Quirinale e Governo: veti incrociati e asimmetrici. A cura di Alessandro Corneli

A cura di Alessandro Corneli
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Dice Berlusconi: “No a Prodi al Quirinale”. Dice Bersani: “No al governissimo”. Dice Renzi: per il governo bisogna prendere atto che il Pdl c’è; per il Quirinale, no a Marini e Finocchiaro, sì a Prodi. Il M5S, nella fase preliminare, ha detto sì a Prodi (inviso a Berlusconi) e sì a Bonino (gradita a Berlusconi ma non a Bersani), pur non essendo né l’un né l’altra le prime scelte del Movimento che andrebbero a un magistrato, che in quanto tale non piace a Berlusconi. Per Berlusconi, che nella sua vita politica ha sempre combattuto i “comunisti”, al Quirinale vedrebbe bene anche D’Alema, che nel sangue (politico) ha conservato molto comunismo.

Le incongruenze all’interno di queste posizioni – come mai Renzi appoggia Prodi, avversato da Berlusconi, nel momento stesso in cui apre a Berlusconi? Come mai Renzi attacca Bersani eppure appoggia Prodi che è gradito a Bersani? Come mai Bersani attacca Renzi, spaccando il partito, mentre ha bisogno del partito compatto per vincere la battaglia del Quirinale e anche quella del Governo? – si spiegano principalmente per due ragioni: la divisione interna  la Pd e il tentativo estremo di Berlusconi di non essere messo fuori dal gioco politico.

Che Berlusconi perdesse le elezioni era scontato, indipendentemente dal M5S anche se molti voti ex Pdl sono finiti al partito di Grillo. Ma a far perdere Bersani è stata la fuga di voti dal Pd verso M5S. Quindi Pd e Pdl hanno lo stesso interesse a ridimensionare il M5S: perché non si mettono d’accordo almeno su una legge elettorale che penalizzi i “grillini”? Proprio la non-vittoria del Pd avrebbe consentito a Bersani di sganciarsi dall’antiberlusconismo di principio sbandierato lungo tutta la campagna elettorale; non lo ha fatto e ha clamorosamente dato spazio a Renzi. Si tratta solo di errori politici? Perché Bersani non fa come Berlusconi, ponendo il veto su Amato, e costringendolo ad inseguire?

Molte cose non tornano in questo convulso avvicinamento all’elezione del successore di Napolitano. E poi si trascura un fatto fondamentale. Una volta eletto, il Capo dello Stato entra in possesso di tutte le funzioni e le prerogative del suo ufficio e nessuno può imporgli determinati comportamenti. Non ci sono impegni o promesse che tengano. Oscar Luigi Scalfaro, nel 1992, doveva incaricare Craxi e invece incaricò Amato. Se Amato verrà eletto, ha un precedente cui riferirsi, sia per quanto riguarda la nomina del capo del Governo sia per quanto riguarda eventuali elezioni anticipate: lo stesso Scalfaro le decise nel 1996 solo dopo che Berlusconi aveva perso l’alleanza con la Lega e una vittoria della sinistra era certa. Bersani e Berlusconi sbagliano a credere che se il successore di Napolitano sarà di loro gradimento, prenderà decisioni a loro gradite. Forse potrà farlo nell’immediato, ma poi le situazioni cambiano, soprattutto in un periodo lungo di sette anni.

In un quadro generale di reciproci sospetti – testimoniato dal repentino innalzamento della polemica tra Renzi e Bersani, dai veti di Renzi su Marini e Finocchiaro, dalla dura replica di quest’ultima a Renzi; cui si aggiungono un certo rinnovato presenzialismo di Mario Monti, gli scontri all’interno della Lega e le tensioni dentro e intorno al M5S – dal punto di vista dei maggiori partiti e dei loro leader, l’interesse sarebbe quello di eleggere una personalità più debole e con esperienza di vita politica più limitata di personaggi come Prodi o Amato. Non è certo che l’autorevolezza e le conoscenze del Capo dello Stato possono influire sullo spread. Su questo influisce la ripresa economica. E su questa influisce una realtà economica che non dipende dal Quirinale. Ai vertici europei, per l’Italia va il Capo del Governo non il Capo dello Stato.

Sarebbe infine pericoloso che il nuovo governo e le forze politiche della sua maggioranza, stabile o instabile, pensassero di avere una sponda nel Quirinale anziché nel Parlamento. Se ciò accadesse, l’unica riforma che si potrebbe fare sarebbe quella elettorale, ma niente altro. Se prefiguriamo uno scenario in cui il successore di Napolitano faccia politica quotidiana, allora il caos è assicurato.

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