Giovanni Iaquinta: “La Calabria che Vorrei”

Nell’ambito della presentazione del progetto dell’Assessore alla cultura di San Giovanni in Fiore, Giovanni Iaquinta, denominatoBiblioteca delle Tesi di laurea dei sangiovannesi”, l’Assessore ha deciso di aprire la manifestazione con la lettura di effetto di un testo edito dallo stesso Assessore, interpretato da due giovani di San Giovanni in Fiore:
 
La Calabria che vorrei. Dialogo di un liceale e di una laureanda calabrese”.
A  Sono un millennial. Sì, anch’io sono un millennial. E sono forte, dentro la generazione che preferisce il gioco di squadra, che è molto impegnata nel volontariato. Aperta, dinamica, equa, solidale.
B   Quella generazione che vive dei riflessi del web 2.0 e non solo, la generazione di internet e delle start-up, quella generazione del tutto convinta delle possibilità, che le possibilità di migliorare il mondo nascano dal basso, solo dal basso.
A    È vero, anch’io mi muovo in quella che Ulrich Beck definisce “società del rischio”, ma è così perché amo mettermi in discussione, cambiare, rischiare. E non penso a una società della paura, che guarda ai migranti, al cambiamento, alla diversità come una minaccia.
B     E non sopporto l’idea di essere figlio della generazione né né, né studio, cioè, né lavoro. Sono una ventenne, nato dopo il crollo del Muro di Berlino. Il mio Dio non è la vespa e nemmeno il moncler. Se penso, non penso più  ai “paninari”, penso solo alla Generazione F, che significa futuro. E impegno. Impegno e futuro.
A     Io il “secolo breve” lo conosco, lo conosco bene. Ma non c’entro, non c’entro più niente. Quei modi di fare, di agire, quelle posizioni no, non le conosco neanche.
B    Il Novecento ha cambiato tutto, è così. Proprio tutto, Però nel mio Pantheon    non c’è più solo lo spazio fisso e immobile per chi lo ha cambiato, per i protagonisti che pure rispetto; c’è,  soprattutto, spazio per le cose che sanno del presente, le cose del Terzo Millennio. Le cose di oggi, di adesso. E di domani, sì di domani.
A   È per questo che mi fa male la Calabria chiusa nelle maglie strette dei soliti luoghi comuni. Rigida, incompresa, figlia del pregiudizio. La Calabria che tutti pensano di conoscere fuori dalla Calabria, che non è la Calabria vera, autentica, che è, che potrebbe essere, che alla fine sarà, perché la costruiremo tutti insieme, perché non permetteremo a nessuno di distruggerla, perché alla fine ce la faremo tutti insieme.
B    Io amo la Calabria, anzi le Calabrie; non mi vergogno di essere calabrese. Sono innamorata di questa terra. E mi fa rabbia vederla così. Così chiusa, così anonima, così perdente. Troppo spesso dipinta così brutta.
A    Se guardo alla Calabria, vedo il profumo del mare prendere forma, e muoversi il freddo pungente delle vette. Immagino la linea meridiana che attraversa le sue coste infinite, gli orizzonti ultimi che guardano in faccia Dio,  e la montagna così silenziosa e, insieme, loquace. Rigorosa e forte. Quasi in preghiera.
B   È la Calabria di Gioacchino da Fiore, di Corrado Alvaro, di Tommaso Campanella, di Cassiodoro, di Lorenzo Calogero, di Saverio Strati; è la terra del pensiero, è terra della mente; terra di grande cultura; è una terra generosa, aperta, che guarda al valore della prossimità e dell’accoglienza come un modello da esportare in Italia e nel mondo.
B    Tutto il Mediterraneo nella Calabria, il Mediterraneo in ogni parte della Calabria: è questa la Calabria che vorrei, che vorrei di nuovo. Terra che fa sentire tutti in un altrove, che è uno; terra che sa costruire “reti inestricabili di reciprocità”.
A   La Calabria che vorrei è quella che rabbrividisce guardando ai fatti di Rosarno, quella che  guarda negli occhi il pizzo e si gira dall’altra parte, gli dice no; la Calabria che vorrei non sa di morte, di ‘ndrangheta, di malaffare, di crimini, traffici, di rifiuti tossici e contaminazioni radioattive.
B   La Calabria che vorrei è una Calabria giovane; è la Calabria dei giovani non più elementi di folklore, panda esibiti come pacchi nelle migliori occasioni e poi stupidamente dimenticati.
A   La Calabria che vorrei non è più quella di frontiera, dimenticata; è la Calabria che vuole dire ai ragazzi e alle ragazze che possono riappropriarsi dell’impegno civile, della politica, perché la politica serve a migliorare la società.
B   Per farlo non bisogna confondere la politica con i partiti, né i politici con i politicanti;  lo, so, dei partiti non se ne può fare a meno, sono il pane della democrazia; ma quando penso ai partiti non penso a certi partiti,  a quelli dei notabili, dei colonnelli, delle statue di sale brutte e contaminanti bruttezza. Non sopporto l’idea dei cacicchi, di quei personaggi che decidono per tutti, di quella specie di bronzi di Riace che sono sulla scena da mezzo secolo; quelli che predicano bene e razzolano male, quelli che predicano il nuovo e vanno a braccetto con i matusalemme della politica. Logori e logoranti. Persino patetici.
La Calabria che vorrei è delle pari dignità e condizioni. Delle possibilità non a chiacchiere, ma per tutti, a cominciare da chi non ha santi in paradiso, che in paradiso non vuole arrivarci in carrozza come i cattivi cristiani, ma vuole farlo sudando, lavorando sodo, onestamente, con la mente e con il cuore.
B   È questa la Calabria che voglio, dei giovani che faticano negli studi e mettono in circolo conoscenze e competenze senza misura. Giovani agguerriti nel processo di formazione, che puntano tutto sui  talenti; giovani che non pretendono nulla.
A   Giovani che vogliono vivere con il risultato splendido delle loro fatiche, giovani che non vogliono essere servi di nessuno; intraprendenti e vivi, belli e onesti, liberi e forti, che vogliono maturare esperienze in Europa e nel mondo solo per approfondire gli studi e affinare gli strumenti professionali, non perché sbattuti fuori a calci nel sedere, mandati via senza possibilità di ritorno, offesi e umiliati lasciando dappertutto solo grigiore, permettendo passivamente di prendere in mano la Calabria ai peggiori, che partoriscono soltanto mediocrità.
La Calabria  che voglio è la Calabria di tutti, non di pochi. Inutili, perdenti, fuori tempo massimo.
La Calabria che voglio è la Calabria da costruire, la Calabria dei talenti e di tutti i lavoratori, che non vuole più assistere passivamente a morti nei cantieri e nelle fabbriche, per strada o nei campi, senza le più elementari norme di sicurezza La Calabria che voglio non è quella della strage assurda di Filandari, ma una terra ricchissima piena di vita, che vuole vivere, vivere, vivere.
A-B Nessuno ci può aiutare e consigliare sulla Calabria che vogliamo, se non noi stessi. “La nostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di questo impulso. Poi avviciniamoci alla natura. E tentiamo come un primo uomo al mondo di dire quello che vediamo. E viviamo, e perdiamoci, e amiamoci”.

Giovanni Iaquinta

One Response to "Giovanni Iaquinta: “La Calabria che Vorrei”"

  1. Fabio  22 gennaio 2011 at 19:24

    “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. Mahatma Gandhi (1869-1948). Caro Giovanni, ho molto apprezzato il testo. Mi chiedo: pensi per davvero che i giovani di San Giovanni in Fiore siano capaci di una rivoluzione culturale capace di scrivere una nuova pagina di storia del Sud? Io spero…

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