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lunedì, Novembre 23, 2020

L’induzione mediatica e il quarto potere passato di mano ai social network

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Il Presidente degli Stati Uniti d'America Donal Trump
Il Presidente degli Stati Uniti d’America Donal Trump

a cura di Paolo Callari 

Mentre il Giappone corre a gran velocità, oggi le Borse non hanno risentito del frastuono mediatico che annunciava il peggio, manifestando chiara positività. Ciò, aiutato dalle speranze che il rilancio dell’industria americana e gli sgravi fiscali alle società nel programma del neo presidente Donald Trump, potranno portare buoni guadagni anche per i gruppi stranieri.

I MEDIA INCAPACI DI LEGGERE LA REALTA’ AMERICANA
Ma ciò che oggi ha spinto il Nikkei su del 6,72% (ha chiuso poi a +6,7%, il maggior rialzo dal 15 febbraio) alle ore 7:30 italiane è la forte risalita del dollaro sullo yen. Il cambio è a 105,41, contro quota 102 di ieri notte quando le prime notizie davano Trump vincitore. Nonostante oggi le testate giornalistiche Italiane mobilitino l’attenzione dei lettori sul malcontento che ha portato gli Americani a manifestare in piazza le borse reagiscono in maniera opposta. Allego un abstract di un articolo pubblicato ieri dal Dottore Alfredo Mantici direttore editoriale di Lookout News: “I media incapaci di leggere la realtà americana. Il terzo grande sconfitto di questa mattina del 9 novembre è il sistema dei media, americani ed europei, che hanno partecipato alla campagna elettorale non come osservatori ma come supporter spesso acritici e sempre unanimi della candidata democratica.

OPINION MAKER: VITTORIA TRUMP STORDISCE
L’informazione sui temi della campagna elettorale è stata costantemente indirizzata verso la demonizzazione di Trump e l’idealizzazione della Clinton, spesso presentata al pubblico come una novella “Giovanna d’Arco” in lotta contro un pericoloso sporcaccione, molestatore incallito e impenitente (Trump_New_York_Times). Visti i toni delle campagne giornalistiche che in America e in Europa hanno scandito gli ultimi dodici mesi di campagna elettorale, è comprensibile che oggi, nei commenti della stragrande maggioranza degli opinion maker del giornalismo americano il termine più usato per parlare della vittoria di Trump, sia “stunning”, che sta a indicare qualcosa che “stupisce” e che “stordisce”.

I MEDIA NON VOLEVANO CREDERE CHE TRUMP AVESSE VINTO
Stupiti e storditi sono i commentatori e quegli elettori democratici che, sulla scorta di sondaggi che a posteriori sembrano più che inaffidabili, chiaramente manipolatori, erano fino a poche ore fa convinti che Hillary Clinton avesse la vittoria in tasca. “I media non volevano credere che Trump avrebbe vinto. Così hanno preferito guardare da un’altra parte”. Questo è il titolo di un’editoriale del Washington Post di questa mattina e sintetizza in modo imbarazzato lo strabismo con il quale il giornalismo ha seguito la campagna elettorale americana.

E’ TRAMONTATA LA CLASSE POLITICA DEI PROFESSIONISTI
Uno strabismo che, anche in Italia, andrebbe corretto più che con la chirurgia, con una buona dose di autocritica.” Pertanto il populismo attribuito a Grillo e a Trump non è né un male né la cura dei mali. E’ il segno impresso nella politica che la classe politica stessa, quella dei professionisti di lungo corso, è tramontata. L’elettore non ha più bisogno del parlamentare professionista perché oggi le esigenze e le idee vengono trasmesse direttamente in rete, così come il controllo. Il ciclo vita del politico e la sua shelf life è a breve scadenza. Il consumatore privilegia il fresco al prodotto a lunga conservazione, come evidenziano i mercati. La liquidità del sistema oggi ha la sua fase di rottura alla quale seguirà una ristrutturazione creativa e propositiva come nei cicli di Shumpeter. Il rischio per gli Stati Uniti D’America è BRICS e il protezionismo di Trump a questo dovrà trovare rimedio.

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