Vogliono cambiare la Costituzione ma non sanno la lingua italiana

Il "pungiglione" de IL PARLAMENTARE.IT punzecchia oggi l'On. Quagliariello. Lo facciamo attraverso l'analisi offerta dal Prof. Alessandro Corneli, non per offendere, bensì per offrire ai lettori l'occasione di una riflessione sullo stato attuale delle cose che, come ha dichiarato il Capo dello Stato presso la Pontificia Università Lateranense, sono davvero complesse e "piene di incognite"

matteo renzi-politica italiana

Matteo Renzi

di Alessandro Corneli/grrg.eu/

Gaetano Quagliariello, ministro per le Riforme istituzionali, in una Lettera al Corriere della Sera (11 novembre), rispondendo ad alcuni rilievi del costituzionalista Michele Ainis sulla legge elettorale (Ainis ha sostenuto che il Porcellum, da tutti ufficialmente aborrito, in realtà fa comodo a tutti), afferma: “… Ainis… sa meglio di altri come il governo non intenda abdicare a quella più complessiva riforma delle istituzioni all’esito della quale il Parlamento dovrebbe orientarsi verso una legge elettorale definitiva e innovativa, ma coerente e connessa alla nuova forma di governo. Si tratta dunque di due propositi affatto contraddittori, addirittura complementari”.

Ho evidenziato in corsivo l’avverbio “affatto”, che Quagliariello usa in senso negativo, ma che, nella lingua italiana, ha valore positivo, e significa “del tutto, interamente”. Dal Vocabolario della lingua italiana, Edizione Treccani: “Non ha per se stesso valore negativo; è perciò ritenuto scorretto l’uso del semplice affatto, non raro nelle risposte, col senso di ‘niente affatto, no davvero’”.

Nel rispetto della lingua italiana, pertanto, la frase del ministro Quagliariello suona così: “Si tratta dunque di due propositi del tutto contraddittori, addirittura complementari”, che è l’opposto di ciò che intende sostenere. D’accordo con l’uso diffuso di affatto in senso negativo, ma resta il fatto che è un uso “scorretto”, cioè non corretto, sbagliato.

Ci lamentiamo del linguaggio spesso contorto dei testi delle leggi italiane. Inutilmente era stato deciso che avrebbero dovuto essere scritte in modo comprensibile. Niente da fare: la sciatteria continua a imperversare. Ma è una sciatteria che rimanda a una debolezza logica e culturale.

Passo oltre. Domenica 10 novembre, Eugenio Scalfari, su La Repubblica, a una settimana di distanza dal suo pollice verso nei confronti di Beppe Grillo, ha ripetuto l’operazione nei confronti di Matteo Renzi: “è un grande venditore di se stesso, al livello del primo Berlusconi”. Commentando indirettamente la partecipazione di Renzi alla trasmissione Servizio Pubblico (del 7 novembre), ha aggiunto: “I maliziosi potrebbero pensare ad una sua somiglianza con Grillo e con Berlusconi seconda maniera”.

Paragonare Renzi a Berlusconi, prima e seconda maniera, è una condanna a morte politica. Non a caso, dall’interno del Pd si sono fatte più forti le critiche al sindaco di Firenze. Anche Guglielmo Epifani, dando per scontato che Renzi concorrerà per la nomina a candidato premier, ha detto che Enrico Letta potrebbe scendere in campo. La partita è aperta: il direttore di Repubblica, Mauro, e De Benedetti, sostengono (ancora?) Renzi.

Il giorno dopo, 11 novembre, è intervenuto il Corriere della sera con un articolo di Mari Teresa Meli, la quale ha detto che Letta difficilmente concorrerà per essere candidato premier in quanto punta a diventare uno dei commissari della Commissione europea. Quanto a Renzi, “riassume in sé uno strano (per l’Italia) mix di politica liberale in economia e di populismo. Il che significa che, da una parte, attaccherà i privilegi dei sindacati, e della Cgil, in special modo, che difende solo i garantiti, mentre dall’altra attaccherà duramente i poteri forti, i banchieri, la Confindustria e un certo tipo di capitalismo, senza fare troppi sconti”.

Le parole della Meli sono chiarificatrici. A Servizio pubblico, Renzi aveva attaccato alcune (sole alcune) istituzioni dei “poteri forti”. Probabilmentecon questo attacco si è giocato molte possibilità di successo. Tanto è vero che lo stesso Scalfari ha scritto: “Non credo che lo voterò alle primarie del Pd per la semplice ragione che, avendo promesso tutto, la sua eventuale riuscita politica rappresenta (avrebbe dovuto scrivere: rappresenterebbe – ndr) un’imprevedibile avventura e in politica le avventure possono giovare all’avventuriero ma quasi mai al paese che rappresenta”.

Se aggiungiamo che Renzi ha sollevato il problema della trasparenza dei bilanci dei sindacati (ma non quello del prelievo automatico in busta paga dei lavoratori della quota di adesione) e ha detto che, al posto della Cancellieri, si sarebbe dimesso, si comprendono due cose: la prima è il pollice verso di Scalfari nei suoi confronti, la seconda è che il sindaco di Firenze vorrebbe combattere una guerra su due fronti.

Per completezza di informazione, Scalfari non si limita a critiche, ma traccia la via. Elogia Mario Draghi, che non è simpatico e ciarliero come Renzi; propugna la nascita dello Stato federale europeo; afferma che motore di questo avanzamento dell’Europa “dovrebbe essere” la Germania. Il dibattito politico che si profila, quindi, non è semplicemente tra europeisti e anti-europeisti, ma tra chi vuole un’Europa a leadership tedesca e chi non la vuole sotto questa leadership. In altre parole, sessant’anni fa l’Europa fu salvata dagli Stati Uniti; adesso dovrebbe essere salvata dalla Germania.

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