Piero Grasso Presidente del Senato

Il Presidente del Senato della Repubblica Italiana Piero Grasso

Il Presidente del Senato della Repubblica Italiana Piero Grasso

A cura di Fabio Gallo – Direttore Editoriale

Una sorta di venerazione personale per le persone di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche in ricordo del Giudice Francesca Morvillo e degli Agenti di  Scorta deceduti nella strage, mi porta a valorizzare questo importante momento della vita politica e sociale dell’Italia: la sua elezione a Presidente del Senato della Repubblica Italiana.
NEL PARLAMENTO TANTI GIOVANI
Trovo straordinario che nel Parlamento vi siano tanti giovani (ancora) non corrotti e assuefatti ad una politica egoistica e senza meta che vive ha vissuto per decenni a beneficio di pochi e a danno non solo degli individui, ma anche dell’intera e complessa struttura su cui si regge la “macchina Stato”. All’interno di essa, la Giustizia.
Devo confessare la mia profonda emozione nel vedere Piero Grasso presiedere la Presidenza del Senato. Vedo insieme a lei, accanto a lei, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Un’immagine che vedo tanto reale quanta è la necessità di rendere la nostra amata Italia una Nazione “Giusta”, di “Giusti”, dove tutti, escluso nessuno, devono poter concepire il Codice Penale e il Codice Civile come silenziatori da applicare alla lupara con la quale fare fuoco sui cittadini.
Caro Presidente, ora lei è seduto sulla poltrona attraverso la quale potrà migliorare le cose. Io la osservo per questo, noi tutti la osserviamo.
Lei è stato eletto grazie ad un manipolo di giovani che hanno cambiato l’Italia. Lei, paradossalmente ma significativamente, non è espressione del PD ma di un gruppo di giovani che al di là di qualche possibile accordo, hanno avuto a che fare con la propria coscienza che ha fatto di Piero Grasso il Presidente del Senato della Repubblica Italiana. Un’immagine prestigiosa che fa bene all’Italia. Lei, oggi, è il loro Presidente. E’ su questo che dovrà da oggi in poi confrontarsi la sua di coscienza. Li guardi con ammirazione perché Giovanni e Paolo sono anche i loro Angeli custodi e lo saranno per tutti coloro i quali governeranno sia per un giorno, per un mese o per anni,  non per sentirsi parlamentari, bensì Eroi per caso, ai quali è affidata la sorte di tutti i loro coetanei e dell’Italia tutta. Li guardi sempre con ammirazione perché loro la ammirano e, se non avessero avuto una leadership intelligente per davvero e indispensabile al Paese oggi, avrebbero perso in un istante la possibilità di inseguire e compiere ciò per cui hanno lavorato per anni.
Chi le scrive si è scontrato nella aule di giustizia non con delinquenti comuni ma con un Magistrato calunniatore, sopravvivendo ad esso, battendolo più volte perché accanto ho sempre avuto Magistrati degni di questo Alto ruolo. 15 anni nei palazzi di Giustizia per essere oggi il testimone di una dicotomia che vive tutta nello Stato. E’ proprio questa parte di Stato che deve essere scarnificata fino a dare vita ad un sistema di Giustizia che, soprattutto, limiti la corruzione nei Palazzi di Giustizia. Con lei, caro Presidente, abbiamo fatto un passo avanti verso la Giustizia giusta e la vera Verità.  Ora dipende anche da lei e vedrà che quei giovani la seguiranno senza pentimenti o rimpianti, compresi da tutti. Le auguro Buon lavoro. E lo auguro anche a Giovanni e a Paolo che sono meno morti di quanto si possa immaginare. Fabio Gallo – Direttore Editoriale

Cosa scrive l’ANSA

ROMA – Quell’accendino che Giovanni Falcone gli consegnò su un volo Roma-Palermo poco prima di morire, Piero Grasso l’aveva in tasca anche nel giorno della sua elezione a presidente del Senato, come sempre: perché chi ha combattuto per tutta la vita la mafia sa che certi simboli possono fare più paura di tante parole. “Ogni volta che sfioro questa reliquia, nei momenti di maggior tensione – raccontò una volta – ricordo Giovanni e riprendo energia ed entusiasmo”.
PIERO GRASSO, IN RICORDO DI FALCONE E BORSELLINO
Allo scranno che fu di Enrico De Nicola e Giovanni Spadolini, l’ex procuratore Antimafia ci arriva quasi per caso, lui che se il Pd avesse vinto davvero le elezioni sarebbe stato il nuovo Guardasigilli, con l’obiettivo di realizzare quella “rivoluzione democratica della Giustizia” che aveva in testa. La sua vita ha però preso un’altra strada che segna davvero, 43 anni dopo aver varcato il portone della pretura di Barrafranca in provincia di Enna, l’addio alla magistratura. Che non significa la fine della sua guerra alla mafia.

PIERO, SEGUE LA VOCE DELLA TUA COSCIENZA
“Ci sono momenti in cui pensi, ‘chi me lo fa fare?’ – raccontò anni fa parlando del maxiprocesso – Allora mi venne in mente il colloquio con Antonino Caponnetto prima di iniziare il dibattimento, quando mi diede un buffetto sulla guancia e mi disse: ‘vai avanti ragazzo, a testa alta e schiena dritta. E segui sempre la voce della tua coscienza’”. Le stesse parole utilizzate al Senato per chiudere il primo discorso. Da Barrafranca Grasso arriva a Palermo negli anni settanta e si occupa di indagini sulla pubblica amministrazione. Ed è’ così che nel 1980 si trova davanti all’auto crivellata di colpi del presidente della Regione Piersanti Mattarella. La svolta nella sua vita arriva nel 1985 quando viene scelto come giudice a latere del maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone. “Quando ebbi l’incarico mi presentai nel suo bunker. Mi squadrò e con il suo sorrisetto ironico e sornione, mi disse: ‘vieni, ti presento il maxiprocesso’. Mi porto in una stanza blindata dove c’erano gli scaffali pieni fino al soffitto di faldoni. Provai sgomento e turbamento ma non volli deluderlo e gli dissi ‘dove è il primo volume?’”. I due si erano conosciuti 6 anni prima. “Era il 1979, lui era un giovane giudice istruttore e io un giovane pm. Ci trovammo a seguire la stessa indagine su un motorino rubato e lui indagò come se si indagasse su un omicidio. Fu un grande esempio di professionalità.

 Era un uomo straordinario, un fuoriclasse e subito nacque un rapporto di stima e amicizia”. Anche Paolo Borsellino fu un “amico vero”. “Lo ricordo come un fratello maggiore. Ad un certo punto, mentre studiavo i fascicoli, passò e, vedendomi in difficoltà, mi diede le sue famose rubriche, quelle dove aveva annotato tutti gli omicidi. Mi sentii quasi coccolato, fu sempre prodigo di consigli”. Il processo si chiuse il 16 dicembre del 1987 con 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere: Grasso scrisse le motivazioni della sentenza, oltre 7 mila pagine racchiuse in 37 volumi. Finito l’impegno nell’aula bunker di Palermo, l’ex procuratore antimafia fu consulente della Commissione Antimafia sia con Chiaromonte sia con Violante e nel 1991 approdò con funzioni di consigliere in via Arenula, con Martelli ministro e Falcone, che nel frattempo aveva lasciato Palermo. “Li volevano fuori – disse una volta raccontando quel periodo – li vedevano come dei disturbatori”. Al ministero però “si mise all’opera una vera e propria squadra, c’erano Livia Pomodoro, Liliana Ferraro, D’Ambrosio. Si incominciò a costruire quella che sarà l’odierna legislazione antimafia. Un monumento giuridico, per altro contrastato da parecchie forze politiche”. Poi arrivarono il sangue e le stragi, Capaci prima, via D’Amelio poi; gli attentanti di Firenze, Roma e Milano del 1993 su cui Grasso indagò dalla procura nazionale antimafia. A Palermo tornò nel 1999, da procuratore capo, al posto di quel Giancarlo Caselli che sarà per molti il suo grande nemico. Nel 2004 i 2 sono i candidati per il ruolo di procuratore nazionale antimafia ma l’emendamento presentato in extremis dal governo Berlusconi alla riforma della Giustizia, escluse Castelli dalla competizione per limiti di età.

 ”Il modo usato per escludermi a partita aperta e violando principi fondamentali – disse quest’ultimo – è forse la prima e clamorosa prova generale di come il potere politico vorrebbe condizionare la magistratura”. Le toghe di sinistra si astennero dal votarlo anche se poi, nel 2010, anche Md diede il consenso per la sua rielezione. Berlusconi, d’altronde, l’ha sempre apprezzato, anche se oggi gli ha candidato contro Schifani. “Lo stimo – disse il Cavaliere quando Grasso ha annunciato la sua entrata in politica – è un tipo di magistrato ben diverso dagli Ingroia, dai Di Pietro, dai Caselli”. Lui dal canto suo, riconoscendo l’anno scorso all’ex premier di aver fatto qualcosa di buono contro la mafia, si attirò contro le ire di mezza sinistra e fu costretto a rettificare. E ribadire quel concetto che è alla base del suo ultimo libro, ‘Liberi tutti’: “la legalità è la forza dei deboli, è il baluardo che possiamo opporre ai soprusi, alla prevaricazione e alla corruzione. Un’utopia? Può darsi, ma voglio ricordare che sono le utopie che fanno la storia”.

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