Napolitano e la triplice partita. Qualcuno potrebbe volerlo fuori dai giochi?

Professore Alessandro Corneli Direttore GR&RG "GLOBAL RESEARCH & REPORTS GROUP"

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Giorgio Napolitano, protagonista della formazione del governo Monti, è da qualche mese sotto attacco per l’indagine sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia. Ma questa potrebbe essere la scusa per metterlo fuori gioco prima della scadenza del suo mandato al Quirinale così da lasciare le forze politiche libere di giocarsi la triplice partita della legge elettorale, della formazione del nuovo governo e della scelta del nuovo presidente della Repubblica.  Si può aggiungere, sottotraccia, la partita trasversale per impedire che quel presidenzialismo o semipresidenzialismo de facto possa consolidarsi come più di un semplice esperimento dettato dall’emergenza e invece come l’anticipazione di una futura riforma costituzionale.

L’offensiva è partita dall’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo sulla presunta trattativa Stato-mafia che il 13 giugno scorso ha chiuso le indagini con la richiesta di alcuni rinvii a giudizio, tra i quali anche quello  dell’ex ministro, ex parlamentare ed ex vicepresidente della Corte costituzionale, Nicola Mancino, per falsa testimonianza. Il 15 giugno iniziano a circolare sulla stampa indiscrezioni sulle registrazioni di alcune telefonate che lo stesso Mancino avrebbe  avuto con il consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio, e con lo stesso Presidente, nel corso delle quali l’ex parlamentare (sottoposto a intercettazioni) avrebbe manifestato la sua preoccupazione per l’indagine di Palermo e, presumibilmente, avrebbe sollecitato un intervento del Quirinale a suo favore.

Nel Paese delle raccomandazioni e degli interventi autorevoli  a favore anche delle più piccole vicende personali, la storia sarebbe potuta finire in breve tempo, ma il Quirinale decise di rispondere con un certa durezza e rapidamente con una lettera dello stesso D’Ambrosio al Capo dello Stato, resa pubblica il 18 giugno, con l’offerta delle proprie dimissioni, respinte il giorno successivo. Questa reazione del Quirinale fa aumentare la curiosità sulla vicenda e da più parti si chiede che vengano resi noti i contenuti delle telefonate, ma il 21 giugno Napolitano affronta la questione con i giornalisti: “Negli ultimi giorni si è alimentata una campagna di insinuazioni e sospetti nei confronti del Presidente della Repubblica e dei suoi collaboratori, una campagna costruita sul nulla”.

Tre settimane più tardi, il 16 luglio, Napolitano decide di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura di Palermo, sostenendo che “le intercettazioni anche indirette (era Mancino l’intercettato, non chi era all’altro capo del telefono – ndr) ledono le prerogative del presidente”.  A stretto giro, la Procura di Palermo risponde di non poter distruggere le intercettazioni perché la decisione spetta al Gip, sentite le pari in causa. Il principale magistrato interessato, Antonio Ingroia, si dichiara “stupito” dal conflitto di attribuzione. Il 26 luglio, muore improvvisamente d’infarto Loris D’Ambrosio.

Un quotidiano, Il Fatto, fin dall’inizio si è gettato sulla storia delle telefonate, chiedendo che fossero resi noti i contenuti delle telefonate, e poi ha contestato la sollevazione del conflitto di attribuzione. Quindi è scesa in campo  la politica con un attacco di Antonio Di Pietro, fin dall’inizio all’opposizione del governo Monti insieme alla Lega, allo stesso presidente della Repubblica, nel frattempo attestatosi sull’attesa della sentenza della Corte costituzionale. Di Pietro, inoltre, ha collegato esplicitamente le sue critiche al Quirinale con l’inizio di un’offensiva contro di lui e contro il suo partito: “Da quando l’Italia dei Valori ha chiesto con determinazione chiarezza sulla trattativa fra Stato e mafia… e da quando ci siamo permessi di muovere delle critiche anche al presidente della Repubblica per gli interventi del Quirinale in questa vicenda, siamo diventati oggetto di una campagna di denigrazione e calunnie senza precedenti”, ha scritto sul suo blog il 9 luglio. Con un’accusa diretta al Capo dello Stato: “Prima fa finta di non vedere, e poi briga per impedire di conoscere i fatti, andando oltre i confini costituzionali del suo mandato”.

Le critiche di Di Pietro al Quirinale non sono state seguite dalle altre forze politiche. Anzi, hanno provocato una profonda spaccatura tra l’Idv e il Pd, pregiudicando l’alleanza che si stava consolidando in vista delle prossime  elezioni politiche.  Anche in questo caso, la polemica tra Di Pietro e il Quirinale si sarebbe potuta acquietare se , il 3 novembre, la trasmissione Report di Rai 3 non avesse imbastito un vero e proprio “processo” al leader dell’Idv sul modo in cui egli aveva gestito il denaro del finanziamento pubblico dei partiti mettendo insieme fatti già noti da anni e sui quali la Magistratura si era già pronunziata a favore di Di Pietro. Il quale, se durante la trasmissione è apparso in difficoltà, nei giorni successivi ha invece dato prova di sicurezza in contrasto con il fatto che dal suo partito, finito nell’occhio del ciclone anche per alcune indagini riguardanti il modo in cui alcuni suoi esponenti avevano utilizzato i fondi pubblici, erano subito usciti alcuni esponenti di primo piano.

Pochi giorni dopo,l’8 novembre, è il canale televisivo La 7 che, nella trasmissione Servizio pubblico diretta da Michele Santoro, torna sulla vicenda, ma con tutt’altro taglio. Forte di un’indagine de Il Fatto, che riduceva a 11 le proprietà immobiliari della famiglia Di Pietro, anziché una sessantina, consente al leader dell’Idv di spiegarsi in modo convincente. Ma il punto è che, durante la trasmissione, Enrico Mentana, direttore del Tg de La 7, chiede a Di Pietro se ci sia una relazione tra gli attacchi da lui subiti e quelli da lui rivolti a Napolitano.  Lo chiede con insistenza, ripetutamente, ma il leader dell’Idv non dà una risposta.

Non basta: il 9 novembre, sempre su La 7, nel programma “Crozza nel paese delle meraviglie”, il noto comico ironizza sulle proprietà immobiliari di Di Pietro ma soprattutto si produce in una lunga parodia del Capo dello Stato.

Lo stesso giorno, 9 novembre, il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, che da quattro anni bersaglia Giorgio Napolitano  e che in agosto ne aveva criticato le sollecitazioni per una nuova legge elettorale, su questo stesso tema, e alla luce del voto in Sicilia del 28 ottobre, dice: “E’ colpo di Stato”.  E riceve un inedito appoggio tre giorni dopo dalla radicale Emma Bonino, secondo la quale le sollecitazioni del Quirinale affinché venga cambiata la legge elettorale hanno raggiunto “un livello da stalking”, forte anche della dichiarazione del presidente del Senato, Renato Schifani, secondo il quale, se non si modifica la legge elettorale, Grillo può arrivare all’80%.

Questa vicenda, di per sé abbastanza confusa, si intreccia con le ipotesi sulla data di scioglimento delle Camere:  se fossero sciolte con un discreto anticipo, sarebbe lo stesso Napolitano a gestire la successione del governo Monti prima di lasciare il Quirinale a maggio. Alla fine è lo stesso Capo dello Stato ad affermare che le elezioni si svolgeranno al termine regolare della Legislatura: il voto, quindi, si terrà probabilmente il 7 aprile, dopo la Pasqua cristiana e quella ebraica.

Fonte GRRG.EU – a cura di Alessandro Corneli

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