L’opera struggente di un formidabile editor

Il Parlamentare.it - caro Mastrolindo,

sono sostanzialmente d’accordo con quanto afferma rispetto alla difficile arte del mestiere di editor. Si è miopi e presbiti a un tempo, dinanzi al foglio bianco: la difficoltà dello scrivere si può riassumere, forse, nell’equilibrio che va trovato fra dir troppo o troppo poco (a seconda dei casi); quella del lettore nel saper entrare nel pentagramma dell’autore, accordarsi alla sua musica, senza volerne riscrivere le note a proprio gusto.

Uno sguardo esterno vede ciò che non si è più in grado di vedere: spesso non si tratta tanto di tracciare una nuova strada, ma di garantire la percorribilità dell’esistente, ricoprire le buche, piantare dei cartelli stradali che segnalino eventuali pericoli.

Purtroppo questo non sempre “è”, ma è solo ciò che “dovrebbe essere” il lavoro dell’editor, a garanzia di reciproci ascolto e collaborazione con l’autore.

Sicché, per un verso la scrematura avviene prima: pubblico ciò che penso di vendere, ma senza preoccuparmi delle fasi successive (“Gomorra” è un buon libro ma letterariamente, non dal punto di vista dei contenuti che veicola, occorreva asciugarlo un po’ per renderlo un ottimo libro. E i refusi abbondano…).

Per altri versi ci sono casi in cui si parte da un’idea iniziale per riscriverla completamente o per larga parte (Faletti, Giordano, D’Avenia), al fine di confezionare un prodotto di successo (a Segrate, come nell’isola del dottor Moreau, c’è una stanza adibita proprio a questo tipo di chimismi da laboratorio).

C’è dunque, anche se è bene non generalizzare, una parte di chi opera il lavoro di editor esposta alle sirene del mercato, sempre più avvezzo a tramutare l’oro in stagno… Ma è l’effetto collaterale di un’editoria ipnotizzata dai grandi numeri, della radicale discesa di tono di chi confonde la semplicità col banale, di una esternalizzazione del lavoro (per di più malpagato) volta al risparmio, che disperde energie e qualità.

Lettori attenti ed esigenti richiedono una buona editoria: una buona editoria produce buoni editor, perché mette passione in ciò che manda in stampa.

Ma è la filiera, ormai, a essere inquinata.

Mai come oggi la parola di don Milani risulta eversiva: in un Paese che vanta un analfabetismo di ritorno al 30% e in cui il 70% della popolazione non è in grado di comprendere o comporre un testo complesso scritto in buon italiano.

Mérignac

di Mérignac

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