Eugenio Scalfari tra ragione e misericordia.

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Eugenio Scalfari tra ragione e misericordia – a cura di Alessandro Corneli

di Alessandro Corneli /

Eugenio Scalfari insiste (Repubblica, 5 gennaio): vuole avere ragione a tutti i costi. Secondo lui, con quello che ha detto, Papa Bergoglio, papa rivoluzionario, fa scomparire peccato e punizione.

Così riassume i termini della polemica: “E’nata una polemica sul tema del peccato e, a detta di alcuni miei critici, io avrei sostenuto che il Papa lo ha di fatto abolito. Io non ho detto questo: un Papa cattolico non può abolire il peccato, può estendere a tutte le anime la misericordia divina fino all’ultimo attimo d’una vita di peccati gravi e ripetuti; ma in quell’attimo finale il peccatore si penta e sarà perdonato. Dunque il peccato c’è e richiede pentimento”.

Qualche osservazione merita questa sintesi.  Non è il Papa né la Chiesa che possono “estendere a tutte le anime la misericordia divina… ecc.”. Possono, devono e  fanno qualcosa per l’uomo: ricordano a tutti l’infinita misericordia divina e che Dio accoglie anche all’ultimo istante un barlume di pentimento, che poi, nelle condizioni precarie dell’ultimo istante, non può essere molto di più di un pensiero confuso e offuscato che può condensarsi in una parola pensata: “Dio mio, Madonna mia…”. Non c’è una formula canonica da recitare per l’occasione, da estrarre dalla memoria e mostrare come un biglietto “buono” per entrare nell’Aldilà dalla porta giusta. Non c’è più tempo, in quel momento, per un calcolo ragionieristico, per puntare opportunisticamente sul dilemma di Pascal: “Se Dio non c’è, non perdo nulla ad invocarlo; se c’è, mi salvo per il rotto della cuffia”. Questo non vuole assolutamente dire che Dio rifiuti la sua misericordia o abbia in uggia i furbetti. Se “gli ultimi saranno i primi, e viceversa”, i furbi di qui si rassegnino a far la figura di sciocchi di là.

Quindi Scalfari passa a illustrare di nuovo quella che gli appare come la “novità di Francesco” : “Il Papa ricorda che l’uomo è stato creato libero. È lui che decide i suoi comportamenti ed è Dio che l’ha creato in questo modo. Qual è la verità rivoluzionaria di questo riconoscimento? Non che l’uomo sceglie il male perché in tal caso muore dannato; bensì che l’uomo sceglie il bene come lui se lo raffigura… Se la coscienza è libera e se l’uomo non sceglie il male ma sceglie il bene così come lui lo configura, allora il peccato di fatto scompare e con esso la punizione”.

Che l’uomo sia stato creato libero è il principio fondamentale – insieme a quello di Dio “creatore” dell’universo, primo articolo del Credo – del Vecchio e del Nuovo Testamento, è alla base della “salvezza”, prima del popolo eletto, poi di ogni uomo. Non lo ha scoperto Papa Francesco , e non ha scoperto nemmeno la “coscienza”. Basta considerare Giobbe che, “in coscienza”, era sicuro di essersi comportato sempre bene per cui non capiva la causa dei “mali” che lo colpivano. Scalfari fa qui la figura di uno degli “amici” di Giobbe che – razionalisticamente – gli dicevano: “Se le sventure ti colpiscono, di sicuro hai fatto qualcosa di male”. Seguendo il ragionamento di Scalfari, Giobbe sarebbe dovuto morire disperato, convinto di avere agito male.

Inoltre: come fa la coscienza a scegliere tra il male e il bene? In genere, razionalmente si è convinti – in coscienza – di agire bene nella data circostanza: anche rubare o uccidere. La scelta presuppone la consapevolezza dell’alternativa, e implica la responsabilità; se la “coscienza” è tutta concentrata su una scelta, non c’è alternativa, non c’è responsabilità. Allora, perché Scalfari ammette che se l’uomo sceglie il male è dannato? Come fa a sceglierlo se non lo distingue dal bene? Gesù Cristo disse: “Va’ e non peccare più”; non disse: “Va’ e fa’ come ti detta la coscienza”.

È ovvio che c’è “libertà di coscienza”, ma Scalfari vuole la “coscienza libera”; vuole che non sia Dio a dare i comandamenti, ponendo costantemente l’uomo di fronte alla scelta se rispettarli o no, ma vuole che sia l’uomo a darli a se stesso: questo implica che l’uomo si consideri Dio. O meglio, che l’uomo dica: “io sono colui che è, e non c’è altro fuori da me”.  Con tutte le sue forze (intellettuali), Scalfari non riuscirà a trascinare il Papa su questa posizione.

La chiusa della controreplica, infine, è fuori tema. Scalfari ricorda infatti gli ultimi versi dell’ode scritta dal Manzoni per la morte di Napoleone in cui il credente Manzoni afferma che la misericordia divina non abbandonò l’imperatore finito nella polvere, benché di peccati ne avesse commessi molti (ma in base a quale “codice”?). Dice: “Concludo su questo punto capitale: la misericordia va oltre il pentimento per chi crede fermamente in Dio che secondo il Papa fu creato libero”. Che fu creato libero è il presupposto fondamentale, non un’idea rivoluzionaria di Papa Francesco; e che la misericordia divina sia incommensurabile è sempre stato ripetuto.

Il punto (l’obiettivo della tesi e della replica) è un altro: se basta “credere fermamente” in Dio e nella sua misericordia, allora non c’è bisogno di intermediari, della Chiesa e del Papa innanzitutto. Non c’è bisogno del Papa e della Chiesa per ricordarci che Dio è misericordioso. È qui che il puntiglioso Scalfari vuole arrivare. “Se non puoi battere il tuo avversario, abbraccialo”. Eugenio “abbraccia” Francesco, ma non credo che Papa Francesco si lascerà sedurre dal relativismo, che egli combatte con mezzi e modi diversi ma con lo stesso obiettivo di Papa Ratzinger. (Quando Scalfari se ne accorgerà, smetterà di “abbracciarlo”).

Infine,  perché Scalfari, che conferma di essere “non credente”,  è sicuro che non sarà punito? Se è non credente, che gli importa? Per il non credente non c’è punizione se fa il male, non c’è premio se fa il bene. Anzi, non c’è distinzione tra il bene e il male, ma solo il successo o l’insuccesso in questa vita, il plauso o il biasimo dei contemporanei.  E lui dice che sono gli altri che commettono “errori di ragionamento”? Di Scalfari rispetto l’impegno unidirezionale, che sicuramente conduce in piena e libera coscienza, ma non la logica interna del ragionamento.

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