Trattativa STATO & MAFIA: a processo Nicola Mancino, ex ministri, mafiosi, ufficiali dell’Arma e Ciancimino jr

I Magistrati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone

I Magistrati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone

Chissà cosa si stanno dicendo oggi Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che sembrano sorridere sulla complessa vicenda che sta prendendo vita per tentare di far luce sul periodo più nero in Italia per quanto riguarda le collusioni tra Stato e mafia.
E ne combineranno ancora delle belle Paolo e Giovanni che questa volta hanno dalla parte loro anche un Giudice, Francesca Morvillo e gloriosi investigatori, i loro Angeli custodi che sono stati smembrati dalle esplosioni di un tempo, per essere ricomposti, prima o poi, insieme ai loro Magistrati e a tutte le vittime di Mafia e dei rapporti Stato & Mafia, nelle Aule di Giustizia della Sicilia.

Sarà questo l’esorcismo a cura di Don Pino Puglisi ad un demone che si chiama “Legioni” perché ha i mille volti della Mafia: delinquenti e criminali, potenti e invidiosi, portaborse ed ignoranti, faccendieri e poliziotti corrotti, smaniosi di potere e, purtroppo, anche Carabinieri. Tanti uomini e una stessa anima infame che ha distrutto una moltitudine di cuori, per finire, prima o poi, dannata per sempre.

E’ folle illudersi che le verità possano morire per sempre quando esse gridano giustizia attraverso la stessa società civile che matura e che si rende conto che, per crescere e cambiare, bisogna partire dalla Verità, dal Diritto dell’Uomo alla sua vita e ad una morte “diversamente utile”.

Abbiamo imparato tutti che quando si entra in un Tribunale non vi sono ne vincitori ne vinti.
Ma il tentativo di mettere in scena la rappresentazione della verità per chiudere quella ferita sanguinante una volta per sempre, è fondamentale.
Due Uomini, due Eroi Moderni, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, sono oggi il simbolo dell’immortalità della Verità.
Un simbolo più grande del tempo stesso di cui dispongono molte menzogne della storia, la cui evocazione oggi, diventa un esempio di altezza umana e di lungimiranza, di Etica del rapporto dell’uomo con L’Uomo stesso e con Dio.
Rispetto alla Morte, il sorriso di Paolo e Giovanni, è una consolazione.

A cura di Fabio Gallo

 

Quando un mese fa si seppe che la sua firma non era accanto a quelle dei suoi pm nell’atto di chiusura dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, spiegò che la legge non lo obbligava a sottoscrivere il provvedimento conclusivo di un’inchiesta di cui non era titolare. Una argomentazione che aveva il gusto del cavillo giuridico, ma che non risolse il problema. Un problema che torna a porsi oggi che la Procura di Palermo ha chiesto il processo per i 12 indagati: ex ministri, mafiosi, ufficiali dell’Arma e Ciancimino jr. Sull’istanza, infatti, la firma del procuratore Francesco Messineo manca anche oggi. Anche se stavolta c’é il suo visto.

“Una presa d’atto che non significa condivisione né assunzione di responsabilità”, commenta in Procura chi, già un mese fa, aveva criticato la presa di distanze di un magistrato ritenuto molto prudente e in attesa della pronuncia del Csm sulla sua nomina a Procuratore Generale di Palermo. La richiesta, comunque, è scesa all’ufficio del gip che ha cinque giorni per decidere la data dell’udienza preliminare, sede in cui gli imputati possono chiedere riti alternativi o sottoporsi alla pronuncia di proscioglimento o rinvio a giudizio.

L’atto sarà notificato anche all’Avvocatura dello Stato perché possa costituirsi in giudizio per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri indicata come parte lesa. “Preferisco farmi giudicare da un giudice terzo. Dimostrerò la mia estraneità ai fatti addebitatimi ritenuti falsa testimonianza, e la mia fedeltà allo Stato”, ha commentato Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno coinvolto nell’inchiesta per le dichiarazioni rese durante il processo al generale Mario Mori, altro presunto protagonista della trattativa.

A rischiare il processo, dunque, sono in 12: oltre a Mancino, finito in una rovente polemica per le sue conversazioni, intercettate dalla Dia, con il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio, i vertici del Ros di quegli anni: il generale Mario Mori, l’ex comandante Antonio Subranni e l’ex capitano Giuseppe De Donno che nel ’92 avrebbero avviato il dialogo con Cosa nostra tramite Vito Ciancimino. E ancora i capimafia Bernardo Provenzano, Toto’ Riina, Luca Bagarella, Giovanni Brusca e Antonino Cinà e Massimo Ciancimino, figlio di don Vito. Nella lista anche l’ex ministro dc Calogero Mannino e il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. L’uno, accusato di avere dato input alla trattativa perché temeva di essere ucciso, l’altro perché si sarebbe proposto come intermediario con i clan dopo l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima. ANSA

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