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martedì, Dicembre 1, 2020

Corrado Passera lancia allarme: gli italiani in crisi sono 28 milioni. Attivare subito crescita.

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Corrado Passera
Corrado Passera

Metà degli italiani lotta tutti i giorni contro gli effetti del lavoro che non c’è o che non c’è più. Per 28 milioni la crisi non è qualcosa di cui preoccuparsi leggendo il giornale o guardando la tv.

E’ problema tangibile, urgente il cui antidoto, secondo il governo, è uno sopra tutti: far ripartire la crescita. Al Festival dell’Economia di Trento il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, fa due conti: «Siamo in un’Europa in cui probabilmente 50 milioni di persone o sono disoccupate o sono sotto-occupate. Moltiplicando per quattro parenti o persone che vivono insieme, diventano 200 milioni di persone».

Rapportando i numeri alla situazione italiana, il ministro calcola che «i problemi del lavoro toccano direttamente da 5 milioni a 7 milioni di persone. Questo contando disoccupati, cassintegrati, inoccupati, cioè chi non cerca più lavoro, e sottoccupati, ovvero chi non ha uno stipendio sufficiente a sbarcare il lunario».

Ecco, moltiplicando tale numero anche in questo caso per quattro «fa 28 milioni di persone: metà della popolazione». Cifra sufficiente a creare «una situazione per cui con ansia, ogni giorno, mi chiedo cosa aggiungere all’agenda della crescita», dice Passera. E, se è vero che «una società è molto più della sua economia», urge cambiare passo. «Serve la crescita» e «tanto sostenuta da essere sufficiente a rispondere alla domanda di lavoro».

Una prima risposta arriverò in settimana con la presentazione del decreto sviluppo: 78 articoli che toccheranno, nelle intenzioni del governo, tutte le leve della crescita, dal credito d’imposta per l’assunzione di personale qualificato, alle misure per l’edilizia, fino alla velocizzazione del diritto fallimentare e all’estensione a tutti della Srl a un euro, finora dedicata ai giovani. Per Passera serve una crescita che sia «anche sostenibile, cioè non drogata dal debito».

E chiaro poi che «il Pil non tiene conto di come si crea la crescita. Se però il debito pubblico o quello privato sono eccessivi, poi i nodi vengono al pettine». Assicura, sul punto: «La robustezza che il governo ha usato sui conti per non scivolare verso una situazione quasi greca non verrà meno».

a cura di Francesco Spini, La Stampa – Economia

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