NEW Allarme Innovazione: Groupon, la start up che ha detto di no ai 6 miliardi di Google.

NEWI Fondi della Presidenza del Consiglio dei Ministri offerti a sostegno dei progetti innovativi delle Aziende italiane finanziate per il tramite delle Società SGR, potrebbero essere in gravissimo rischio.
Tale danno avrebbe ricadute negative non solo nell’immediato sulle Aziende e sul lavoro italiano costrette a rivolgersi all’estero ma, complessivamente, sull’Economia e sulla Sicurezza Nazionale.
La questione viene segnalata dagli esperti della Fondazione “Paolo di Tarso” incappati incidentalmente nella questione che ha generato l’analisi che oggi sta attraendo l’ascolto di Opinione Pubblica, Aziende e Istituzioni. Per definire con chiarezza e in modo molto semplificato la questione, perchè tutti possano intendere – affermano gli esperti d’intelligenza connettiva della Fondazione  - diamo spiegazione di cos’è un “bug” nel gergo connettivo. Questo esempio semplificato ci servirà per far comprendere meglio la più ampia questione.
Un “Bug” è una “falla” che può rendere instabile un “sistema” che si ritiene perfetto (anche in buona fede) causandone l’arresto e in ogni caso il mal funzionamento; allo stesso tempo una “falla” in un sistema complesso, quale l’Economia di una Nazione, può essere usata da malintenzionati che accedono al sistema e lo gestiscono. Ora: rapportato alla realtà cui si riferisce la Fondazione, cos’è il ”bug”? E’ una “falla” che volontariamente o per ignoranza potrebbe deteriorare gravemente e anche in modo irreversibile, il sistema Economico italiano e della sua Sicurezza se, dall’Economia ad esempio, dipende anche la complessiva Sicurezza Nazionale.
Una falla può essere rappresentata tanto da una cattiva valutazione delle potenzialità di un progetto italiano quanto dall’eccessivo zelo di alcuni membri del Governo a favore di multinazionali estere o, ad esempio, di Google che potrebbe diventare il dispensatore straniero del lavoro e dei Beni Culturali italiani.
Attenzione! A pronunciarsi sono gli esperti intorno ai quali si è animata con successo la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali nelle mura accademiche della Pontificia Università lateranense, ove ci si è posto l’interrogativo sul futuro della connettività e dell’Economia legata alla connettività. Sono le stesse persone che anticiparono, contro un mondo intero che avrebbe scommesso recentemente il contrario, che il colosso Google sarebbe stato battibile e superato. E così è stato da Facebook.
A parere degli esperti della “Paolo di Tarso”  la Presidenza del Consiglio dei Ministrievidentemente nel porre in essere una politica di sostegno del lavoro innovativo italiano, dunque in buona fede - avrebbe affidato fondi governativi a Società SGR con lo scopo, appunto, di incoraggiare progettualità innovativa e movimentare in tal senso, il futuro del lavoro. Queste ultime, delegando alla valutazione soggetti non sempre capaci, (i famosi “Bug” o “falle”), aprono ad uno scenario apocalittico poichè oggi, nella società in cui l’Economia reale si genera da progetti innovativi, il benessere finanziario della Nazione, da qui a un anno, potrebbe essere seriamente compromessa.
Le Società SGR, secondo gli Esperti di Intelligenza Connettiva della Fondazione, si avvalgono di valutatori che non appartengono al mondo delle Innovazioni ma  a quello finanziario e dunque sono, evidentemente, assolutamente incapaci di valutare oggettivamente l’incidenza dei progetti e la loro ricaduta sull’Economia nazionale. Soprattutto nei casi di progetti la cui materia è la Gestione della Conoscenza da cui dipende già la sicurezza nazionale e internazionale e tutte le forme di Economia.
E su questa ipotesi fanno immediatamente un esempio granitico quando affermano: la fortuna dei due giovani esperti che hanno fondato Google fu che all’inizio della loro esperienza furono immediatemnte compresi da un Professore esperto nella materia specifica. Se avessero sbagliato la valutazione iniziale non sarebbe nata Google che oggi è un colosso finanziario tra i più ricchi al mondo. Quindi l’equazione è semplice: progetto innovativo sta alla prima valutazione come questa sta all’ esplosione finanziaria del progetto e alla sua affermazione sul mercato.
Dunque la “valutazione” nel mondo innovativo è tutto.

Ora, mentre le Società SGR potrebbero valutare male i progetti geniali e innovativi delle Aziende Italiane che operano anche nel settore digitalizzazione dei Beni Culturali e sono riconosciute dalla stesso MiBAC, quest’ultimo ingaggia Google per concedere al motore di ricerca (?) la gestione on line dei maggiori Capitali Culturali Italiani da cui potrà dipendere la nuova economia dei lavoratori italiani. la domanda è: perchè? e perchè non affidare alle aziende italiane questo compito? E i diritti di sfruttamento di chi saranno? E poi.., perchè qualcuno o qualcosa all’interno dei Ministeri italiani sta sostenendo Google? Se si tratta di mera promozione ai Beni Culturali, mancano forse le opportunità di acquistare posizionamenti o elaborare una Piattaforma di Bandiera? Questo inspiegabile “Bug”, questa falla nella gestione dei Beni Culturali potrebbe diventare presto un flagello sopratutto se Google, domani, dovesse usare questo potere per acquisire royalty sul sistema alberghiero italiano e di tutti i servizi ad esso connessi come l’ agroalimentare, il vinicolo, il tessile, ecc. Significherebbe che il dramma già conosciuto dal Sistema Turistico italiano si estenderebbe a tutti i settori della Finanza con un conseguente indebolimento dell’economia reale. Oggi è intenzione della Fondazione “Paolo di Tarso” chiedere con forza al Governo se è al corrente che la ricchezza della Nazione sta per essere ceduta e allo stesso tempo se c’è coscienza all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri che, a causa di pessime valutazioni dei progetti innovativi da parte di qualche “esperto” delle Società SGR, le migliori intelligenze continueranno a migrare verso l’estero. Le Società SGR stanno facendo sorgere seri dubbi sulle professionalità che esse pongono in campo per la valutazione dei progetti delle Aziende italiane e il punto è che bisogna attivare un controllo poichè il 50% dei fondi gestiti da esse sono Governativi. Inoltre, nessuno può sapere cosa e come le Società SGR valutano. Dunque esse potrebbero procedere anche in modo illogico e in tal senso spendere danari dei contribuenti senza centrare obbiettivi innovativi capaci di produrre economia, e di  conseguenza tradendo sia la mission delle stesse società SGR che la fiducia accordata loro dallo Stato. Ovviamente, se le Società SGR fossero responsabili solo ed esclusivamente dei propri fondi nessuno potrebbe eccepire nulla, ma poichè, appunto, esse ricevono il 50% dei fondi dal Governo italiano, allora, è giusto interrogarsi seriamente su metodi di gestione e valutazione di chi, delle Società SGR, dice “si” o “no” alla geniale opera italiana che molte volte viene mortificata. Immaginiamo dunque quale catastrofico danno potrà subire l’Italia se non venisse attivato immediatamente un Organo istituzionale di Controllo dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il tempo è maturo perchè capita sempre più spesso di ascoltare il lamento di Aziende italiane magari titolari di un progetto capace di ribaltare l’economia di un settore a vantaggio del lavoro Italiano, che non sono comprese a causa dell’ ignoranza.  Recentemente la Fondazione “Paolo di Tarso” ha denunciato pubblicamente uno di questi casi e appena pubblicato in rete, dopo sole 24 ore, sono saltate fuori altre realtà che facendo nomi e cognomi hanno testimoniato il lamento della Fondazione rivolto oggi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Oggi a dare in modo incontrovertibile ragione alle tesi degli specialisti di connettività della “Paolo di Tarso” è il Quotidiano “La Repubblica”. 
ATTENZIONE: mentre la Fondazione “Paolo di Tarso” invia al Ministro Renato Brunetta una nota in tal senso, Stefano Carli per “La Repubblica” mette a nudo uno degli aspetti più aggressivi di Google e allo stesso tempo la sua debolezza perchè descrive un “NO” clamoroso che dimostra, probabilmente, come gli americani sanno difendere il loro lavoro e le loro idee, a differenza di molti italiani. che, appunto, intendono svendere il Paese.

Che cos’ è Groupon?
E
perché Google ha offerto 6 miliardi di dollari per comprarla?
E , soprattutto, perchè “Groupon” ha detto “NO” a Google?
E ancora, perché il 41enne Eric Lefkofsky, che di Groupon ha la maggioranza, e il suo socio, il 29enne Andrew Mason, che di Groupon è l’ inventore, hanno detto no al numero uno di Internet rinunciando a entrare al volo e dalla porta principale nel novero degli uomini più ricchi del pianeta? Qualcuno ha pensato che questa è la prova provata che siamo di fronte a una nuova bolla delle Internet company. Ma stavolta pare che non sia così. Anche perché Groupon, che fa affari online, è paradossalmente l’ Internet company meno tecnologica che ci sia. Il suo punto di forza non è infatti qualche misteriosa formula matematica come quella alla base del motore di ricerca di Google, ma quanto di più tradizionale c’ è: un’ idea imprenditoriale e una forte, capillare e attiva rete di venditori. Ecco dunque cos’ è Grupon e come funziona. Non prima di aver risposto all’ ultima domanda: Kefkofsky e Mason (che tra l’ altro non lavorano nella Silicon Valley, ma a Detroit) hanno detto no ai 6 miliardi di Google perché sono convinti che Groupon valga molto di più. Tutto inizia con i coupon: i tagliandi che offrono sconti su certi prodotti, in certi periodi e in certi esercizi. Da noi, nell’ Europa continentale, sono una realtà di nicchia ma in Inghilterra e soprattutto negli Usa sono un fenomeno commerciale ben noto. La maggior parte dei giornali locali americani ha finora «campato» sulle inserzioni pubblicitarie dei coupon. In Usa l’ anno scorso ne sono stati emessi 350 miliardi, con un valore medio di meno di un dollaro e mezzo, e hanno generato vendite per 3,5 miliardi di dollari. Mason ha semplicemente messo tutto questo online. Andrew Mason ha fondato più o meno tre anni fa un sito di social network, The Point. Serviva a raccogliere adesioni online su temi di tipo sociale: campagne politiche, richieste agli enti locali, petizioni di genitori sulle scuole. A margine una volta lanciò l’ idea di creare una lista di persone pronte ad andare a mangiare in un ristorante che offrisse un consistente sconto. Non solo la cosa funzionò ma divenne presto la pagina più vista di The Point. Di qui a farne un business a parte il passo è stato breve. Quello spin off è Groupon, nasce nel novembre del 2008 e modifica l’ idea iniziale: anziché raccogliere persone che vogliono un prodotto o un servizio e andare a cercare chi offre lo sconto migliore, fa il contrario. Si va dagli esercenti, li si convince ad offrire forti sconti, tra il 50 e il 90% a chi si presenta con il coupon di Groupon e si lancia l’ offerta. Per gli utenti il vantaggio è evidente: lo sconto. Per Groupon pure: si prende il 50% del valore della vendita (sul valore scontato ovviamente). Per negozianti e esercenti è una forma di pubblicità che funziona. E funziona al punto che mentre all’ inizio la formula Groupon era di una sola offerta al giorno, adesso ce ne sono diverse: la risposta degli utenti è straordinaria e concentrarla su una sola offerta è pericolosa perché il negoziante non avrebbe la forza di rispondere a tutti. Ultima notazione: Groupon lavora in ambito locale. Chi si iscrive al servizio deve indicare la sua mail e la sua città di residenza e riceverà offerte esclusivamente nella sua area. Le aree commerciali più adatte a questo tipo di business sono quelle del wellness (centri estetici, palestre), ristoranti, alberghi, cinema, teatri. Niente prodotti di largo consumo (per ora) niente catene di grande distribuzione (per ora): sono tutti esercizi commerciali locali. E questa è la forza di Groupon: ha trovato la formula magica (ma stranamente somigliante a quella dell’ acqua calda) per fare quello che tutti stanno cercando di fare da un paio d’ anni in qua: portare le microaziende su Internet. O meglio, trovare la chiave che apre il tesoro della piccola pubblicità locale online. Un obiettivo che anche Google sta perseguendo con impegno perché è una vera miniera: ogni singolo contratto può valere poco, ma sono migliaia e migliaia: è la teoria della coda lunga applicata alla pubblicità online. E’ lo spot 2.0. Una pizzeria, una palestra trovano più difficile comprare parole per la pubblicità su Google, soprattutto perché il motore di ricerca di Page e Brin porta come platea l’ universo mondo, mentre a loro interessano solo quelli che abitano in quella città. E’ il trionfo del «locale». Ma un locale ricco. Anzi, straricco. Secondo una stima riportata da Business Week la pubblicità locale negli States vale 133 miliardi di dollari. Un intero settore economico sembra aver trovato così in Groupon il suo portale di ingresso nel Web. Per questo in due anni appena la società di Mason e Lefkofsky ha raggiunto la bella quota di 35 milioni di utenti in 300 mercati. Il suo secondo bilancio dovrebbe chiudere con ricavi attorno ai 500 milioni di dollari. E adesso, dopo il no a Google, l’ ipotesi che si fa strada è quella di una Ipo per approdare in Borsa. Ma devono far presto perché, altro paradosso di questa vicenda, il tempo non lavora a loro favore. Proprio perché non si basa su chissà quali alchimie informatiche il modello Grupon è altamente e facilmente replicabile. Ha barriere d’ accesso più elevate dal punto di vista economico, proprio perché non c’ è niente da inventare ma servono invece solide risorse per mettere su reti di vendita in ogni città in cui si vuole essere presenti. Ne è un buon esempio proprio l’ espansione europea del gruppo Usa. Gennaio 2010, tredici mesi dopo la nascita di Groupon, in Germania parte una start up di nome Citydeal che fa la stessa cosa. In poche settimane riesce a trovare fondi per 4 milioni di euro, inizia l’ attività e a maggio, quando viene comprata da Groupon, ha già un milione di utenti registrati ed è presente in 140 città in 18 paesi, tra i quali l’ Italia. E impiega 600 persone, tutte impegnate nella vendita e, a livello centrale, nel lavoro di redazione. Che consiste nell’ organizzare nelle offerte quotidiane tutti i contratti che la rete di vendita porta a casa, creando gli opportuni mix (per esempio più ristoranti il sabato). E i nuovi arrivi si stanno già moltiplicando.

a Cura di La Repubblica

4 Responses to "NEW Allarme Innovazione: Groupon, la start up che ha detto di no ai 6 miliardi di Google."

  1. hotel a lucca  8 giugno 2011 at 18:57

    Post appassionante, posso ripubblicare il contenuto, ovviamente citando la fonte?

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    • Redazione de Il Parlamentare.it  15 giugno 2011 at 12:51

      La ringraziamo per l’interesse mostrato per il nostro articolo e le confermiamo l’autorizzazione a veicolarlo citando la fonte.
      Cordiali Saluti, la Redazione de Il Parlamentare.it

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  2. Marco A  24 febbraio 2011 at 11:03

    Gentili signori, mi allaccio alla serie di “nuovi replicanti arrivano” ecco la lista:

    Glamoo e Prezzo felice ( Italiane) Lets Bonus ( spagnola). Vorrei anche dire che lo sturt up di Glamoo e’ sostenuto da fondi esterni come voi avete appunto scritto, e questo lo posso confermare per aver avuto una informazione certa da persona vicina all ideatore del progetto

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  3. Gianluca  23 febbraio 2011 at 22:18

    Mi permetto di riportare un commento chiaro e diretto che Massimo ha postato sull’articolo “il nostro Made in Italy nelle tasche delle multinazionali estere”: Piuttosto,come è stato assegnato a google il lavoro? con gara pubblica? forse andrebbe fatta una interrogazione parlamentare e segnalare l’attivita’ anche all’antitrust, visto che la UE sta valutando proprio google in questi giorni... Mi aggiungo con forza e mi permetto di chiedere con forza una risposta ai nostri Parlamentari.

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