Matteo Renzi come Machiavelli? Se la parola cambia rimane solo una illusione

L'utilizzo delle parole: oggi la parola-chiave è “cambia”. La stessa che usò Machiavelli osservando che la gente “cambia” – parere, opinione, governo e governanti – “sperando di migliorare”

matteo renzi-sinistra-sindaco firenze

Matteo Renzi Sindaco di Firenze

di Alessandro Corneli – grrg.eu /

“L’Italia cambia verso” è lo slogan scelto da Matteo Renzi (con i suoi consiglieri politico-mediatici) per la sua campagna volta alla conquista della segreteria del Pd e, forse, anche del Governo.

DA MACHIAVELLI A MATTEO RENZI “VERSO” L’ILLUSIONE DI UN CAMBIAMENTO
Il termine “verso” forse non è dei più felici. Leopardi dice “la gallina ripete il suo verso”. Ma la parola-chiave è “cambia”. La stessa che usò Machiavelli osservando che la gente “cambia” – parere, opinione, governo e governanti – “sperando di migliorare”. Solo che Machiavelli espresse, con quell’osservazione, tutto il suo scetticismo, facendo capire come fosse facile per il popolo illudersi (e illuderlo) che un cambiamento di governo potesse portargli qualche vantaggio.

Nella moderna democrazia di massa, gli scettici alla Machiavelli sono poco numerosi e i loro pochi voti sono sommersi dai grandi numeri.

QUANTI SONO COLORO I QUALI VOGLIONO VERAMENTE CAMBIARE PER MIGLIORARE
Ma in che cosa consistono realmente questi spostamenti di milioni di voti da una parte all’altra? E poi, quanti sono realmente coloro che vogliono “cambiare sperando di migliorare”? In realtà buona parte degli elettori rovesciano il principio e “non cambiano” il loro voto, sperando che proprio questo consenta un miglioramento delle condizioni di vita, augurandosi che sulla loro preferenza convergano altri.

Una settimana dopo il sondaggio che aveva fatto registrare un forte balzo in avanti del Pd e un arretramento del Pdl, un nuovo sondaggio – Swg per ilCorriere della sera – ribalta la situazione: il Pd scende al 27% delle intenzioni di voto (perdendo quasi cinque punti) mentre il Pdl risale al 24,6% (aumentando di oltre quattro punti). Non solo: l’area del centrodestra torna maggioritaria con il 35,4% contro l’area di centrosinistra che si attesta al 34%. Fermo, o in leggero incremento, il M5S al 20%.

Questi limitati ondeggiamenti – sommati insieme fanno circa il 10% – dimostrano il contrario di quanto sostiene (o si augura) Renzi: ciascuno resta sulle proprie posizioni, ovvero rifiuta il cambiamento, sia perché – machiavellicamente – non pensa che possa portare a qualcosa di meglio, sia perché si aspetta che gli altri” cambino opinione. Il “ciclone” Renzi sembra quindi più importante all’interno di un quasi immobile Pd che non nei confronti dell’intero corpo elettorale.

Infatti il cambiamento che Renzi propone riguarda essenzialmente il suo partito, cioè le sue scelte. Infatti dice che non condivide l’ipotesi di una legge sull’indulto e sull’amnistia oppure afferma che approva le cose buone del Governo e disapprova quelle cattive (senza molto specificare tra le une e le altre), infine rifiuta le larghe intese facendosi paladino del bipolarismo e dell’alternanza: tutto questo non convince coloro che non votano il Pd, ma influenza i suoi propri elettori e si pone come alternativa al “suo” segretario, Guglielmo Epifani, e al “suo” presidente del Consiglio (Enrico Letta). Perciò, più che “L’Italia cambia verso”, sarebbe più congruo “Il Pd cambia verso”. Anche perché l’identificazione dell’Italia con il Pd sembra eccessiva. In definitiva, Renzi vuole vincere o stravincere il congresso del Pd. Che poi, se questo si verificasse, avrebbe anche effetti sull’intera Italia, è tutto da dimostrare anche perché Renzi è assai parco sui dettagli del suo programma. Ha lasciato cadere che, entro novembre, farà conoscere la sua proposta di riforma elettorale: sembra orientato verso un maggioritario a doppio turno, sul quale non c’è largo consenso. Detto in altro modo, Renzi vuole evitare che le prossime liste dei candidati siano stilate dall’attuale segreteria: vuole lui conquistare questa per influire su quelle. Il cambiamento epocale poggia quindi su basi assai fragili. Esso si riduce al destino personale del sindaco di Firenze. A conferma della struttura di un Paese dove “si cambia tutto per non cambiare nulla”.

Il timore del cambiamento riguarda anche la controparte del Pdl.
Berlusconi si fa in quattro per evitare una scissione che sancirebbe il suo fallimento di creare un grande “partito dei moderati”. Fitto vuole azzerare le cariche e andare a congresso. Cicchetto spinge Alfano a imporsi come leader e successore di Berlusconi anche a costo di far nascere, accanto al Pdl, il partito di Forza Italia, eventualmente legati da un patto federale, che poi significa accordo elettorale per non perdere troppi seggi.

In realtà lo scontro si sta spostando sul giudizio da dare sull’ultimo “ventennio”.
Qui Renzi ha ragione sul piano tattico perché riesce a compattare l’area di centrosinistra e mette in difficoltà l’area di centrodestra, nella quale una parte ha già preso le distanze dal ventennio di stretta marca berlusconiana. Poiché il centrodestra, su questo punto, è in difficoltà – benché, numeri alla mano, il totale dei mesi in cui ha governato Berlusconi è stato ormai uguagliato dal totale dei mesi in cui hanno governato altri leader di orientamento di centrosinistra: Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Prodi, Monti e Letta – non a caso cerca di spostare il dibattito sulla propria unità e su alcuni temi specifici, in particolare le tasse.

Questo fa supporre che, a meno che un vero sommovimento per il cambiamento non faccia compiere un altro significato balzo in avanti al movimento di Grillo – anche una netta affermazione del Pd sotto la guida di Renzi non porterebbe alla pacificazione poiché, data la gravità della situazione, il centrosinistra, da solo al governo, nasconderebbe le sue insufficienze dietro l’accusa dei danni provocati dal (mezzo) ventennio berlusconiano per almeno un altro ventennio. Se questo prevalesse, confermerebbe il principio del “cambiare tutto per non cambiare nulla”.

C’è infatti poco da sperare in un leader che dice, ad effetto, che “sul carro non si sale, si spinge” e invita i suoi seguaci a dare “il nome dei nostri sogni al paese”; oppure quando afferma che “il governo non si caratterizza per quanto dura ma per le cose che fa”. Gli basterà – a lui e al Pd che vorrebbe “curioso e coraggioso” – vincere perché “vincere è l’unico modo perché l’Italia torni a crescere”?  Basterà la vittoria per recuperare quella credibilità sufficiente a “chiedere che cambino i paletti in Europa”, come ad esempio il tetto del 3 per cento al deficit? Basterà la vittoria di Renzi per fare cambiare “verso” all’intero Pd, all’Italia e all’Europa? È credibile che Matteo Renzi sia il nuovo “Uomo della Provvidenza”?

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