Giorgio Napolitano cerca la via d’uscita prima della tempesta. Intanto il cielo è molto nero.

Si sostiene che il piatto forte del lungo incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi sia stato la successione di Giorgio Napolitano

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Il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano

di Alessandro Corneli/

Si sostiene che il piatto forte del lungo incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi sia stato la successione di Giorgio Napolitano; di contorno, qualche aggiustamento all’Italicum per dare un po’ di tranquillità ai piccoli partiti, un accenno alla giustizia e accordo pieno sulla riforma del Senato che procede, evitando sviste anticostituzionali sempre in agguato. L’ultima, ieri, è stata quella del ministro Elena Boschi che ha tentato di garantire che il Governo si adopererà affinché la riforma costituzionale non sia approvata dai due terzi di Camera e Senato, così da rendere possibile il referendum confermativo: sarebbe stato sancito il principio che il Governò dà ordini ai parlamentari su come votare e sarebbe stato violato il principio costituzionale della libertà di voto di ogni singolo parlamentare. Passiamo oltre.

La notizia del giorno, largamente anticipata, è stata quella del Pil a meno 0,2 nel secondo trimestre che significa che l’Italia è in recessione. Dopo aver fatto sfogare media, commentatori e politici, in serata, a In Onda, Renzi ha tirato fuori l’ennesima trovata, dicendo: “È interessante ragionare sui dati perché la recessione tecnica dipende dal segno meno consecutivo in ultimi due trimestri. Ma negli ultimi anni l’Italia ha il segno meno per 11 volte, tranne una pausa. Dalla recessione non siamo mai usciti tecnicamente”. Nella sostanza ha ragione, ma il metodo di rigirare le cose è deplorevole. Peggio quando ha parlato delle difficoltà altrui, accennando al rallentamento dell’economia tedesca: la cosa non sarà piaciuta a Berlino che, il giorno prima, aveva replicato duramente a Hollande: la politica economica tedesca va bene così com’è e non si tocca. Una doccia fredda che l’Italia fa finta di non capire.

O meglio: Renzi l’ha capita, saltando sulle parole di Mario Draghi: “Il presidente della Bce ha detto una cosa sacrosanta, noi dobbiamo rimettere in ordine l’Italia per farla diventare più competitiva”. Quindi ha preso la palla al balzo per ribadire che è giusto andare avanti con le riforme già avviate, che sono propedeutiche alla ripresa economica che, seppure ritarda, arriverà. Respinte, quindi, le critiche di chi diceva che le prime riforme avrebbero dovuto essere quelle sul lavoro e sulle tasse. Ma Renzi, sul punto, si è preso 1000 giorni e solo allora risponderà dei risultati del suo governo. La scommessa è chiara: entro il 2017 la ripresa in Europa ci sarà stata e l’Italia sarà stata in grado di beneficiarne. E Renzi ne porterà vanto nella successiva campagna elettorale.

In ogni caso, il dato Istat sulla recessione ha rilanciato il dibattito sull’euro. La moneta unica ha bloccato le svalutazioni competitive perciò i più forti diventano sempre più forti perché più competitivi. Si replica: non resta, ai più deboli, che diventare competitivi. Ma che significa? Che tutti diventeremo uguali? Sarà la fine della concorrenza? E, nel frattempo, i più avanzati rallenteranno? È ovvio che non sarà così: allora la gara si sposterà, a parità di condizioni, sulla qualità dei prodotti. E qui l’Italia, salvo alcuni settori, mostra le sue debolezze perché non bastano pochi spiccioli per fare ricerca e innovazione diffusa e avanzata in tutti i campi.

Un osservatore attento degli sviluppi della situazione è Giorgio Napolitano, che medita di lasciare nei primi mesi del 2015, appena si sarà concluso il primo ciclo di riforme costituzionali. Così potrà dire di avere compiuto la missione, prima che la situazione economica sia aggravata da una pesante manovra correttiva che se, come assicura Renzi, non ci sarà “tecnicamente” nel 2014, ci sarà “sostanzialmente” nel 2015; tra i 20 e i 40 miliardi. Una botta che renderà nulli i tentativi di rilanciare la competitività.

È evidente che in quel momento le critiche pioveranno addosso a Renzi e, di rimbalzo, a Napolitano, che lo ha scelto dopo Monti e dopo Letta. Quindi vuole andarsene prima della bufera come il Presidente che ha “agevolato” (è un eufemismo) la riforma della Costituzione.

Nel colloquio tra Renzi e Berlusconi sembra che siano state eliminate le candidature di Prodi, Veltroni e D’Alema. Berlusconi non si opporrebbe a una donna, e Renzi punta sulla Pinotti. Secondo alcuni, Berlusconi darebbe il suo assenso in cambio della grazia che lo ricollocherebbe a pieno titolo nella vita politica. Ma la Pinotti potrebbe reggere la bufera di polemiche che un tale gesto susciterebbe? Quanto a Renzi, vuole un Presidente che torni di garanzia, cioè non interferisca sull’attività del Governo, il suo, naturalmente, per gli 800 giorni che gli resteranno.  Ma se la situazione economica dovesse aggravarsi e i poteri forti, già critici con Renzi, non la sopportassero, allora il giovane ex sindaco di Firenze dovrebbe fare posto a Mario Draghi, che a dicembre terminerà il mandato alla Bce. E per riavere la presidenza della Banca centrale europea, la Germania potrebbe fare qualche concessione.

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