Movimento 5 Stelle: guerra totale e spiega le vele tra le onde dell’ Italicum e del Mattarellum

Indipendentemente dal casus belli, cioè dell’iniziativa di impeachment a firma M5S, le tensioni erano destinate ad emergere.

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Movimento 5 Stelle – grillini in rivolta nella Camera dei Deputati

Cari amici, ecco una nuova perla da aggiungere al filo che non dobbiamo mai perdere per evitare di cadere nel grande inganno della politica che si muove al buio delle coscienze dei più. Il prof. Alessandro Corneli ci guida e non meno i commenti ai suoi articoli che vi suggerisco di approfondire. F.G.

di Alessandro Corneli /www.grrg.eu

Un comunicato del gruppo parlamentare del M5S del Senato ha reso noto di avere “formalmente  depositato in entrambi i rami del Parlamento la denuncia per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano”. Reazione del Capo dello Stato: “Faccia il suo corso”.

Il M5S non si è fermato, annunziando di volere presentare ricorso alla Corte Costituzionale per sollevare il conflitto di attribuzione nei confronti della presidente della Camera, Laura Boldrini, e dei presidenti delle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia. L’obiettivo è di ottenere l’annullamento delle ultime votazioni sul decreto legge riguardante Bankitalia, e quello sulle carceri. nonché bloccare la nuova legge elettorale.

Unanimi i commenti sdegnati delle forze politiche. Bonino: “Mancanza di decoro istituzionale”; Speranza: “Vogliono far saltare la democrazia”; Bondi: “Respingere campagna 5Stelle”; Mauro: “Sdegnato”; Cicchitto: “Impeachment è demenziale”; Grasso: “Mi pare qualcosa di assolutamente fantasioso”.

Il reato ipotizzato è, naturalmente, quello di “attentato alla Costituzione”, declinato sotto diverse voci: mancato rinvio alle Camere di leggi incostituzionali; abuso del potere di grazia; grave interferenza nei procedimenti giudiziari relativi alla trattativa Stato-mafia. Complessivamente, dovrà rispondere “delle violazioni che hanno messo in un angolo una parte” (politica, cioè il M5S). In particolare, “da arbitro si è trasformato in giocatore con la fascia di capitano. Tutte le cose che sta facendo sono per una parte”.

Due sono le considerazioni, una politica e l’altra istituzionale.

Sul piano politico, sembra evidente che il M5S senta aria di elezioni a breve. Sa che Mateo Renzi non può incassare la legge di riforma elettorale e poi tenerla nel cassetto per un anno e mezzo. È vero che Enrico Letta manovra per contenere il Segretario del Pd, e restare a Palazzo Chigi, ma sa anche che la situazione economica internazionale, dopo la riduzione del flusso di denaro della Fed a 65 miliardi di dollari al mese, sta subendo forti scossoni, dall’Argentina al Brasile, dal Sudafrica alla Turchia. I capitali intravedono interessi in aumento negli Usa e vanno alla ricerca di collocamenti sicuri. L’Europa potrebbe trovarsi di nuovo in difficoltà e l’Italia non è in una posizione di forza. A Bruxelles, nei giorni scorsi, Letta ha presentato promesse e intenzioni, ma pochi risultati.

Il presidente Napolitano deve fare buon viso a cattiva sorte. Probabilmente ha dei dubbi di ordine costituzionale sul progetto di legge elettorale, che della sentenza della Consulta ha preso solo l’indicazione di fissare un tetto per l’assegnazione del premio di maggioranza, ma da otto anni chiede riforme e dovrà accontentarsi di quella elettorale, che farà cadere la pregiudiziale di non volere sciogliere le Camere finché fosse rimasto in vigore il Porcellum. Il fatto è che l’Italicum gli assomiglia molto.

A Letta non basterà l’appoggio di Alfano, che Renzi potrebbe costringere a lasciare la maggioranza solo rilanciando la questione dei matrimoni tra omosessuali maschi o femmine. Compensa un po’ la situazione la fronda all’interno di Forza Italia contro il nuovo organigramma che Silvio Berlusconi cerca di costruire pezzo a pezzo.

Per tutti questi motivi, il M5S vuole presentarsi alle elezioni alla ribalta della cronaca. L’impeachment e il conflitto di attribuzione forse non scuotono l’opinione pubblica, ma la delusione nei confronti dei due governi scelti da Napolitano – quello Monti e quello Letta – è un dato reale che facilita la convergenza della protesta sul movimento di Grillo. Anche a questo servono le bagarre nelle aule parlamentari.

Sul piano istituzionale, i ventidue anni trascorsi dall’inizio di Tangentopoli e della Seconda Repubblica non hanno portato stabilità ma hanno accentuato le contrapposizioni tra i partiti, che non sono venute meno per la “strana alleanza” di Monti e le “larghe-poi-piccole intese” di Letta. Nella logica istituzionale, era inevitabile che le defaillance di sei Paramenti e di dodici governi avrebbero esaltato il ruolo del Quirinale, unica istituzione stabile per sette anni, potenziata dalla rielezione di Napolitano. Ed era inevitabile che questa istituzione avrebbe depresso le altre, esercitando una pressione sempre più forte sulla Costituzione che non si è adeguata, cioè non è stata riformata. L’unica riforma importante, quella del Titolo V, ha invece creato più danni che benefici, a dimostrazione della irresponsabilità della coalizione di sinistra che la impose con i suoi soli voti nel 2001.

Quindi, indipendentemente dal casus belli, cioè dell’iniziativa di impeachment a firma M5S, le tensioni erano destinate ad emergere. È illusorio credere che tutto si possa risolvere abolendo il Senato, che sarebbetrasformato in una seconda Camera delle Autonomie, proprio quando si pensa di ri-riformare il Titolo V per ridurre quelle autonomie. Che cosa ci starà a fare se non rappresenterà dei veri poteri? Ma questi sono i limiti dei leader politici che saltano sul carro delle riforme-specchietto e dei costituzionalisti da troppi decenni disabituati a pensare con la propria testa e invece abituati a mettere la loro scienza al servizio del potere o dei poteri.

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