Fine della Globalizzazione?

E se la Globalizzazione fosse alla fine del suo percorso? E' il nuovo contributo del prof. Alessandro Corneli, esperto in Geopolitica.

globalizzazione- politica internazionale

La politica internazionale dimostra che la Globalizzazione è finita

di Alessandro Corneli /

Le sanzioni alla Russia e il negoziato per la firma del Ttip per una partnership transatlantica segnano (forse) la fine della globalizzazione, iniziata circa un trentennio fa, durata dunque lo spazio di una generazione, quella che ha visto la fine della Guerra fredda e ha immaginato un nuovo ordine mondiale fondato sul diritto e la libertà di commercio. Due sono stati i punti salienti di questa fase: 1) il crollo del comunismo, con la fine della sua pretesa di offrire un modello economico (ma anche sociale e politico) alternativo a quello occidentale, fondato sul binomio capitalismo-democrazia (liberale); 2) l’ascesa prepotente della Cina sulla scena economica internazionale, con la prospettiva, per questo Paese, di assurgere, tra il 2020 e il 2030, al rango di prima potenza economica mondiale.

La globalizzazione si è potuta affermare grazie all’interazione di progressi tecnologici nei campi dell’informatica e delle telecomunicazioni con cambiamenti di regole, principalmente la liberalizzazione dei movimenti dei capitali, affiancata da una spinta alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni nonché da ulteriori riduzioni delle tariffe doganali.

Si ripete spesso che le regole sono tali perché sono uguali per tutti. Vero, ma poiché non tutti sono uguali tra loro, l’applicazione delle stesse regole produce, in tempi più o meno lunghi, differenze di risultati: alcuni ne traggono più vantaggio di altri. Infatti, se la pioggia cade con la stessa intensità (=una regola), gli effetti non sono gli stessi su un terreno argilloso o su un terreno calcareo. Allo stesso modo, le regole della globalizzazione hanno prodotto effetti diversi su sistemi economici condizionati da regole interne diverse sulla fiscalità, sul diritto del lavoro, sulla tutela dell’ambiente, sulle prestazioni previdenziali, sul sistema creditizio, giudiziario e amministrativo.

Sono risultati generalmente favoriti i Paesi che avevano (o si sono dotati di) meccanismi flessibili, come, in prima linea, i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica); meno, quelli che avevano sistemi più rigidi, come Italia, Francia, Spagna (per limitarci ai maggiori). Tra questi, molti hanno visto il fenomeno della delocalizzazione delle imprese (grazie alle facilitazioni delle nuove “regole”), ma in questo caso i guadagni sono stati per le singole imprese, non per i Paesi che esse abbandonavano. Hanno guadagnato i Paesi ospitanti, almeno fino a quando hanno potuto offrire condizioni favorevoli. Quando poi le condizioni sono tornate ad eguagliarsi, ha preso il via il movimento opposto, della ri-locazione. Ma altrove, specie in Asia, il fenomeno va avanti: ormai è la stessa Cina a delocalizzare imprese in Paesi limitrofi.

Gli Stati Uniti hanno promosso la globalizzazione, non solo con la Cina, dove molte fabbriche americane hanno investito largamente, ma anche con la Russia. Oggi, mentre Washington polemizza con Mosca e vorrebbe isolarla, si dimentica facilmente il flusso di consiglieri, consulenti, uomini d’affari di industria e finanza americani che, soprattutto durante gli anni di Eltsin, invasero la Russia come fosse un terreno di conquista. Gli Usa hanno favorito la globalizzazione fin da tempi non sospetti, aprendo il loro mercato ai prodotti a basso costo prima del Giappone, poi di Taiwan, di Hong Kong, della Corea del Sud e di numerosi altri paesi del Sud-Est asiatico prima di spalancare le porte ai prodotti della Cina. Ma, così facendo, hanno ridotto il peso della loro capacità manifatturiera, hanno visto crescere la disoccupazione, hanno ridotto la loro presenza in alcuni mercati, hanno visto crescere in maniera abnorme il loro deficit commerciale. Sulla stessa linea si sono orientati molti paesi dell’Europa occidentale. Solo da qualche tempo al di qua e al di là dell’Atlantico si riscopre che la forza dell’economia è nell’industria manifatturiera, e non nei servizi e nella finanza in particolare.

Prima che tutto questo fosse evidente, è scoppiata la crisi, tra il 2007 e il 2008. Anche perché non poteva funzionare – in Usa come in Spagna o in Italia – la dilatazione dei servizi e il parallelo indebitamento privato attraverso la speculazione immobiliare. Ora, come rimediare alla perdita di capacità produttive mentre i nuovi concorrenti sono diventati più agguerriti e più forti anche sul piano finanziario? Qualche innalzamento di barriere doganali, tariffarie o non, non basta. La deflazione, comprimendo i consumi, se riduce un po’ le importazioni dall’estero, riduce anche la produzione interna. Svalutazioni e rivalutazioni monetarie striscianti non modificano in profondità la situazione. Rinnegare il libero scambio sarebbe traumatico e insopportabile. Non potendo buttare all’aria la scacchiera, si procede con quella mossa specifica che si chiama “arroccamento”, integrata con qualche “colpo” sferrato sul campo esterno. (nel caso specifico: la Russia).

È chiaro che gli Usa, sfruttando la situazione dell’Ucraina, puntano a destabilizzare Putin e a introdurre “più democrazia”. Ma Washington dovrebbe rispondere a questa domanda: se Putin cadesse e in Russia si instaurasse più democrazia, accetterebbero che l’Europa tornasse a rifornirsi a tutta forza di gas e petrolio russi?

Il Ttip corrisponde all’arroccamento. Ha ricordato Danilo Taino sul Corriere della sera del 27 luglio che le economie europea e americana pesano poco meno del 50% del Pil mondiale: 34 mila miliardi di dollari su quasi 75 mila miliardi. L’Ue porta in dote 17.350 miliardi, gli Usa 16,800. Tra le due parti, corre annualmente uno scambio di merci e servizi per 1000 miliardi di dollari che, però, è meno di un trentesimo del loro Pil complessivo: non molto. Inoltre, il tempo non gioca a loro favore: tra non molto, quel quasi 50% si ridurrà sempre più. I calcoli sui vantaggi che l’una e l’altra parte ricaverebbero dal costituirsi in una specie di “mercato comune transatlantico” sono controversi, soprattutto nel lungo periodo. E poi c’è un problema di fondo, non affrontato: con quale moneta? Con il dollaro o con l’euro? O con una nuova valuta comune da inventare che dovrebbe trovare una soluzione accettabile per i detentori terzi di dollari e di euro? La somma dei debiti pubblici degli Usa e dell’Ue è enorme: che fine farebbero? Ciascuna parte si terrà i propri debiti, ricreando le difficoltà che sono sorte in Europa con la creazione della moneta unica?

In ogni caso, tutto questo lavora contro la globalizzazione e a favore della costituzione di alcuni mega-blocchi industriali-commerciali-finanziari di difficilissima gestione cui solo una preponderanza militare potrebbe dare un ordine, ma non sappiamo a quale prezzo. La recente istituzione di una banca dei Brics, in concorrenza e futura contrapposizione al Fmi e alla Wb, è un indizio che il resto del mondo non vuole restare a guardare. Anzi, un mercato comune Usa-Ue potrebbe segnare l’abbandono dell’Africa, del Medio Oriente, dell’America latina e naturalmente dell’Asia ad attori non americani e non europei, ai quali si unirebbe la Russia. E non dimentichiamo che è proprio questo resto del mondo a possedere la maggiore quantità di risorse minerarie ed energetiche.

Di solito, nelle partite di scacchi, l’arroccamento è una mossa per guadagnare tempo, in attesa di avere chiara una strategia. Per il momento, registriamo la prima mentre la seconda deve ancora delinearsi.

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