Spiare è un dovere e anche farsi spiare. Ne parla Alessandro Corneli

Spiare è un dovere.., e anche farsi spiare

Spiare è un dovere.., e anche farsi spiare

Finalmente! Ora la mia riflessione è passata nientemeno che all’Esperto, un vero mito dell’Analisi, il Prof. Alessandro Corneli. Fino a ieri temevo che qualcuno mi prendesse per matto…di questi tempi.., quando, a proposito del Datagate e delle dichiarazioni di c ho pubblicato il mio pensiero favorevole alla necessità di dovere rinunciare intelligentemente all’idea di potere avere una propria privacy (vedi http://www.ilparlamentare.it/2013/09/datagate-o-troppo-cretini-o-troppo-intelligenti/). Oggi, mi conforta la prestigiosa compagnia alla quale consegno il vostro desiderio di sapere cose che pochi sanno. Fabio Gallo

a cura di Alessandro Corneli – www.grrg.eu

La notizia da cui parto è questa: la presidente del Brasile, Dilma Rousseff, avrebbe deciso, secondo la stampa brasiliana, di cancellare la sua visita ufficiale negli Stati Uniti, programmata per il prossimo 23 ottobre. Il motivo? La rivelazione, da parte di Edward Snowden, la ‘talpa’ del Datagate, che gli Stati Uniti hanno spiato le e-mail della Rousseff e della compagnia statale brasiliana del petrolio, Petrobras.

Le “rivelazioni” di Snowden hanno solo reso pubblico ciò che si sapeva in privato; in più hanno dimostrato quanto sia vasta la rete americana destinata alla raccolta delle informazioni e come si serva di “alleati” insospettabili. Se ci fosse uno Snowden anche per altri grandi Paesi, ci si accorgerebbe che gli Usa non sono i soli a investire enormi risorse per sapere che cosa fanno gli “altri”, Stati e imprese soprattutto.

Uno Stato che non investisse risorse per sapere che cosa fanno o hanno intenzione i fare i suoi principali interlocutori in campo politico-diplomatico, militare, economico, finanziario, energetico, ecc. , sarebbe uno Stato irresponsabile.

Di per sé lo spionaggio è vietato e infatti le leggi nazionali sono severe con le spie. Ma si fa lo stesso, violando la sovranità e le leggi degli altri Stati. Ogni tanto si coglie qualcuno con le mani nel sacco e, se le circostanze lo consigliano, si “monta” un caso: proteste diplomatiche, eventuali processi, espulsioni, ecc. Ad uso politico interno.

In realtà, se c’è bisogno di sapere che cosa fanno gli altri, è anche opportuno che gli altri sappiano che cosa facciamo noi. Così spiamo e consentiamo di essere spiati. Purché si resti nei limiti della tolleranza, del buon senso. Se bastassero le dichiarazioni ufficiali dei leader politici per conoscere qual è la politica dei loro Paesi, non ci sarebbe bisogno di spiare. Se il principio di libera concorrenza fosse accompagnato dalla pari conoscenza delle mosse degli attori economici, anche nel mercato le imprese non avrebbero bisogno di spiarsi. Invece i politici vogliono extra-guadagni in termini di potere politico e gli operatori economici vogliono extra-guadagni in termini di potere economico; e gli uni e gli altri non vogliono extra-perdite. Perciò tutti spiano tutti.

Poi è diverso l’uso che si fa delle informazioni acquisite. E qui entra in gioco il caso della Rousseff, delle sue e-mail e della Petrobras. Una compagnia, quest’ultima, che è cresciuta d’importanza insieme all’economia brasiliana, e per sue le sue mosse (alleanze, prospezioni, prezzi praticati, ecc.) è diventata un soggetto di grandi interesse per i poteri pubblici e privati (compagnie petrolifere, banche) americani.  Sarebbe ingenuo credere che la Rousseff abbia scoperto adesso di essere spiata dagli Usa grazie a Snowden. Il punto è che le conviene adesso sollevare la questione, contro gli Usa e contro Obama. Perché? Questo sì che i servizi segreti americani vogliono scoprire e i servizi segreti brasiliani cercano di tenere nascosto.

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