Immigrati: “I barconi vanno affondati prima che prendano il mare”

Roma - L'Europa deve distruggere le barche gestite dai trafficanti di uomini prima che prendano il mare. L'Italia lo ha già fatto negli anni Novanta, in Albania. Con successo.

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Secondo Rutelli, ex capo del COPASIR, i barconi vanno fermati subito

A cura di ILGIORNALE.IT/

È la ricetta di Francesco Rutelli a quella che lui stesso definisce un’«emergenza criminale», l’abbandono delle navi alla deriva con centinaia di uomini, donne e bambini a bordo che è l’ultima frontiera dell’emigrazione selvaggia.

Rutelli, andiamo con ordine. Perché l’Italia e l’Europa dovrebbero darle ascolto?

«Perché come presidente del Copasir scrissi la relazione al Parlamento approvata all’unanimità il 29 aprile 2009 sulla tratta degli esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica: 75 pagine di analisi dei flussi dei migranti organizzati da organizzazioni criminali internazionali e di proposte rivolte al governo italiano e all’Ue. È tutto online, per chi abbia voglia di leggerlo».

Sono passati quasi sei anni. Che cosa è cambiato, nel frattempo?

«La situazione oggi è di una gravità senza precedenti, c’è stato un salto di qualità del traffico di uomini. Ora i trafficanti acquistano un’imbarcazione per poche centinaia di migliaia di euro, la caricano di disperati disposti a pagare, guadagnano cinque volte tanto e poi abbandonano la nave alla deriva per evitare di essere arrestati. Con due implicazioni gravissime a mio avviso sottovalutate da chi guarda al fenomeno ancora con gli occhi di vent’anni fa. La prima è che si tratta di un crimine contro l’umanità. E contro la navigazione, la cui sicurezza è messa a repentaglio».

E la seconda?

«Le organizzazioni criminali che gestiscono questo traffico lo utilizzano come strumento di finanziamento di entità che stanno preparando l’offensiva nei nostri confronti. Con la droga, la tratta dei migranti sta alimentando incessantemente il potere economico e politico delle nuove mafie e dei movimenti fondamentalisti e terroristici».

Come possiamo rispondere a questo scenario quasi apocalittico?

«Emergenze gravi richiedono risposte più forti del passato. Occorre affondare navi e barche gestite dai trafficanti criminali prima che imbarchino le persone, così da scoraggiare drasticamente l’industria illecita che sta prosperando».

Un’azione alla radice?

«Un’azione che colpisca i network criminali direttamente nelle centrali direttive e organizzative, nei porti e nei tragitti che precedono gli imbarchi».

Da dove dovremmo partire?

«Al momento la situazione più pericolosa è alle porte di casa nostra, in Libia».

Come sarebbe possibile agire fuori dai confini europei?

«Naturalmente bisognerebbe assicurarsi la collaborazione di alcuni dei Paesi da cui le carrette partono. Qualcosa che l’Italia fece in Albania per stroncare il business degli scafisti all’inizio anni ’90, sostanzialmente con la collaborazione del governo di Tirana. E che la comunità internazionale ha fatto e continua a fare per eliminare la pirateria al largo della Somalia e nell’Oceano Indiano. Si può e deve rafforzare la collaborazione coi diversi Paesi non complici della tratta di esseri umani».

Da un punto di vista giuridico non sembra facile.

«Certo, ma l’Ue dovrebbe muoversi per crimini contro l’umanità, ciò che renderebbe il suo intervento irrefutabile. E i capi del traffico una volta catturati andrebbero su iniziativa europea davanti al Tribunale penale internazionale».

Un’utopia?

«No. Il Partito Democratico Europeo, di cui sono copresidente e che conta 14 eurodeputati, ha già chiesto alla commissione Juncker di occuparsi urgentemente di combattere i trafficanti di esseri umani, mai così potenti nel Mediterraneo e in Africa. E ho constatato una grande attenzione da parte di Dimitris Avramopoulos, commissario europeo per le migrazioni».

E l’accoglienza?

«L’Europa non può accogliere all’infinito. Attualmente esistono 15 milioni di profughi da conflitti in corso, molti di più se si considerano anche i rifugiati interni. Possiamo e dobbiamo accogliere un numero limitato di persone, quelle che rischiano la vita, sulla base di regole e procedure trasparenti. E aiutare i molti che soffrono in loco. Altrimenti ci facciamo dettare le regole dai trafficanti, che grazie anche alla loro disponibilità economica stanno diventando più potenti degli Stati».

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