La Green Economy per battere la crisi

Giuseppe Madrigali, dopo la laurea s'era trasferito a Londra. Ma poi è rientrato in Italia. A Gallarate ha fondato la sua azienda per l'efficienza energetica. E grazie alle rinnovabili ha vinto la crisi.

green-economyIn tempi di disoccupazione cronica e cervelli in fuga, quella di Giuseppe Madrigali più che una storia a lieto fine sembra un miraggio nel deserto.
A 34 anni non solo è già uno dei ‘cervelli di ritorno’, ma dopo aver lavorato per tre anni a Londra è tornato volentieri a Gallarate, suo paese di origine in provincia di Varese, dove ha aperto un’azienda, la Rethink Energy. Per di più nel settore delle energie rinnovabili.

GREEN O DREAM ECONOMY. La cosiddetta green economy, quella che da anni si dice sia l’economia del futuro, ma che per ora è più che altro una dream economy. Un sogno che ogni giorno sembra realizzarsi solo attraverso annunci e previsioni.
Gli ultimi sono arrivati da Unioncamere e Fondazione Symbola che nel rapporto annuale presentato a novembre 2013 hanno annunciato la possibilità di 3 milioni di green job.

PREVISIONI OCCUPAZIONALI. Sarebbero 328 mila le aziende italiane (il 22%) dell’industria e dei servizi che dal 2008 hanno investito, o hanno intenzione di farlo entro il 2013, in tecnologiegreen per ridurre l’impatto ambientale e risparmiare energia. E dalle quali dovrebbe arrivare il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi: 216.500 su un totale di 563.400.

FUGA DALL’ITALIA DOPO LA LAUREA IN INGEGNERIA. In attesa che le previsioni si concretizzino in posti effettivi, c’è chi il lavoro se l’ha creato da solo. E per farlo è anche tornato in Italia.
Nel 2005, dopo una laurea in Ingegneria delle telecomunicazioni, Giuseppe ha provato a fare carriera a Londra come programmatore di software per le televisioni a pagamento alla Nds (una società di Rupert Murdoch, ora di proprietà della Cisco).

IL PASSAGGIO ALLE RINNOVABILI.Dopo tre anni in terra straniera, i tentativi di trovare la stessa occupazione in Italia sono caduti nel vuoto: «Nonostante l’esperienza in una grande azienda internazionale, nel nostro Paese ero considerato comunque una figura junior e per avere lo stesso stipendio che guadagnavo a Londra avrei dovuto aspettare almeno 15 anni», spiega a Lettera43.it Giuseppe ricordando quanto gli dissero in un colloquio di lavoro a Milano.

IMPIANTISTICA, SETTORE DA RINNOVARE. Così piuttosto che ricominciare tutto daccapo, per di più prendendo un quarto della paga, decise di mettersi in gioco e in proprio. Ed è qui che la lampadina della green economy si è accesa per la prima volta nella sua testa.
«Mio padre faceva l’installatore termotecnico e seguendolo avevo capito quante possibilità di innovazione e business ci fossero nel settore», osserva Giuseppe, «negli ultimi 50 anni tutti avevano lavorato più o meno allo stesso modo e ora c’era un buco da colmare».
Non solo tecnologico, ma ambientale: «Il 40% delle emissioni di anidride carbonica è prodotto dagli edifici e di questo il 60% dalla loro climatizzazione».

UN MASTER SULL’ENERGIA. L’idea era quella di creare un’azienda specializzata nella consulenza e progettazione di impianti costruiti con tecnologie all’avanguardia e capaci di sfruttare le energie rinnovabili. Così nel 2008 è iniziata l’avventura.
Per realizzarla, Giuseppe ha ripreso in mano i libri e per un anno ha frequentato il master in ‘Ridef energia per Kyoto’ del Politecnico di Milano: «Ho deciso di investire su me stesso per avere una visione complessiva: capire la legislazione nazionale ed europea, conoscere tutte le fonti rinnovabili e i vari livelli di efficienza energetica».

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Giuseppe Madrigali – nel 2010 ha fondato la sua azienda Rethink Energy

DA STUDENTE A IMPRENDITORE. Dopo il master e un periodo di ‘apprendistato’ presso uno studio di progettazione di impianti, nel 2010 Giuseppe ha aperto la sua azienda. Che oggi conta quattro dipendenti e qualche collaboratore, quasi tutti ingegneri.
«Nonostante sia difficile lavorare in questo periodo di forte crisi dell’edilizia, stiamo iniziando a costruirci un nostro network di clienti», racconta, «proporre un prodotto innovativo, sommato alle competenze specifiche che molti studi, anche storici, non hanno, gioca a nostro favore».

Così il lavoro, seppure poco, non manca mai: «Ogni anno cresciamo e questa è già una buona notizia». Nel 2012 il fatturato è stato di 80 mila euro, «nel 2013 contiamo di chiudere con 130 mila».
Dalle piccole villette ai grandi palazzi degli uffici, Rethink energy lavora per i privati e la Pubblica amministrazione, per le imprese e per i centri commerciali.

SI PUNTA SULL’EXPORT. E come tutte le aziende italiane, per sopravvivere, sta già puntando sull’export.
«Abbiamo iniziato a proporre i nostri progetti a qualche azienda londinese», dice Giuseppe, che racconta come in Gran Bretagna sulla climatizzazione geotermica «siano abbastanza indietro rispetto a noi».
Un’economia più forte e costi dell’energia più bassi hanno creato un gap che lui vuole sfruttare grazie anche all’inasprimento della legislazione europea, che spinge tutti i Paesi dell’Unione europea a rendere più efficienti i sistemi di riscaldamento per abbattere le emissioni di anidride carbonica.
«Si dice che l’Italia sia in ritardo, ma per fortuna non su tutto», riconosce Giuseppe, «sull’applicazione di energie rinnovabili e i sistemi di climatizzazione degli edifici noi lavoriamo più o meno da 10 anni e ora finalmente la connessione efficienza energetica uguale risparmio è chiara a tutti».

L’INCERTEZZA DEI PAGAMENTI. Anche se poi quando si tratta di pagare, gli italiani sono sempre meno smart: «L’incertezza dei pagamenti è il nostro più grande problema: non sai mai quando partono i lavori e soprattutto i pagamenti, che spesso non arrivano neanche dopo la consegna».
Per non parlare della Pubblica amministrazione: «Ci sono Comuni che spendono anche 70 milioni di euro all’anno in bollette e quando proponiamo loro un impianto che ridurrebbe i costi annuiscono, ma non si interessano davvero, perché alla fine gli sprechi non ricadono sulle loro tasche».
Un problema quello che più di efficientamento energetico dovrebbe essere burocratico-finanziario. Ma questa è un’altra storia, meno green e ancora più dream.

LETTERA43 - di Antonietta Demurtas

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