L’ultimo libro di Pierfranco Bruni “la bicicletta di mio padre”.

“La bicicletta di mio padre”, l’ultima opera dello scrittore calabrese Pierfranco Bruni, pubblicata dalla Casa Editrice Pellegrini, colpisce innanzitutto per l’originalità della tecnica narrativa scelta dall’autore. Un romanzo non tradizionalmente, convenzionalmente inteso ma un’opera innovativa, una prosa elegante attraverso la quale l’io narrante consegna al lettore, al quale si rivolge direttamente chiamandolo “amico mio, caro amico”, la libera rappresentazione di pensieri, sentimenti ed emozioni in un abile e riuscito intreccio tra lirica e racconto.

Già opportunamente definito dalla critica quale “romanzo che si fa vita”, il libro è, a mio avviso, “la riflessione di un animo sensibile che diventa romanzo”. Romanzo in cui domina il mondo interiore dell’io narrante con le sue emozioni ed i suoi ricordi ma anche con le sue incertezze, le sue inquietudini, i suoi interrogativi.

L’opera prende il via da un fatto concreto: l’autore, tornando nel paese natio dopo aver vissuto tanto tempo lontano, si trova di fronte la vecchia Legnano di suo padre. E la bicicletta, un tempo nera e lucida, ora arrugginita e segnata dal tempo (l’autore dice “consunta e arrugginita tale da sembrare un ferrovecchio”), diventa metafora del tempo trascorso e gli offre lo spunto per ripercorrere con la memoria sensazioni passate.

Attraverso una introspezione condotta con grande sapienza narrativa, l’autore si abbandona al “movimento” dei suoi pensieri. Dico “movimento” perché l’io narrante, inforcando metaforicamente la bicicletta del padre, compie un vero e proprio viaggio nella memoria ripercorrendo i sentieri dell’infanzia e vari momenti della sua giovinezza.

E consegna così al lettore non soltanto una carrellata di emozioni che riaffiorano dal ricordo, dalla memoria di una giovinezza felice, ma la propria, personale, intima concezione del tempo che passa. I luoghi fisici della memoria sono quelli del Sud: la Calabria, la Puglia, la Magna Grecia tutta con i suoi scenari naturali suggestivi e incantevoli: il mare soprattutto. Paesaggi  e scenari che sembrano a tratti un tutt’uno con l’io narrante. “Non mi sono mai considerato un’alba, semmai sono un tramonto, un crepuscolo” afferma, nel libro, Pierfranco Bruni. E la presenza naturale ritorna anche quando l’autore vuol raccontare un momento di inquietudine: “ho il nubifragio nella mia mente”.

Temi centrali delle sue riflessioni sono: il Viaggio, la Memoria, il Tempo, i Ricordi. Tempo e Viaggio: elementi basilari dell’esistenza e temi portanti della letteratura di Pierfranco Bruni. Egli ritiene che “uno scrittore che non si confronta con il tempo è uno scrittore che non conosce il viaggio”. Un viaggio che è un viaggiare dentro se stessi, un viaggiare nella memoria.

Più volte l’autore insiste sul concetto di memoria a cui affida un valore salvifico: “Solo la memoria ci salverà”, afferma con forza l’io narrante. “La memoria è un’àncora che ci consente di continuare i viaggi”. La società odierna è afflitta dal virus del dimenticare, dice l’intellettuale calabrese, ed i nostri figli non sanno quanto di affascinante ci sia nella memoria. Splendide e intense sono le parti in cui egli parla, ancora, della memoria: “indefinibile magia… non è solo una conchiglia che raccoglie i ricordi…è una testimonianza della vita”.

La bicicletta non è solo un ricordo perché “è la vita che entra dentro la vita”, precisa l’io narrante che nello stesso tempo si chiede: “…o è forse la vita che si fa altro?”

Pierfranco Bruni osserva, infatti, che sicuramente c’è stato un cambiamento dentro di sè e, tornando nel proprio paese, dopo aver trascorso tanto tempo lontano, tutto appare diverso. Mentre nella memoria il paese è rimasto sempre lo stesso “…è rimasto dentro di me come una fotografia”, recita lo splendido incipit, nella realtà tutto è cambiato e diversi appaiono anche gli sfondi naturali che facevano da quinta scenografica all’infanzia, alla giovinezza: anche la luna, i crepuscoli, l’alito del mare hanno un altro sapore. La bicicletta ha chiuso un ciclo della sua vita. Relegarla in un angolo della casa di paese ha sancito la fine di un’epoca, la giovinezza e l’infanzia, ma è pur vero che ciò ha significato l’inizio di una nuova vita. Difatti Pierfranco Bruni guarda al suo futuro rifiutando con forza l’idea che la bicicletta debba essere solo memoria intesa come rimpianto o malinconia. Esiste certamente un nesso tra nostalgia e memoria e “la memoria si costruisce con la consapevolezza che non si può ritornare al tempo perduto”; però, e ritengo che questo punto sia basilare per comprendere pienamente il pensiero dell’autore e cogliere l’essenza di questo libro così intenso e profondo, “nel tempo perduto ci sono i sentieri emozionali che permettono di andare oltre”.

Dopo la nostalgia del rimpianto, cioè, ci si deve avviare, puntualizza Pierfranco Bruni, verso “la nostalgia del futuro”. C’è un futuro che ci attende, ci sono ancora altre epoche da vivere, “c’è ancora un vivere che chiede di essere vissuto”. Sarebbe una pura illusione pensare di poter tornare realmente indietro nel tempo: “… è ridicolo, ed è da stupidi”, sostiene l’io narrante ribadendo questo concetto. Dalla consapevolezza dell’impossibilità di un ritorno reale al tempo che è stato nasce la nostalgia del futuro. “Il Viaggio è il futuro” perché “si ha sempre bisogno dell’emozione del ritorno per tracciare i desideri del futuro”. Dunque il rimpianto si supera con la passione, la passione di vivere.

E nella memoria c’è ovviamente l’amore. Indimenticabili, come indimenticabile è spesso l’amore, sono le intense pagine che ricordano e raccontano l’amore passato, l’amore finito. Amore dolce e triste, il cui ricordo è velato da una malinconia a tratti straziante. Per dare un assaggio, a chi non ha ancora letto il libro, delle atmosfere delicate e poetiche e nello stesso tempo emozionanti e coinvolgenti che scaturiscono dal pensiero creativo dell’autore, ho pensato di riportare un breve passo: “…Mi ritorni in quell’autunno sulla spiaggia deserta con le onde che giocavano con il silenzio ma tutto passa ed è meglio non vedersi. I colori strisciavano il crepuscolo. Mi faceva tutto paura. Non so perché. Perdendoti nel vento leggero di quella stagione sono entrato in un nuovo tempo. Ciao. C’è una striscia azzurra che separa. I tuoi occhi di mare ora disegnano autunno. E sono proprio le storie finite che colorano i tramonti. Allora. Ti allontani. Ti vedo. I capelli lunghi hanno riccioli. Il tuo passo è una danza. Il dolore del distacco è una ferita. C’è il mare. Il mare che si fa tristezza. Sono i segreti a intrecciare bellezza e peccato. Come eri bella quel giorno che ti ho incontrata. Come eri bella quel giorno che abbiamo fatto l’amore la prima volta. Come eri bella quel giorno che sei andata via. Continuerò a raccontarti questo mio sogno sconfitto o questa storia fallita. E sono passati degli anni. Non sono io che vado via. Sono gli altri che ci lasciano. Lasciarsi o partire? Ti vedo. Vorrei soltanto che capissi che ora mi manchi davvero. Nonostante tutto. E so che i nostri viaggi non avranno più ritorni. Indefinibile passione. Anche questa storia è nella conchiglia mentre sono indeciso se riprendere la mia passeggiata sulla bicicletta di mio padre…”. E’ stato difficile, per me, scegliere e selezionare il brano da proporre perché ogni pagina di questo libro, ogni sua riga colpisce ed appassiona. Con la stessa raffinatezza ed eleganza, ed insieme potenza espressiva, sono raccontati la passione fisica e il desiderio, sempre filtrati dalla lente del ricordo, o la consapevolezza, acquisita con l’età, del disamore.

Amori vissuti come sogno, amori che l’autore non vuol percepire come rimpianto, pur essendo lambito dalla malinconia, ma dei quali scrivere significa non cedere all’idea di una perdita definitiva. Esiste un filo sottile, nella concezione dell’autore, tra la morte e la fine di un amore. Entrambe le situazioni, la morte e la fine di un amore, rappresentano qualcosa che finisce: certo dopo la morte non c’è possibilità alcuna di ricominciare mentre con l’amore si ma, a ben vedere, la fine di un amore è la fine di un tempo che è stato, un tempo in cui siamo stati felici e che ci ha definitivamente cambiato, ci ha reso diversi.

Aprendo il libro della memoria l’autore evoca anche esistenze reali e centrali del suo cosmo affettivo: ecco dunque una splendida e dolcissima lettera indirizzata alla figlia e uno scritto inviatogli da un amico. E al moto dei suoi pensieri si intrecciano anche grandi nomi della letteratura, letteratura di cui il professor Bruni è, come sappiamo, profondo conoscitore: cito, in ordine sparso, Dante, Pavese, Vico, d’Annunzio, Pascoli, autori ai quali nel libro si fa opportunamente riferimento quando il loro pensiero si allinea perfettamente all’intimo sentire dell’io narrante. La letteratura “imbriglia e imbroglia” e qualche volta è addirittura “maledetta”.  Richiamando figure del mito o della tradizione letteraria, quali Giuda, Mosè, San Paolo, l’io narrante posa il suo sguardo su Ulisse che incarna il Viaggio per eccellenza: “…Ulisse non dimentica l’orizzonte delle radici pur nel naufragio delle tempeste”. In ognuno di noi si nasconde un Ulisse, il cospiratore, l’inventore. Ulisse, che ha stravolto e tracciato i destini con quel suo bisogno di tornare dall’amata Penelope, senza concedersi a Nausicaa, diventa metafora: egli parte spinto dal desiderio di conoscenza ma ha bisogno di ritornare perchè la partenza ed il viaggio presuppongono sempre un ritorno. “…Se dovessimo perdere la sensazione del viaggio resteremmo senza la fantasia che cattura le attese”, afferma Pierfranco Bruni.

Nell’ultima sezione del libro, la IV, l’io narrante lega il suo sguardo a quello di uno sciamano e, prima di congedarsi dal lettore, si chiede: “potrei essere uno sciamano?” L’intellettuale calabrese non dà alcuna risposta e, anzi, dice: “…sto preparando la risposta”. Noi lettori attendiamo quella risposta e speriamo che l’autore vorrà darcela in un suo prossimo libro. Per quanto mi riguarda credo che Pierfranco Bruni possa di certo considerarsi uno scrittore-sciamano per quel ponte, quel legame magico che il libro riesce a creare tra scrittore e lettore, per i significati profondi che fanno risuonare l’anima, per la partecipazione e il coinvolgimento che il suo stile elegante riesce a suscitare in chi legge.

Con “La bicicletta di mio padre” Pierfranco Bruni ci ha consegnato pagine davvero emozionanti e toccanti, un’opera vera perchè densa di sentimenti autentici, un libro dolce, profondo, intenso e appassionante che tocca le corde del cuore e che di certo non si dimentica!

 

Caterina Misitano

 

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