano tuttora!) al boresso facile.

Press’a poco alla stessa età (cioè 7/8 anni), ogni tanto lo si vedeva volteggiare nella stanza: era il numero acrobatico detto “pano” in lingua infantile, che stava per aeroplano. La Paola si stendeva per terra sulla schiena, piegava le gambe in modo da formare un “ripiano” su cui Mario si stendeva di pancia e ognuno afferrava l’altro rispettivamente per le mani e per i piedi ; a quel punto lei stendeva le gambe verso l’alto e così facendo stendeva anche le gambe di Mario il cui corpo, stendendosi anch’esso, assomigliava, per così dire, ad un aeroplano. Un esercizio più complicato da descrivere che da eseguire; per loro due comunque (non ricordo se a volte l’abbia fatto anch’io) di un certo divertimento, dato che continuarono per anni.

Un altro gioco inventato da noi e che facevamo verso sera, in cucina, con i piedi appoggiati ai pioli delle sedie, mentre la nonna là vicino a noi preparava la cena, era quello delle figurine. Qualcuno ci aveva regalato dei cartoncini (che si trovavano in certi formaggini), di tipo “didattico” in quanto riportavano dati su alcuni stati del mondo: capitale, moneta, e perfino la traduzione di 4 vocaboli, corrispondenti a “buon giorno, buonanotte, amico, grazie”. Facevamo le gare a chi ricordava di più: erano veramente istruttive, dato che certe capitali di stati lontani ci rimasero impresse per molto tempo nella memoria (una per tutte: Tegucigalpa, capitale dell’Honduras(?)

Mario aveva praticamente un solo amico in quegli anni, quell’Angelo T. che abitava nell’altro pezzo di casa dietro la nostra: accanto alla Maria Grazia per intenderci. Proprio questa vicinanza fece nascere un’ amicizia esclusiva tra questi due bambini: stavano sempre insieme, all’aria aperta nel famoso campo, oppure nel tinello di casa nostra quando c’era qualcosa per tv (Angelo non ce l’aveva): telefilm, cartoni animati, forse anche lo zecchino d’oro (ma di quello la più interessata era la nonna). In questi casi abbassavano quasi del tutto la persiana (perché ci batteva il sole) bloccandola con dei grossi vocabolari in modo che, pur entrando un po’ di luce, non si vedessero le fessure della tapparella. Inoltre, per non far entrare il caldo estivo, tenevano chiusi anche i vetri. Chiusa anche la porta, si veniva a creare in quella stanzetta un’atmosfera con un alto tasso di anidride carbonica. Insomma, un’aria irrespirabile. Alla fine dei programmi, dopo che erano usciti bisognava spalancare tutto per ore.

Ma che non si creda che l’unica attività ricreativa in quel tinello fosse il guardare la tv: i due ragazzini erano anche molto interessati ad un grosso volume che sfogliavano insieme: nientemeno che la Divina Commedia, quella con le illustrazioni di Gustave Doré. “El libro dei cui”.

13) Amiche e amici

Più avanti, come ho detto, io e mia sorella ci costruimmo una vita sociale: per lo più le amicizie erano personali – la Lara era amica della Paola, nonostante fosse simpatica anche con me, e così pure la Titti… Avevo però l’impressione che le amiche che mi facevo io, a scuola per esempio, avrebbero preferito essere amiche della Paola. Che, insomma, la Paola, sia pure involontariamente, mi rubasse le amiche. Farneticazioni, credo. Ma chissà? Fatto sta che io sono stata sempre un po’ possessiva nei confronti delle mie amiche, delle quali in casa cercavo di parlare il meno possibile. Anche perché dai “grandi” di casa le nostre amicizie, diciamolo, non erano ben viste. Ottime ragazze, naturalmente, ma la nonna e la mamma facevano il possibile per trovar loro dei difetti. Spesso venivamo messe in guardia dalle “amiche”, quasi sempre viste come false ed invidiose, e quindi inadatte per definizione a darci dei buoni consigli, per esempio su di un vestito, una pettinatura, ecc.

L’amica per eccellenza di entrambe era la già nominata Maria Grazia. Per un certo periodo avemmo un rapporto un po’ privilegiato io e lei in quanto frequentavamo la stessa classe alle medie; poi alle superiori ci separammo. La nostra intensa amicizia divenne più “normale” quando, come ne “I ragazzi della via Paal”, sul campo tra le nostre due case costruirono un condominio. Fu un brutto colpo. Non ci potevamo più parlare o vedere direttamente; per giunta lei si fidanzò (per così dire) con un ragazzo che abitava proprio nel palazzo nuovo, e qualcosa finì per sempre.

Però arrivarono nuovi amici e amiche. Molto simpatico era Bruno G., ex compagno di scuola della Paola, con cui passavamo intere giornate estive a giocare a canasta a casa nostra. Era uno spasso senza fine, ridevamo come matti, imbrogliavamo: e a questo si aggiunge il ricordo “gustativo” del frullato alla cioccolata e pesca che la mamma ci preparava prima di uscire. Che bella vita! Che leggerezza! Non è una realtà abbellita dagli anni: ricordo che mi soffermavo a pensare: perché non può essere sempre così spensierata la vita? Una lunga, interminabile vacanza, con qualcuno che si occupa di noi. Un po’ come quando, mentre ero in convalescenza da qualche malattia, alla mattina, prima di uscire, mia mamma mi portava a letto una super-merenda: una fetta di torta e un bicchiere di latte fresco…

Con le superiori, un’altra ragazza, cui ho già accennato, divenne amica mia per la pelle: la Livia. Era una ragazza che frequentava un corso per figurinista nella mia stessa scuola (quella che frequentai dopo le medie, quella odiata, per intenderci), abitava abbastanza vicino a casa mia e pertanto facevamo la strada insieme a piedi, quando il tempo era discreto, altrimenti prendevo, io sola, 2 autobus. Sì, perché la distanza da scuola era ragguardevole: circa 2 chilometri. Ma nelle belle giornate, soprattutto primaverili, era una passeggiata piacevole, chiacchieravamo tutto il tempo: con una differenza che irritava un po’ la Livia: lei mi parlava volentieri di sé stessa, dei suoi amori, ecc.; io invece, zitta. Almeno sulle cose affettive importanti. Mai parlato (né con lei né con altri a dire il vero), di spasimanti e di cotte varie.

Sempre in quegli anni diventai amica della Donata. Eravamo state compagne di classe per tre anni, ma solo dopo la fine della scuola cominciammo a frequentarci regolarmente, inglobando anche la Paola nella nostra amicizia. La Donata era una ragazza vivace, spiritosa, estrosa, molto intelligente, e per un certo periodo ci frequentammo assiduamente: abitando lei a circa 3 km da noi, facevamo lunghissime passeggiate per vederci; andavamo insieme ai concerti, al cineforum, frequentavamo amici comuni. Purtroppo il rapporto, così ricco ed intenso, finì quando, in seguito ad alcuni eventi luttuosi, lei cominciò a stare male, e non si riprese più.

Anche a casa nostra, come in molte altre, si fecero, durante la nostra adolescenza, delle festine. Non molte, in verità. Ricordo la prima: la Paola aveva appena cominciato il liceo e, siccome aveva cambiato sezione e compagni, diede una festina per “socializzare”. O almeno ora mi pare che fosse così. Io avevo 14 anni, bruttina, decisamente bambina, con un triste vestito grigio principe di galles o qualcosa di simile: tuttavia feci qualche ballo con qualche ragazzo che mi invitò per cortesia, immagino. A me piaceva molto ballare invece, sia per il contatto fisico con i ragazzi sia perché mi piaceva il loro odore, diverso da quello delle femmine, di solito coperto da profumi.

Ricordo in particolare J., che all’epoca aveva un filarino con mia sorella; Sergio, col quale anni dopo ebbi un’intensa quanto breve amicizia; e Nino, che cominciò allora a girare per casa nostra con l’aria (almeno così sembrava a me) di non saper nemmeno lui perché. Sia la Paola che (in misura minore all’inizio) io eravamo molto attratte da lui: non molto alto, piuttosto bello di lineamenti (una specie di incrocio tra Marlon Brando e Paul Newman), con una voce bassa e sexy. I suoi rapporti con noi due sorelle furono molto altalenanti, ma per molti lunghi anni non capii l’enigma delle sue visite: se era innamorato di mia sorella non lo manifestava: si piazzava in un angolo a strimpellare la chitarra, non rideva mai ma faceva ogni tanto battute sarcastiche sui presenti o pettegolezzi sugli assenti.

La mia amicizia con lui procedette a singhiozzo: dapprima oggetto di desiderio proibito (anche perché il diritto di prelazione casomai spettava alla Paola che l’aveva “scoperto” e che era la più grande), poi assente per lunghi anni, poi di nuovo protagonista di una affettuosa amicizia, poi di nuovo il buio, poi una “quasi relazione” durata peraltro un paio di settimane, infine tutti amici: io, mio marito, lui, sua moglie e varie altre persone. Ora, nuova fase di buio. Penso che anche con mia sorella le cose siano andate in un modo simile, chissà.

Ma le feste più memorabili furono quelle di Capodanno, non solo quelle due o tre che si svolsero a casa nostra, ma soprattutto quelle a casa di Sergio. Ricordo ancora la trepidazione, l’eccitazione che provavamo durante tutto il pomeriggio passato a decidere che cosa metterci. Non che ci fosse tanta scelta: il nostro guardaroba era piuttosto modesto e più che altro si cercavano ornamenti, spilline, fiocchetti per dare un tocco di nuovo ad abiti vecchi: un po’ come Cenerentola. Verso le sette eravamo esauste e passavamo il tempo che mancava all’uscita rilassandoci stese sul divano. Sergio aveva una casa grande con molte stanze, in cui ci si perdeva, tanta gente tutta simpatica (a cominciare dai suoi straordinari fratelli), sia quella già conosciuta che i nuovi incontri. Non capitava mai di fare “tappezzeria”, perché immediatamente passava uno e ti prendeva e ti portava via a ballare, ballare… Spesso poi c’era uno “strascico” al pomeriggio dell’indomani, dove molti di noi si ritrovavano per ballare ancora e per finire i resti della cena precedente, sempre ottime cose cucinate, figuriamoci, dalla mamma catanese…

14) Primi amori

All’età di 15 anni cominciai ad avere i miei primi amori. Il primo, il più importante, il più “serio” (si fa per dire, visto come finì) fu quello con Franco D. Non fu, almeno per me, un amore a prima vista. Ci conoscemmo alla scuola di recitazione chiamata “Li zanni” che stava presso l’Istituto Antonianum dal punto di vista logistico, ma tenuta da laici che a tempo perso si interessavano di teatro; il nome più “prestigioso” era quello del mimo Gennaro Gennaro, che, a ben pensarci, forse era l’unico che avesse del talento. A questi corsi, che avevano luogo di pomeriggio, mi pare due o tre volte la settimana, più la domenica mattina, ci iscrivemmo io e la Paola su suggerimento di Sergio. E fu, almeno per me, un’esperienza esaltante. Per cominciare, l’incontro con questo Franco, il mio primo amore. Fu però lui che mi “adocchiò” per primo (a me non piaceva neanche tanto: per cominciare aveva 5 anni più di me e ai miei occhi era già un “uomo fatto”; poi il suo viso non mi piaceva un granché, anche se in compenso aveva una bella corporatura alta e snella, sempre molto elegante). La sua prima mossa fu di offrirmi di recitare assieme a lui una piccola “pièce” da lui stesso scritta, che trattava di un uomo che si ritrova a meditare dolorosamente sul delitto – uxoricidio – che lo ha portato in prigione, dove ad un certo punto gli appare il fantasma della moglie uccisa – io – che gli dichiara tutto il suo amore ed il suo perdono. Finale commosso con me e lui che ci prendiamo per mano e ci becchiamo gli applausi del “pubblico” formato dagli altri allievi e dai “maestri”. C’è da dire che questa “farsa” – come la chiamava scherzosamente Franco, che per provarla insieme cominciò a venirmi a trovare a casa – fu preparata e recitata all’inizio del corso, come se fosse una presentazione di quel che sapevamo fare. Ed in realtà ebbe un certo successo. Dal momento in cui Franco mi prese per mano (ancora!), alla fine della recita, mi innamorai di lui. Fu un amore alquanto strampalato a ben vedere, con me quindicenne che non sapevo neanche di essere al mondo, ingenua, verginissima in tutti i sensi senza sapere di esserlo; e lui, un “uomo fatto” come ho già detto, adocchiato da qualche ragazza del corso (specialmente una troietta di nome Buci) e che mai mi forzò a fare quello che – ed in questo rivelò una certa sensibilità – io non ero nemmeno lontanamente pronta a fare. Fu un rapporto un po’ poetico, nel senso che mi scriveva della poesie (“Ho gli occhi diffusi\ ad invocare\ una deità misteriosa\ fatta di dolore e tristezza\ sei tu.” Ed un’altra che ricordo poco: “Fiore di pesco\ sfumatura di rosa pastello\ nella nebbia grigia della mia vita”: la prima me la scrisse nell’ultima pagina di un libro di poesie di Prèvert che mi regalò). Ricordo alcune nostre passeggiate primaverili con lo scrutare i primi fiorellini che sbucavano nelle fessure degli alberi – ma quel che ricordo più di tutto è, manco a dirlo, il mio silenzio. Non sapevo mai che cosa dire, forse non gli dissi nemmeno mai “ti amo ” o “ti voglio bene” e lui a volte mi provocava per avere un qualche segno di vita da me. Uno di questi “spunti provocatori” fu quando, seduti in salotto a casa mia, una volta mi confessò che il medico gli aveva dato pochi anni di vita perché fumava troppo. Io non seppi cosa rispondergli, certo gli credetti ciecamente, e silenziosamente mi misi a piangere. Allora lo vidi cambiare espressione, mi accarezzò, mi baciò il volto bagnato, dicendomi che era stato costretto a dirmi quella cosa così dolorosa, senza specificare, peraltro, se fosse vera. Paradossalmente, non aveva importanza. Voleva, doveva capire quanto ci tenevo a lui. Ed in questo modo certamente lo capì.

La storia continuò per circa 6-7 mesi e si frantumò durante l’estate. In agosto, come ho già detto, andai in gita scolastica per un mese in Germania con la mia classe di tutte ragazze, e mi divertii un mondo. Lui prima che partissi scherzava: “vorrei che non fossi promossa, così non partiresti”. Certo, durante la gita a lui non pensai poi un granché: gli mandai qualche cartolina, ero contenta al pensiero che esistesse, ma non perdevo il sonno per lui; in mancanza di un rapporto fisico vero e proprio (ricordavo bene il suo odore e le sue belle mani, ma basta) il resto era troppo poco forte, io credo, per creare un dolore da distacco. Certo non mi aspettavo che al ritorno lui fosse del tutto cambiato, distratto, scherzoso come se tra noi non ci fosse stato niente. Ma fu proprio così. Si fece vivo qualche volta, poi niente più. Da quel momento distinsi i rapporti affettivi in seri e non seri a seconda di come finiscono: i primi si concludono con una spiegazione, i secondi si lasciano morire.

Ma a proposito di rapporti (di amicizia o d’amore) che finiscono in niente, devo fare un breve cenno alla mia amicizia (? non so bene come chiamarla) con Salvatore. Ci conoscemmo a casa mia nei primi anni ’60, lui era amico di Nino, e mi fece subito l’impressione di un ragazzo interessante. Fisicamente poco attraente, piccolo di statura, con un viso un po’ infantile a metà tra il triste ed il dolce, certamente un tipo sensibile ed un po’ sognatore. Fin dal giorno successivo alla nostra conoscenza mi aspettò fuori dal liceo (era 1 anno avanti a me) per accompagnarmi a casa. Si fa per dire: eravamo ai primi di ottobre, le lezioni finivano sempre presto, il tempo era sempre magnifico, sicché facevamo lunghe passeggiate di ore chiacchierando. Parlava soprattutto lui, naturale, ma non ho un ricordo pesante del mio silenzio; chi lo sa, forse riusciva a farmi parlare un po’. Ma io mi incantavo ad ascoltarlo: era intelligente e sensibile, spesso mi raccontava delle storie fantasiose e un po’ magiche, già da allora mi raccontò che il suo più grande desiderio era di andare a Roma a fare il regista. Però da un momento all’altro (intendo proprio da un momento all’altro), scomparve. Voglio dire, lo vedevo di lontano, esisteva, ma non mi faceva più interminabili telefonate, anzi smise del tutto di chiamarmi e di venirmi a prendere a scuola. Non seppi mai perché. Ma io rischiavo di diventare matta. Non ero innamorata di lui, ma forse un pochino sì, e forse un pochino lo era anche lui di me, se all’inizio mi aveva cercato così assiduamente per tanti giorni. Ma fosse o non fosse amore, perché non darmi una spiegazione? La faccenda, poi, si ripeté altre due o tre volte nel giro di 3 o 4 anni, con telefonate in cui fissava appuntamenti tanto precisi quanto da lui mancati. Ma certe volte ci si vedeva anche: in uno degli ultimi incontri facemmo un giro in macchina e si delineò un abbozzo di spiegazione: lui mi desiderava, ma aveva capito che io non ci sarei stata. Era vero, probabilmente, ma avrebbe potuto chiedermelo; comunque non ho mai creduto pienamente a questa spiegazione. D’altra parte nell’ultimo periodo stava già a Roma, dove presto avrebbe cominciato a fare il regista sul serio, peraltro di pessimi film, anche se molto famosi e di successo, ma ben lontani dalle “storie” che mi raccontava durante le nostre passeggiate autunnali.

15) Interessi culturali

Intorno ai 15-16 anni, cominciai ad appassionarmi seriamente alla lettura. Anche questo aspetto è in relazione con mia sorella. Era lei l’intellettuale di casa, la colta, che avrebbe potuto farsi un sol boccone di tutti gli altri componenti. I libri che lo zio Toni ci regalava per Natale lei li divorava: io invece mi scocciavo, ovvero, disperando di poterla raggiungere, preferivo rinunciare alla competizione. Però qualcosa lessi intorno ai 9/10 anni: per esempio “I ragazzi della via Paal”, un libro cui diedi tutto il mio amore per le emozioni che suscitò in me: ho ancora viva l’immagine di me, seduta su una seggiolina rivolta verso il muro, che leggo piangendo a dirotto la scena della morte di Nemecek: nessuno doveva vedermi, ero gelosa delle mie emozioni più intense. Forse lessi anche qualche libro di fiabe, o Tom Sawyer, o poco altro. So che, rispetto alla media dei ragazzi d’oggi, non era quantità disprezzabile, ma per quegli anni era ben poca cosa. Poi durante le medie lessi 2 libri di mia sorella, credo: “Penny Parrish” e il seguito “Miss Tippy”. Ora li troverei melensi, ma allora mi aprirono la strada verso l’America. Li adorai quei due libri, li lessi e rilessi non so quante volte, pur essendo voluminosi; ebbi perfino il coraggio, incredibile, di consigliarli e prestarli alla Luisa F., una mia compagna di classe “con il complesso di superiorità” come diceva lei, bella, elegante, spigliata, che consideravo la ragazza più invidiabile del mondo e che pertanto mi metteva in grande soggezione. E i libri le piacquero: la entusiasmarono. Fu una mossa astuta, da parte mia: acquisii stima ai suoi occhi. Questa ragazza divenne poi in qualche modo mia parente, in quanto suo fratello  Giuseppe  sposò in prime nozze mia sorella.

Ma passiamo alle letture serie, quelle dei 15 anni: con l’inizio della frequentazione di biblioteche circolanti, biblioteche americane ed altri siti, stimolata in parte dalla mia amica Donata, cominciai a leggere con un ritmo incessante. Era soprattutto letteratura nordamericana (Steinbeck, Caldwell, Wilder) e russa (Dostoevskij) ma non solo: scoprii anche la Ginzburg e Buzzati, per esempio. In quello stesso periodo, mi pare per conto mio e con libri miei, feci la conoscenza di Pirandello e di Kafka. Quest’ultimo fu una vera scoperta, mi pare di ricordare che nessuno ne parlava, o per lo meno non lessi nessuna critica o presentazione al riguardo. Lo scoprimmo insieme, mia sorella ed io, e la cosa non mi disturbò affatto, anzi, ne apprezzavamo gli stessi contenuti ed era bello avere qualcuno con cui parlarne.

16) Voglia di cambiare: nuovi amici anche per me

Fu dopo la fine della mia storia con Franco, una fine subita, umiliante, che pensai seriamente che dovevo io cambiare personalità, rimettermi a nuovo ripartendo da zero. A cominciare, per il momento, dal nome. Non più Franca, che mi ricordava tutto il mio passato di minus habens, le mie piccinerie infantili, degradanti anche per me stessa, la secchezza e aridità psico-fisica (i miei silenzi, la mia magrezza): tutto ciò che c’era in me di negativo era sintetizzato in quel suono così secco e duro: franka.

Pensai allora che avrei potuto fare un cambiamento di nome senza cambiarlo troppo: bastava risalire a quello che, secondo le mie conoscenze di allora, era l’originale: Francesca. Francesca  era di moda, era dolce, non assomigliava per niente alla bambina pelle-e-ossa, sgradevole, silenziosa, un po’ stupida che ero fino a poco tempo prima. Certo, sarebbe stato difficile, per non dire impossibile anche solo immaginare di pretendere di essere chiamata col nuovo nome dalle persone della mia famiglia: “sentite, d’ora in poi vorrei…” mi sarei beccata una sghignazzata in faccia da mia sorella prima di tutto, ma anche gli altri avrebbero criticato questo mio “capriccio”, magari accompagnando il rifiuto con un rimprovero: ma come, non ti piace più il nome che abbiamo scelto per te, ecc…Questo era almeno quello che pensavo allora: in realtà, chissà…

Ma con le amiche, gli amici, la gente che girava per casa, la cosa funzionò. Perfino a scuola qualche professore, pur leggendo FRANCA sul registro, sentendo come mi chiamavano i compagni, vi si adeguò. Parlo in particolare del prof. Pagani, così sensibile ed affettuoso. Soprattutto con le femmine.

Ad un certo punto, proprio in quegli stessi anni (inizio ‘ 60) la nostra casa cominciò ad essere frequentata assiduamente da amici maschi: il già citato Sergio, Paolo (ex compagno di scuola di mia sorella), Nino, Giuseppe: erano un po’ amici, un po’ (credo anzi soprattutto) ammiratori di mia sorella; molto diversi tra loro, chi più estroverso, chi più chiuso e timido… Siccome io nel frattempo mi ero iscritta al ginnasio (e quindi ero passata a far parte delle persone “frequentabili”) e poiché ad un certo punto Giuseppe e mia sorella se ne  stettero un po’ per conto loro, ben presto l’interesse di questi ragazzi   si spostò dalla Paola su di me. Cosa straordinaria, mai successa prima. Il mondo alla rovescia.Non che la Paola sparita, fagocitata dal moroso, ma insomma io mi conquistai una consistente fetta di spazio autonomo e, cosa non meno importante, anche la Paola cominciò ad avere maggiore considerazione di me e delle cose che facevo e dicevo. Passatempo preferito, per tutti, la musica. Scoprimmo la musica classica, passavamo pomeriggi interi ad ascoltar dischi e una sera alla settimana – di solito il martedì – andavamo ai concerti al Liviano. Della musica avevamo, io e Paolo, un approccio anche di tipo nozionistico: capitava che passassimo pomeriggi interi a sottoporci vicendevolmente a dei quiz (del tipo: in che tonalità è questo pezzo? Come si chiama questo concerto?), e giù scommesse, tutte, direi senza eccezioni, vinte da me. Passatempo forse sciocco ma che ci divertiva.

Non meno importante l’amore per il cinema, quindi cineforum pomeridiani o serali a non finire. Non so dove trovavo il tempo per lo studio (ero arrivata intanto al Liceo), ed infatti studiavo abbastanza poco, con risultati modesti. Quello della scuola, d’altronde, era un mondo a parte. Dopo aver dato gli esami di ammissione al liceo (allora c’erano ancora) da privatista, mi trovai in una classe, la 1^B, dove ovviamente non conoscevo nessuno e dove, per farmi degli amici o delle amiche (ero per la prima volta in una classe mista!), avrei dovuto sgomitare in mezzo a gruppi già ben consolidati: troppo difficile per me, Franca o Francesca che fossi. Per cui me ne stetti abbastanza isolata, con qualche amica timida anche lei, sperando che il momento più disagevole della mattina, l’intervallo, passasse in fretta, così io avrei potuto tornare al mio posto, anche in senso metaforico.

D’altra parte la classe aveva già un paio di “reginette”: la Noemi e la Sandra. Molto amiche tra di loro, molto brave a scuola, bellocce, smorfiose e socievoli, insomma il mio contrario. E non mi degnavano di uno sguardo, o forse ero io a sembrare “superba” come si diceva allora, fatto sta che non ci parlammo mai. Dico per modo di dire, ma non fu per modo di dire che non parlai mai, dico mai, con un altro mio compagno, Giorgio M. Era di famiglia molto ricca e molto conosciuta in città, aveva l’aria tra il timido e il superbo, elegante, malaticcio, grazioso di viso e di corporatura, anche se non particolarmente attraente. D’altra parte anche lui parlava poco con gli altri, tranne che col suo compagno di banco, la caricatura del bravo studente: dimostrava trent’anni, sempre in giacca e cravatta, con una cartella elegante, da dirigente, in un’epoca in cui cominciavano a non usarsi già più, manierato nel parlare, dal nome che era tutto un programma: Eugenio De M., con quel De che faceva intuire una ascendenza nobile, ma nobile o non nobile, egli si atteggiava a supernobile, non nel senso che fosse altezzoso o si ritenesse “il migliore”, ma perché sembrava che prendesse tutto tremendamente sul serio. Anche con lui, avrò scambiato sì e no qualche sillaba.

In seconda liceo si inserì nella classe una ragazza ripetente: Margherita S., detta Margit. Tra di noi ci fu presto un “feeling” si direbbe oggi, che fece nascere una di quelle amicizie sincere e profonde quanto piuttosto rare. La sua forza era quella di non essere “costruita”, di essere sempre se stessa, di avere un grande senso dell’umorismo e dell’autoironia; anche oggi, a distanza di quarant’anni o poco meno, pur incontrandoci poco, abbiamo una grande intesa ed un profondo affetto reciproco. Tra i ricordi più piacevoli e divertenti mi tornano alla mente le sghignazzate fatte leggendo Linus (eravamo in ultimo banco) e il sapore del boccone di toast che immancabilmente mi offriva prima dell’intervallo, e che era, quantunque freddo, buonissimo, forse per la fame.

Ma c’erano anche altri ragazzi simpatici che avrebbero volentieri socializzato con me, ed ancora una volta ho il dubbio che fossi io, con la mia timidezza scambiata per sussiego, ad allontanarli. Penso ad Egidio, a Roberto, a Luigi, poi a Flavio, Decio, o a ragazze come la Donatella F., la Elena M., la Carla A., la Roberta C., mia prima compagna di banco, la Maria Rosa, una ragazza allegra e simpatica, ed altri con cui avevo anche dei contatti, ma solamente scolastici. Solo un paio di situazioni (due gite scolastiche) frantumarono queste mie difese e, fuori dell’ambito scolastico dove i ruoli erano già definiti, mi trovai ad essere più sciolta e socievole anche con miei compagni. Il mio più grande successo fu quando vidi, o venni a sapere che le due squinzie (Sandra e Noemi)  dicevano in giro che ero una troietta: erano gelose di me perché ero diventata amica di alcuni tra i loro più assidui ammiratori. Esse piansero! Un trionfo.

Una di queste gite, svoltasi durante le vacanze di Pasqua della 3^ liceo, fu memorabile. La meta era la Sicilia, ed era previsto un viaggio in treno più pullman privato all’arrivo per fare il famoso tour de la Sicile. Mia sorella, il suo Giuseppe e Paolo fecero una pensata: veniamo anche noi. La cosa non mi turbava affatto, anzi. Avremmo così potuto “seguire” il treno con la macchina di Paolo (una R4), trovarci a Messina e da lì fare il famoso tour tutti insieme con il pullman. Tutto bene in fase di progetto, solo che Paolo scelse proprio l’antivigilia della partenza per dichiararmisi. Da tempo si mostrava particolarmente assiduo nei miei confronti, ma senza il minimo accenno a sentimenti o ad attrazioni fisiche. Era sempre il buon Paolo insomma, ansioso di far da cavaliere alle ragazze, con un certo affiatamento con me, con gli stessi gusti miei in fatto di musica e cinema, ma nient’altro. Secondo Sergio questo “nient’altro” esisteva invece, e da molto, ed ero io che non volevo vederlo. Può essere. Fatto si è che la sua dichiarazione mi lasciò di stucco: “potrei parlarti un po’ seriamente? tempo fa mi hai chiesto perché ero sempre teso, immusonito, stranamente poco gentile con te. Io ti risposi una frase qualunque: avevo cose mie da pensare. Ma non era vero. Era perché ti volevo bene, e non ero capace di dirtelo.” Come reagii? Ma col silenzio! Un silenzio greve di imbarazzo che durò delle ore; non sapevo come muovermi sulla sedia, peraltro scomodissima, ma che fare? ero paralizzata. Non lo so, veramente, che cosa mi impedisse di dirgli con franchezza: “caro Paolo, sto molto bene con te, ma non sono innamorata di te. Continuiamo così, ti prego, non roviniamo la nostra amicizia.” Il silenzio peraltro contagiò anche lui, che parlò solo per dire due frasi, a distanza di ore l’una dall’altra: 1) Ti dispiace che sia saltato il cinema? (era venuto per quello) 2) ti dispiace che venga in Sicilia con te? A queste due domande devo aver risposto qualcosa del tipo: “figurati!”. Insomma , quel che voglio dire è che non so chi era più imbranato, gravemente imbranato, di noi due. E’ vero che lui aveva già fatto il grande sforzo di dichiararsi, ma proprio per questo, il suo sforzo veniva vanificato perché non c’era nessun riscontro da parte mia. Sono passati tanti anni ormai, e non potrei giurare sulla madonna che lui non abbia tentato di incalzarmi con frasi precise del tipo: “ma insomma, che ne pensi? possibile che non hai niente da dirmi?”, eppure ho l’impressione che sia andata proprio così. La scena era cominciata di pomeriggio, poi venne la sera e lui se ne tornò a casa. Della sua proposta non se ne parlò più. Indirettamente la questione rifece capolino durante questo benedetto viaggio in Sicilia quando, raggiunti i miei compagni, me ne stetti un po’ con loro soprattutto durante gli spostamenti in pullman: erano simpatici e mi cercavano, per cantare, per ridere, per stare insieme, insomma. Così, inevitabilmente trascurai un po’ Paolo (che non conosceva quasi nessuno) e che me lo fece notare: “Non mi caghi neanche (non usò certamente questa espressione), speravo che saremmo stati insieme di più, stai sempre con i tuoi compagni…” Allora per la prima volta gli risposi irritata e aggressiva, ma finalmente con franchezza: “oh, beh, senti, io sto un po’ con chi mi pare, sai?” gli risposi con l’aria di chi ne ha le palle piene. “Beh, non è che volessi protestare…” disse lui con imbarazzo”, “ci mancherebbe anche questa! “conclusi con durezza. Così, a distanza di vari giorni, risposi alla sua proposta di “fidanzamento”. E non se ne parlò più. Continuammo a frequentarci, cinema, musica, forse anche qualche gita in città vicine (Ravenna, per esempio, o al mare; ma non potrei giurare che non fossero avvenute prima). La storia, insomma, finì per consunzione, anche un’amicizia ha bisogno di essere alimentata, e le nostre strade si divaricarono. Lui si laureò ed andò a Roma per uno stage si direbbe oggi, si fidanzò e sposò ed andò a vivere tra Savona e Milano.

Prima del “fattaccio”, Paolo mi fu prezioso come istruttore di guida. Fu lui ad offrirsi di mettermi a disposizione la sua R4 azzurra; fin dalle prime uscite però le cose si misero male. La sentivo scomoda, troppo distante la leva del cambio, insomma non mi ci trovavo. Credo che alla seconda o terza lezione accadde il disastro: in seguito ad una svolta a destra presa troppo stretta, l’auto andò a sbattere contro un albero ed io, per il panico, accelerai invece di frenare, per cui, sotto gli occhi esterrefatti di Paolo, il cozzo si ripeté, con conseguenze immaginabili, visto che la carrozzeria era piuttosto fragile. Paolo fu peraltro così gentiluomo da non farmene pesare il danno, minimizzando l’accaduto in tutti i sensi. La macchina infatti era sì sua, ma, dato che lui era ancora all’università (peraltro con risultati ottimi) e non aveva il becco di un quattrino, gliela manteneva suo padre che avrebbe dovuto sborsare fior di denari per ripararla. Il che non avrebbe certo significato granché per lui, date le sue floride condizioni economiche. Era un uomo severo, tipo padre di Kafka per intenderci, e Paolo ne era abbastanza terrorizzato. Figuriamoci in questa circostanza. Per non far credere al genitore che andava in giro con le ragazze con la scusa della scuola guida, pensò che doveva inventarsi una balla, e noi tutti l’aiutammo. Alla fine, la versione ufficiale fu questa: eravamo andati un giorno a Grantorto tutti insieme con la sua auto e nell’uscire dal cortile la pesante cancellata si chiuse (da sola?) andando a sbattere contro la povera R4 che, essendo notoriamente di latta, fece la fine che fece. Non so i particolari di questo colloquio, mi riuscì però difficile credere che il dottor M. avesse potuto bere facilmente una tale panzana. Ma comunque questa fu la versione ufficiale. Dopodiché per la mia scuola guida usammo la vecchia Ardea del mio povero papà, ormai inutilizzata in garage, molto solida, che mi fece imparare a guidare con grande sicurezza. Istruttore, sempre Paolo, ora finalmente più rilassato.

17) La soffitta con vista del Santo

Finito il liceo, rafforzai l’amicizia con alcuni miei compagni, in particolare con Egidio T. che aveva sì genitori un po’ severi, ma anche una soffitta-mansarda a sua disposizione (e dei suoi fratelli) dove poteva far musica e ricevere chi voleva. Questo fu uno dei periodi miei più felici. Ero contenta di me, mi sentivo bella e corteggiata (e lo ero davvero da qualcuno), facevo piangere di gelosia la Sandra e la Noemi: che desiderare di più dalla vita? Inoltre conobbi parecchia gente nuova, sia femmine che maschi, ritrovai quel Nino che bazzicava anni prima per casa incerto (sembrava!) su chi corteggiare; conobbi una deliziosa ragazzina, sorella di Egidio, appena dodicenne, che ritrovai anni dopo e di cui sono ancora amica; c’erano poi gli altri due fratelli di Egidio., imperscrutabili. Uno, Gianni, stava per lo più in piedi (e faceva la sua figura), fumando in silenzio e guardando i presenti senza muovere labbro; l’altro, Nino detto il grosso, si comportava più o meno allo stesso modo, solo che, anziché fumare, suonava un sottofondo di chitarra, o forse di banjo, ovviamente seduto. Sembrava feroce e nessuno osava avvicinarsi a lui: chissà poi che cosa pensava di tutti noi, un po’ scemi in confronto alla sua intelligenza tutta da scoprire? Infine, c’erano due ragazzi, amici tra di loro, che apparentemente non avevano legami con i padroni di cassa: uno si chiamava Sandro, era molto carino, aveva un sorriso bianco e aguzzo come un lupacchiotto, l’aria dolce e disponibile. All’amicizia, intendo. Era lì in quanto amico d’infanzia di Marco, un tipo “bel tenebroso”, suonatore di chitarra, magro e dalla carnagione scura, serio, non cagava nessuno. Il tipo perfetto per innamorarmene. E più di una volta, magari un po’ sbronza (si beveva in quella mansarda), ebbi l’ardire di urlare: “Io voglio il chitarrista!”, ma lui niente, faceva finta di non sentire, non mi rivolgeva mai la parola.

Dopo alcuni mesi di questa vita spensierata (eravamo tutti appena iscritti all’Università e stavamo prendendocela assai comoda), accadde qualcosa nella famiglia (o tra gli amici) di Egidio che ancora oggi ignoro. Non ha importanza ora riferire le varie ipotesi che vennero formulate da me, da Nino e da altri, il fatto è che Egidio non mi cercò più, né si fece trovare al telefono. Figuriamoci la mia disperazione. Improvvisamente il mondo mi si capovolse nuovamente e per più di un mese non vidi quasi più nessuno, tranne Nino, come ho detto, con cui passai un periodo di piacevole affettuosa amicizia, così, senza troppe complicazioni.

18) Marco e Sandro

La mia condizione di bandita finì dunque dopo circa un mese, in seguito ad una circostanza fortuita. Un giorno venne a casa mia un certo Paolo F., un caro ragazzo con cui ci eravamo frequentati qualche volta, pur non essendo compagni di classe. Venne ufficialmente ad invitarmi ad una festina a casa di una ragazza che non conoscevo personalmente, ma che aveva invitato tutto il gruppo della soffitta. Io feci la ritrosa: “ma cosa vuoi che venga a fare, mi sentirei a disagio” “Ma allora vuoi darla vinta a chi ti ha ignorato per tutto questo tempo? Vieni, se non altro per fargli vedere che non stai rinchiusa in casa da sola: vieni per fargli un dispetto!” E mi lasciai convincere. Fu una decisione fatale, perché in quella festa, oltre agli amici della soffitta che non vedevo da settimane, ritrovai anche Marco, ill mio chitarrista. Ci mettemmo subito a ballare senza dire nulla, e non ci lasciammo più. Per un anno e mezzo.

La storia d’amore con Marco non si dimostrò tra le più facili; eravamo entrambi (più o meno ventenni) ancora adolescenti e con tutte le nevrosi degli adolescenti. Così, accanto a periodi di affiatamento, intesa, e naturalmente amore (soprattutto all’inizio), c’erano dei momenti cupi dai quali era difficilissimo uscire. E ne restavamo avviluppati, non avendo nessuno dei due la forza di “dare un colpo di volano” e rimettere in moto questa relazione. Dopo un anno e mezzo, le vacanze estive furono ancora una volta foriere di guai. Marco era andato in vacanza al mare con amici per una decina di giorni; il “distacco” era stato tenero ed affettuoso e non lasciava presagire nulla di brutto. Come d’accordo, visto anche che avevo la macchina nuova, dopo alcuni giorni andai a trovarlo, e lo vidi molto cambiato: distaccato, freddo, quasi infastidito. Naturalmente non mi spiegò nulla sulle prime, mi disse solo che da qualche notte non dormiva bene ed era pertanto di malumore. Io la presi per buona, tanto per non farmene un problema che, di ritorno in città, avrei fatto fatica ad affrontare. Ma decisi di ritornarci, e questa volta chiesi a Sandro, il caro e fidato Sandro, di venire con me. Anche lui convenne che Marco appariva cambiato: “ma vedrai che è per la situazione in cui l’abbiamo visto, tanti amici, mai un attimo per stare da soli, non preoccupartene…” Ma le cose si aggravarono ulteriormente: quando tornò a casa non me lo fece nemmeno sapere, dovetti cercarlo io per telefono, ed alle mie domande rispose evasivamente, dicendo soltanto che per un certo periodo era meglio non vedersi. Io per un po’ ubbidii, ma alla fine volli agire: gli telefonai perché ci vedessimo quella sera; dovetti essere perentoria, perché accettò. Ma in qualche modo si vendicò, dicendomi una caterva di cose sgradevoli e di autentiche cattiverie, mentre io sbigottita ogni tanto gli facevo delle timide domande..”ma allora… vuoi dire che…” Alla fine, dopo un periodo di silenzio da parte di entrambi, mi alzai e senza salutarlo, ma guardandolo rapidamente in viso (ed era un viso addolorato), me ne andai per sempre. Non versai una lacrima per questa rottura: come se sapessi che se avessi cominciato non avrei più finito.

Come dicevo, Marco aveva un amico d’infanzia, Sandro, che conobbi nella soffitta,  quello con i denti da lupacchiotto, per intenderci. Durante la mia storia con Marco, dato che abitavano a due passi l’uno dall’altro, capitava a volte che di sera Sandro si facesse vivo entrando dalla porticina sul retro, che dava direttamente nella stanzina-studio di Marco, dove noi di solito ci mettevamo. La sua venuta, ben lungi dall’essere importuna, portava, come dire, una ventata di spensieratezza e leggerezza in un’atmosfera che spesso era cupa e pesante. Tagliava l’aria, insomma, come si dice in veneto. Per di più arrivava (d’estate) in zoccoli e calzoncini corti, di solito bianchi, ed anche questo colore e questo tipo di vestiario “disinvolto” aveva la sua importanza. Insomma, fin da subito, pur senza essere ancora amici, io percepii che, se avessi avuto bisogno di un amico, mi sarei potuta rivolgere a lui senza problemi. E così avvenne. Non era passato un giorno dalla fine con Marco che gli telefonai per vederci. Fu un gesto vitale per me che non volevo restare sola col rischio di piangermi addosso, ma anche facile, senza titubanze, normale. E così cominciammo a frequentarci con una certa assiduità, di solito di sera, perché di giorno lui lavorava nel negozio del padre. Era in attesa di partire per il servizio militare. Passavo a prenderlo a casa (lui non aveva la macchina) e ce ne andavamo in giro: a volte senza meta (dopo un po’ ci fermavamo in un posto qualunque per chiacchierare meglio) oppure, se eravamo in vena di “vita”, andavamo al bar delle Padovanelle ad ascoltare un pianista, Vincenzo Scianna, che ci piaceva; Era bella quell’atmosfera da piano-bar, con un whisky in mano, spensierati e senza tensioni. Altre volte andavamo al cinema, non spesso però, era più bello chiacchierare. Lui evitò scrupolosamente di chiedermi che cosa era successo con Marco, un po’ per discrezione, un po’ perché pensava che avrei sofferto a parlarne, e che mi faceva star meglio lasciarmi distrarre dai suoi racconti. Non so se avesse ragione, manca la controprova, ma certo qualche volta avrei voluto raccontargli qualcosa, ma, al solito, temevo di annoiarlo.

Dopo poco più di un mese di questa vita spensierata per entrambi, dovette partire per fare il soldato. Stette alcuni mesi dalle parti di Napoli (per il C.A.R.), poi fu trasferito in Friuli. Certamente durante quel mese o poco più di intensa frequentazione, ci affezionammo parecchio l’uno all’altro, ma non credo che si trattasse di amore, almeno da parte mia: ci conoscevamo ormai troppo, lo sentivo più come un fratello che come un “oggetto di desiderio”. Tuttavia quando partì, e per tutto il periodo della sua “leva”, ne sentii molto la mancanza. Ci scrivevamo, e molto: pacchi di lettere. E in queste lettere si legge la storia di due persone sole: lui soffriva moltissimo, in un modo che a me sembrava esagerato, la sua condizione di militare; io studiacchiavo senza grande interesse per preparare un esame l’anno o giù di lì. L’attività che mi impegnava di più era il CUC (Centro universitario cinematografico) di cui mi occupavo quasi a tempo pieno: preparare i programmi, le schede dei film da ciclostilare, tenere la biblioteca, vendere le tessere, registrare con la mia voce (che qualcuno, bontà sua, trovava affascinante) gli annunci di iniziative speciali che poi venivano diffusi in sala nell’intervallo; in questo modo superai in parte la mia timidezza, e mi feci un po’ conoscere in giro. Anche questo fu un periodo spensierato e gratificante, ma non del tutto: all’università non ingranavo abbastanza e non facevo sufficienti piani per il futuro. Mi trascinavo, insomma.

19) Parigi

A questo punto, cioè poco dopo la partenza di Sandro, entrò in scena la Margit. Studiava lingue all’università ed aveva programmato di passare un periodo a Parigi per rinforzare il suo francese. Mi chiedeva di andare con lei. Non ricordo quale fosse il mio stato d’animo sul momento: forse un misto di eccitazione e paura, come al solito di fronte alle novità, e probabilmente le dissi che non mi sembrava possibile, io non guadagnavo e quindi avrei dovuto farmi mantenere da mia madre. Ma lei disse che potevamo metterci in contatto, una volta arrivate là, con l’Alliance Française, un’ organizzazione che, oltre a tenere i corsi di francese, offriva lavoretti agli studenti: baby sitter, lezioni private o altro, di modo che avremmo, in parte, potuto mantenerci. Insomma, per farla breve, accettai e, dopo un attimo di perplessità, anche mia madre fu d’accordo e si offrì di darmi tutta la somma necessaria: 100.000 più il biglietto. Per un mese. Ora sembra una cifra ridicola, ma ai quei tempi era sufficiente, se rinunciavamo al Ritz. Il guaio fu che la mamma fece anche una pensata che si rivelò sciagurata: era meglio che, viaggiando in treno, non portassimo tutto il denaro con noi, ma solo quel poco necessario a sopravvivere per due o tre giorni; il resto, una volta conosciuto l’indirizzo, me l’avrebbe spedito tramite banca. Anche la mamma della Margit approvò e decise di fare altrettanto. Inutile dire che i pochi soldi che avevamo con noi finirono presto e che i tempi della banca furono lunghi, troppo lunghi. E per qualche giorno patimmo perfino la fame.

Appena arrivate all’Alliance, ci iscrivemmo ai corsi di francese e trovammo subito amici italiani e non, che ci indicarono la zona di Montmartre come la più adatta alle nostre tasche: infatti ci sistemammo in un alberghetto anche piuttosto squallido, con la luce fioca, un solo letto ad una piazza e mezza, senza cesso in stanza, con un riscaldamento che c’era e non c’era, ma insomma era una sistemazione conveniente come prezzo.

Ma Parigi era grande, ed ero grande anch’io, come se assorbissi la forza e la grandezza della sua scenografia. E le sue suggestioni. Ricordo una domenica mattina, la messa cantata a Notre Dame, con il canto Salve Regina, che mi godei dalla prima all’ultima nota. Mi è rimasto, pur essendo agnostica, il gusto per i riti religiosi, meglio se cantati: raramente vado in vacanza in una città tralasciando di seguire la messa domenicale in qualche chiesa, meglio se non cattolica, almeno una volta.

Mi sentii molto presto di casa: fu facilissimo impadronirsi della rete del métro, ambientarsi tra le stradine del quartiere, scegliere una volta per sempre il baruccio dove far colazione alla mattina: café au lait et deux tartines beurrées (una volta la Margit disse “au lit” e sembrò una proposta) e pazienza se a volte, come quando cucinava mia nonna, il burro sapeva un po’ di cipolla, la fame era fame! Quando poi i soldi stavano per finire (ne tenevamo da parte il necessario per pagare la stanza nel caso dovessimo andarcene), la cena era simile ad un certo fumetto di Topolino di cui ho un vago ricordo: qualcosa come un formaggino diviso in due accompagnato da mezzo cracker a testa. E facevamo anche ottimistici progetti per quando saremmo state ricche: oltre a mangiare in qualche bel ristorantino, ricordo che mi ripromettevo di comprarmi la settimana enigmistica: un segno di ricchezza, la possibilità di un piccolo spreco, insomma. E quando finalmente i soldi arrivarono, me la comprai.

Conoscemmo alcuni ragazzi, qualcuno italiano: ne ricordo uno, Antonio, piccolo e riccioluto, mi pare meridionale, che mi faceva garbatamente ma insistentemente la corte. Fu lui che, seduti su una panchina delle Tuilieries al freddo, mi scrisse su di un quadernetto che portavo sempre con me le parole delle Feuilles mortes. Poi mi chiedeva sempre: ma tu sei pulzella? All’inizio non capivo, poi mi rifiutai di rispondergli.

Poi c’era Enrique. Enrique Fernandez Romero, o giù di lì. Fuoriuscito (si fa per dire) dalla Spagna di Franco, viveva di espedienti, per esempio vendeva il sangue, oppure vendeva i giornali proprio come uno strillone. E poi chiedeva qualche soldino ogni tanto. Ma era buono e simpatico. Poi ricordo molto vagamente un giovanotto bellino, mi pare cecoslovacco, che mi faceva la corte anche lui: insomma, Marco era bell’e dimenticato.

Dopo circa 5 settimane io ritornai a casa, ma la Margit si trattenne ancora per vari mesi: aveva trovato dei lavoretti e poté rimanere fino alla primavera inoltrata, prima però del maggio francese (eravamo nel ‘ 68). Se lo perse per un soffio. Un’altra cosa perdemmo per un soffio: le vecchie Halles che erano in via di demolizione. Non avemmo occasione di andarci.

Eravamo arrivate ai primi di novembre e verso la metà di dicembre io ripartii. Avevamo patito tutto il freddo possibile, anche perché eravamo denutrite e perennemente infreddolite dalla temperatura della stanza.

Per il viaggio di ritorno, io sicuramente sbagliai treno, perché credevo di averne preso uno che, nello stesso numero di ore, anziché di notte mi avrebbe fatta viaggiare di giorno. E l’idea mi piaceva: dormire, non avrei dormito, tanto valeva guardare il paesaggio. Ma ci mise un numero interminabile di ore, invece, qualcosa come 20 o giù di lì, sicché, col favor della sera e della notte ebbi un’(innocente) avventuretta in treno: un giovanotto prese ad attaccar discorso con me, era simpatico, ma a forza di chiacchierare arrivò alla proposta: lui scendeva a Torino: scendessi anch’io con lui! Ma sei matto? Ho una famiglia che mi aspetta! (scil. mamma, fratello, nonna): E lui: ah, sei anche tu sposata?

Durante il mio soggiorno a Parigi io e Sandro avevamo continuato a scriverci con l’assiduità consentita dalla distanza: la posta ci metteva 4 giorni da Parigi a Napoli. Quindi non c’era stata interruzione nel nostro rapporto, anzi questa lontananza ci spinse (più lui che me) a cercarci di più l’un l’altro, fino a che, qualche mese dopo, lui mi confessò di essersi accorto di amarmi. Io un po’ ci scherzai sopra: “ma cosa vuoi amarmi, è perché siamo lontani e ci idealizziamo, se ci vedessimo più spesso, ci accorgeremmo di essere semplici amici”. Lui se la prese per questa “minimizzazione” e reagì, sempre per lettera, in modo un po’ irritato: disse che sì, era la prima volta che mi si dichiarava, ma che in realtà era da molto tempo innamorato di me, fin da quando stavo con Marco: quasi un amore a prima vista, insomma. Ma io continuai col mio understatement e la cosa morì di morte naturale, lui disse appunto per mancata corrispondenza da parte mia.

Quando fu trasferito ad Aviano ci vedemmo qualche volta: lui ogni tanto aveva una licenza; un paio di volte lo andai a trovare io con suo fratello. Suo fratello era un uomo (nel senso che era di parecchi anni più grande di me) molto interessante, intelligente, spiritoso: per buona parte del periodo in cui Sandro era militare, ci vedemmo regolarmente. Alcune volte si andava in giro in macchina, o al cinema, un paio di volte andammo a Castelfranco dove lui conosceva tre sorelle, una più estrosa e simpatica dell’altra. Insomma, allora non me ne resi forse conto, ma di questo fratello devo essermi un po’ innamorata; ma di concreto non ci fu nulla.

20)a Magico Etna

Arrivò l’estate del ‘ 68 ed io non avevo alcun progetto per le vacanze. Sandro avrebbe avuto qualche giorno di ferie in settembre, non sapeva bene quando, e comunque non c’era nell’aria l’idea di fare le vacanze insieme, non eravamo intimi fino a questo punto. Mi si presentò invece un’opportunità interessante. Mia sorella aveva una bambina di pochi mesi ed era stata invitata dalla sua amica Valentina, originaria di Catania ma residente a Padova, a trascorrere le vacanze in Sicilia, ad Acicastello, con bimba e marito in una vecchia casa di famiglia che avrebbe ospitato anche altri amici. Mia sorella era un po’ combattuta: il viaggio in auto sarebbe stato troppo faticoso per la figlia, e l’aereo per tutti e tre troppo costoso. Così fece la seguente pensata: avrei io avuto voglia di accompagnarla, con la bambina, in aereo? Il marito sarebbe andato in auto con altri ospiti: in questo modo avrebbero risparmiato il prezzo di un biglietto aereo, cosa non da poco. Sulle prime fui un po’ perplessa: che ci andavo a fare io in Sicilia, dove non conoscevo nessuno, senza un invito esplicito di Valentina, così, solo per salvare una situazione? Cominciai quindi a chiedere a Valentina se conosceva un albergo dove prendermi una camera. “Ma puoi stare senz’altro da noi ad Acicastello, vedrai, è una vecchia casa dove ci si sta in tanti”. Così, senza eccessivo entusiasmo, accettai. Tra l’altro, c’era un elemento di interesse misto a terrore: l’aereo, di cui non avevo mai fatto esperienza.

E fu davvero un’esperienza emozionante: ciò che mi colpì di più fu la velocità a terra prima del decollo: mai il mio corpo aveva provato una simile emozione. La paura c’era, ma presto io e la Paola ci abituammo: anche per lei era la prima volta. La bambina, di 6 mesi, creò qualche piccolo problema, ma le hostess erano gentili e premurose. Però tutta la pastina glutinata (cruda) si sparse per ogni angolo della valigia.

Scese dall’aereo, fummo ricevute da Valentina che ci aveva precedute di qualche giorno, e da suo fratello, che io avevo conosciuto già a Padova, una volta che venne a trovare la sorella, ma di cui non ricordavo il nome, forse Aldo. Quindi, per non sbilanciarmi, gli dissi solo “ciao” stringendogli la mano. E con la sua auto, una Nsu Prinz grigia, ci accompagnò alla casa di città, a Catania, dove lui stava abitualmente con la madre, anche perché doveva preparare un esame: studiava medicina. Restammo per tutto il resto del giorno a Catania, nel bell’appartamento pieno di vento e luce, mangiando ciò che gentilmente ci preparava Pinella (madre di Valentina) e solo verso sera, dopo un rapido giro della città di notte in auto, andammo io e Valentina a sistemarci ad Acicastello. La casa aveva veramente un suo fascino: bassa, ad un solo piano, con molte stanze ampie e piene di mobili sistemati alla rinfusa, una cucina scomoda e rustica, un servizio (uno solo!) diciamo “rustico” anch’esso. Tutt’intorno c’era poi un giardino incolto, fitto di vegetazione: fiori, piante grasse, palmette con banane minuscole, insomma tutta (o quasi) la flora mediterranea. Il giardino era tutto circondato da un muro normalmente alto, che però veniva periodicamente scavalcato, se necessario, dai ragazzini che, giocando a calcio nella attigua piazzetta, a volte tiravano il pallone da noi.

C’era un’atmosfera deliziosa. Il caldo bruciante dell’estate siciliana, ma il fresco nell’interno della casa difesa da grossi muri; il bagno nei pressi del “castello” che dava il nome al paese: una antica, enorme costruzione in lava nera che si protendeva sul mare. Io non sapevo nuotare, per cui mi facevo trasportare dal grosso Gabriele (compagno di Valentina), avvinghiata alle sue spalle. A volte Cesare (sì, perché non si chiamava Aldo), che passava i pomeriggi e le cene con noi e poi se ne tornava a dormire a Catania, mi prendeva per mano (di nuovo!) e mi aiutava ad entrare in acqua almeno per un po’ prima che rapidamente si facesse profonda. Questi sporadici contatti, aggiunti ad un suo senso dell’umorismo che da sempre considero assai “seduttivo”, e ad un corpo da ragazzo (aveva in effetti 22 anni), che suggeriva dolcezza e forza al tempo stesso, fecero sì che questo Cesare cominciasse ad entrarmi nel sangue. Nulla però, credo, feci trapelare: era un amore impossibile a priori, abitavamo a 1300 km di distanza. Però cominciai a rodermi. Persi perfino il sonno e l’appetito. Tra di noi, comunque, nulla di esplicito; forse qualche occhiata allusiva.

Mentre si pranzava nella “sala” un po’ buia e fresca, le cene si svolgevano in giardino, sotto i gelsomini. Eravamo in tanti per una casa tutto sommato piuttosto piccola: oltre a me e a mia sorella con famiglia, c’erano Valentina e Gabriele (il mio traghettatore), poi una certa Cristiana che veniva da Padova, e infine un ridanciano ex compagno di scuola di Valentina, tale Ettore detto Tocci, detto anche il Torciferone da quando così lo chiamò la loro cameriera analfabeta. Tocci aveva anche un cane di discreta taglia, Buck, per fortuna del tutto innocuo.

Passavamo giornate del tutto spensierate. Mare, pranzi, ancora mare, cene, risate, e serate fresche. Ci si sedeva o sdraiava in giardino e si chiacchierava, si scherzava: un giorno Cesare mi raccontò una specie di indovinello sui topi che entrano ed escono da una bottiglia, ma la soluzione (così funzionava il giochetto) me l’avrebbe rivelata soltanto se io fossi stata “gentile con lui”. Il doppio senso da un lato mi imbarazzò, dall’altro mi fece venire il caratteristico brivido. Ero combattuta: anche se ne ero fortemente attratta, che cosa aveva lui in mente? Che niente niente avesse fatto una scommessa con Tocci il mandrillo per vedere se riusciva a portarmi a letto? E comunque non ero in vena di avventure balneari, e nient’altro avrebbe potuto essere. Per cui, anche se in preda di atroci conflitti, decisi di non far nulla per alimentare questo presunto “love affair”. Neanche il pomeriggio seguente quando, mentre stavo sonnecchiando in camera mia dopo una notte passata tutti insieme “ad aspettare l’alba”, Cesare mi bussò alla porta. “Chi è?” “Sono io, volevo finirti la storiella dei topi”. Nessun brivido stavolta, anzi un po’ di irritazione perché ero veramente morta di sonno. E la cosa finì lì. Per il momento.

Qualche pomeriggio dopo, Cesare mi propose di fare una gitarella sull’Etna, precisamente al rifugio Citelli (oggi non esiste più, coperto da una recente eruzione) che era un buon punto di osservazione. L’invito veramente era rivolto anche alla Paola, ma lei gentilmente rifiutò, non ricordo perché. Andammo noi due. La scena-madre si può descrivere così: siamo seduti sull’erba a chiacchierare, io sto intrecciando distrattamente dei fili d’erba, quando improvvisamente lui mi toglie i fili di mano, mi stende sull’erba e mi bacia appassionatamente. Stavolta mi arresi, felice: “ma come hai fatto a capire che lo volevo anch’io, proprio in questo momento?”

Era il 15 luglio del ‘ 68, era il compleanno di Tocci e tutti ci stavamo preparando per una festa in maschera in giardino con vestiti trovati dentro vecchi bauli. Ognuno così si era costruito un personaggio: Giuseppe era un nobile russo, Valentina una ragazza-charleston con tanto di cuffietta di perline; Gabriele era semplicemente avviluppato in un enorme lenzuolo e faceva l’arabo; Cesare era il viveur Gaston de vagon-lits, io un’odalisca, con indosso un pigiama variopinto che casualmente mi ero appena comprata; Cristiana, tutta in nero ed elegantissima, era impreziosita dalla presenza di un cane, il povero Buck, che aveva ben poco di elegante. E fu durante la cena-festa che gli occhi di tutti si posarono sorpresi su di me e su Cesare che ci tenevamo per mano. Ricordo gli occhi stupefatti, ma non credo contrariati, di Valentina. Ci fu qualche spiegazione – ma c’era poco da spiegare.

Io e Cesare eravamo là, in quell’antico giardino coperto da gelsomini ed erbe selvatiche, come se ci fossimo cercati da sempre e finalmente trovati.

FINE

3 Responses to "Attorno a me"

  1. franca benincà  27 febbraio 2011 at 18:06

    non so se devo ripetere la replica, ad ogni buon conto grazie e un abbraccio
    francesca

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  2. Serena  22 gennaio 2011 at 15:33

    Pensavo di dovere vagare ancora molto per leggere qualcosa che si discostasse dalla squallide pagine dell’Italia di oggi. Un’Italia banale come la politica (destra e sinistra), violenta comeuna parte della Giustizia da una parte e le mafie dall’altra, dicattivo esempio come la televisione di stato e quelle che con essa entrano in competizione. Grazie a Franca Benincà e a chi ha avuto l’idea di pubblicare questo scritto che lascia ancora spazio all’anima che non riusciamo più ad ascoltare come non riusciamo più a percepire il ricordo soave di una carezza materna e, come dice Franca Benincà, della mano vissuta della nonna. Sono emozionata. Vi ringrazio perchè siete diversi da chi scrive per guadagnare voti. Forse non è nulla ma avete guadagnato la mia stima di attenta scrutatrice di cose belle e lettrice di rete. Serena

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    • franca benincà  27 febbraio 2011 at 18:04

      cara serena, figurati che solo oggi ho trovato il tuo commento che mi ha commosso per le belle parole. Se ti va di scrivermi, mi fai piacere, ma solo se ti va. Grazie ancora e un abbraccio
      francesca

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